Mark Spragg.
...
.
...
DOVE I FIUMI CAMBIANO CORSO.
Parte 1.
...
.
...
Titolo originale: Where rivers change direction.
Traduzione di: Stefano Viviani.
2001. Ugo Guanda Editore, PARMA.
...
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
...
.
...
 mai possibile che nell'America dell'accentramento urbano e dell'economia globale, della multimedialit e dell'elettronica, un ragazzino possa ancora crescere a panini di bistecca d'alce in una casa sperduta tra i monti a oltre cento chilometri di distanza dal pi vicino negozio, dove non solo non esiste la televisione ma la corrente elettrica viene fornita da un generatore e che i suoi regali natalizi o per il compleanno siano nuove coperte da sella, redini e speroni, e che il suo passatempo preferito sia montare nudo un cavallo, lanciarlo a tutta velocit nel fiume, nuotare con lui e poi uscire per asciugarsi al sole?
Mark Spragg  cresciuto proprio cos, in un ranch del Wyoming ai confini con il parco di Yellowstone, dove il padre allevava cavalli e ospitava turisti della costa orientale in cerca di avventura nel pi genuino spirito western: ha fatto chilometri e chilometri a piedi e in pullman per raggiungere la scuola, ha lavorato fin da bambino a contatto con rudi cowboy e mandriani smaliziati ed  diventato adulto misurandosi con una natura intatta ma spesso insidiosa, imparando a distinguere le costellazioni sedendosi sotto la volta celeste, a conoscere le diverse voci delle famiglie di coyote, a uscire illeso da un inseguimento a un orso grizzly ma soprattutto stringendo un legame affettivo, quasi fraterno con i cavalli.
Quando non li avevo vicino mi sentivo estraniato dal mondo. Quando non li avevo vicino non bastava a consolarmi il rumore del torrente.
Senza il loro calore mi sentivo gelare. (...) Erano abituati a vedermi e sentirmi. Ero il ragazzo che cavalcava i loro cuori spiega lo stesso Spragg in una delle pagine pi ispirate del libro. E pi avanti aggiunge: Ero un ragazzino, e credevo profondamente nelle capacit visive dei cavalli. Credevo che non ci fosse nulla che potesse sfuggire ai loro occhi. Credevo che avere un cavallo tra le gambe, fondere le mie pulsazioni, il mio sangue e le mie energie coi suoi, migliorasse la mia visione. Facesse di me un profeta. Per me loro erano le pupille pomellate, saure, roane, baie e nere negli occhi di Dio.
Quella raccontata in Dove i fiumi cambiano corso  la storia di una formazione atipica, lontana dagli schemi usuali, che si inserisce a pieno  titolo in quella letteratura di frontiera che trova i suoi modelli in Hemingway, London e Conrad.
...
.
...
L'AUTORE.
...
.
...
Mark Spragg  uno scrittore statunitense. Nato nel mondo rurale del Wyoming nel 1952,  cresciuto al Crossed Sabres Ranch, un ranch del Wyoming otto miglia a est del Parco Nazionale di Yellowstone e si  formato a contatto con la natura.
Si  laureato all'Universit del Wyoming a Laramie nel 1974, con una specializzazione in inglese. Ha lavorato su una piattaforma petrolifera, ha ferrato cavalli e ha condotto viaggi in branco per sostenere la sua scrittura.
Nel 1999 ha pubblicato un libro di memorie, Where Rivers Change Direction, sulla sua infanzia insolita, senza TV n radio ma circondato da vaste distese di aspra bellezza all'aperto. Il libro ha ricevuto recensioni stellate e ha vinto nel 2000 il Mountains and Plains Booksellers Award for Nonfiction.
Successivamente ha scritto altri romanzi, ha anche co-scritto la sceneggiatura di An Unfinished Life insieme a sua moglie, Virginia Korus Spragg.  I suoi saggi e racconti sono apparsi su periodici e in antologie, fra le quali Thunder of the Mustangs, da lui stesso curata. Vive con sua moglie Virginia a Red Lodge, nel Montana.
...
.
...
DOVE I FIUMI CAMBIANO CORSO.
...
.
...
Dedica.
A Virginia, a causa di Virginia; e alla mia famiglia, con amore.
...
.
...
Indice di questa parte.
...
.
...
1. In lode ai cavalli.
2. Gli stivali di mia sorella.
3. Ossa.
4. Wapiti School.
5. Il padrone del circo.
6. Il lavoro di un ragazzo.
7. Greybull.
8. John e Jack.
...
.
...
Fine Indice.
...
.
...
Ho letto che, in Africa, quando il corpo di un'antilope, che per tutta la vita ha mangiato soltanto foglie ed erba e bevuto nient'altro che acqua naturale, viene aperto per la prima volta, la fragranza  quasi troppo dolce, troppo delicata, troppo bella da sopportare. E un momento che i cacciatori devono affrontare con attenzione, con cura e concentrazione quasi religiose, se vogliono raggiungere l'altra parte, e proseguire nel loro cammino di vita.
Mary Oliver, White Pine.
...
.
...
1. IN LODE AI CAVALLI.
...
.
...
Quando ero ragazzo mio padre aveva dei cavalli, pi di cento,
alcuni dei quali mustang intrattabili, e io li cavalcavo piuttosto
bene. Lui era convinto che i cavalli andassero usati e che i ragazzi
non valessero nulla se non venivano usati. Cos era convinto,
mettendomi insieme ai cavalli, di assolvere un preciso piano
economico. La sua speranza era che trovassimo il riscatto nell'aiuto
reciproco. In pratica, che i cavalli e io, insieme, compensassimo
il nostro bisogno di vitto e alloggio. Andai a lavorare per lui a
undici anni. Prendevo trenta dollari al mese, avevo il mio letto
nella baracca e tre pasti semplici e abbondanti al giorno.
Sono cresciuto nell'azienda di famiglia. Sono stato allevato a
Holm Lodge. Alcuni dei nostri ospiti lo chiamavano Crossed
Sabers Ranch, il ranch delle Spade Incrociate, perch questa 
la sua insegna. E il ranch per turisti pi vecchio del Wyoming;
la sua ragione sociale  questa dal 1898. Quando negli anni Sessanta
i miei genitori lo rilevarono, vi erano state aggiunte altre
costruzioni, c'erano le lampadine elettriche e le stufe a propano
in tutti i bungalow, ma la terra era rimasta la stessa: l'alto plateau
di Yellowstone, a cavalcioni del Continental Divide, le cui
acque si perdevano a est e a ovest.
 facile per me ricordare la terra. Chiudo gli occhi e mi sento
avvolgere dal caldo di mezz'estate. Vedo le farfalle nere come
il catrame all'opera nei pascoli lungo lo Shoshone River,
con i fili d'erba che hanno le punte spesse come chicchi. Annuso
i calici bianchi pronti a fiorire, gli effluvi di lavanda, il debole
profumo delle castilloe rosso sangue, l'odore intenso dei
banchi di salvia nana. Riesco a portare la mia memoria sul dorso
dei grandi massi e ad ascoltare i miei stivali strusciare contro
i licheni neri, ruggine e giallo pannocchia, che li coprivano.
Quando ero ragazzino sapevo che il lodge si trovava a sei miglia
dall'entrata est del parco di Yellowstone. Sapevo che si trovava
sopra la Shoshone National Forest, ma non sapevo di vivere
sul pi vasto terreno non recintato dei quarantotto stati
che compongono il corpo centrale del mio Paese. Questo l'ho
imparato quando sono diventato uomo. Da ragazzino sapevo
soltanto che potevo muovermi liberamente su quella terra. Se
mi chiedevano dove vivevo, rispondevo: Wyoming. Intendevo
l'angolo nordoccidentale dello stato che comprendeva parti
dell'Idaho e del Montana. Intendevo la regione geografica, una
parte della terra incontaminata e selvaggia.
La costruzione principale del lodge - sala da pranzo, bar, cucina,
ufficio, salone - ha la forma di una lunga L spuntata. Si trova
su un pianoro a ovest del Libby Creek; sul passaggio alluvionale
di detriti che il torrente ha depositato tra la cresta orientale e
quella occidentale. La punta dell'edificio e la sezione pi lunga
sono posizionate in modo tale da ricevere il sole di piena estate.
L'intera costruzione  all'incirca ventiquattro metri per dodici e
realizzata con travi di legno. Il fianco della montagna che si erge
di fronte al lodge  coperto di salvia ed erbe selvatiche. Quasi
nascosta nella sua cresta c' una zona coltivata a pioppi le cui
foglie tremano argentee e verde mela nella brezza pi leggera, nel
semplice flusso delle temperature dell'aria mentre il sole si alza e
cade tracciando un arco nel cielo. Dietro il lodge e lungo il
torrente c' la fitta striscia smeraldina di pini e abeti. Al tramonto
ogni singolo abete lancia un'ombra scura perfettamente triangolare
verso est. Mi piace starmene sotto l'ombra degli alberi a
osservare i rami pi vicini al cielo che si piegano nel vento, ognuno
con il suo carico di grappoli compatti di coni. Rimarrei l ad
aspettare per vedere un cono cadere, per riuscire magari a essere
presente nell'istante in cui tocca terra.
Ci sono un gruppo di cabine con la doccia, un dormitorio
per le ragazze, il fienile, la selleria, un'officina, dei magazzini
per i viveri, una baracca e oltre venti bungalow per gli ospiti.
Sono sistemati sulle due sponde del Libby Creek per un quarto
di miglio. Noi della famiglia - madre, padre, fratello e io - i
mandriani, le ragazze che tengono in ordine i bungalow, i taglialegna,
i tuttofare e il cuoco, mangiavamo tutti insieme seduti
a un lungo tavolo in una stanza sul lato orientale del lodge.
La stanza si apriva sulla veranda, aveva un caminetto a nord e
una serie di finestre che si affacciavano sul torrente. La chiamavamo
la Stanza Selvaggia. Mi piaceva quel nome, mi piaceva
pensare a me come a un ragazzo rude e senza regole. A mangiare
in genere eravamo una quindicina. Tanti erano i selvaggi che
occorrevano per provvedere all'intrattenimento e al comfort
dei nostri ospiti. Nei mesi estivi i turisti con cui ogni giorno
avevamo a che fare sfioravano il centinaio.
I nostri ospiti erano proprietari di pompe di benzina del
New Jersey, membri del Congresso newyorkesi, agricoltori dell'Iowa,
giudici, attori, idraulici, europei che avevano letto di
Buffalo Bill e Toro Seduto e desideravano provare di persona
l'ebbrezza del West americano, pensionati e neoassunti. Venivano
da noi per pescare, andare a caccia e cavalcare. Arrivavano
con i loro diversi accenti, i loro modi, le loro storie. Intrecciavano
parti della loro vita alla storia della mia adolescenza.
Portavano notizie del mondo in una variet di lingue.
Nessuno chiedeva mai perch non avessimo televisori, n
quotidiani. Venivano per ci che mio fratello e io davamo per
scontato. Venivano per vivere l'anacronismo che noi consideravamo
la nostra vita normale.
Quando arrivammo sul posto l'energia elettrica era fornita
da un generatore a diesel chiuso in un piccolo capanno di legno
dietro la costruzione principale. La prima iniziativa d'affari
di mio padre fu vendere quell'aggeggio a una compagnia petrolifera
e allacciarsi alla Rural Electric Association. Distante,
alle spalle dell'edificio, c'era una ghiacciaia per tenere al fresco
i viveri d'estate. Non la usavamo, ma si trovava in buone condizioni.
Effettuavamo e ricevevamo le nostre telefonate su una linea
che dividevamo con altri otto utenti.
L'edificio principale era riscaldato da quattro caminetti, tutti
alti un metro e di poco pi larghi. Quasi tutte le mattine d'estate
erano tanto fredde da trasformare il nostro fiato in vapore.
Io o mio fratello ci alzavamo alle quattro per accendere un
fuoco nella sala da pranzo. Mia madre riteneva che dovessimo
dare ai nostri ospiti la possibilit di fare colazione senza il
cappotto e il cappello. Era dell'avviso che chi pagava le uova aveva
il diritto di farsele servire scongelate.
Noi andavamo a piedi o a cavallo. Gli attrezzi che si trovavano
nell'officina non avevano bisogno di corrente elettrica. C'erano
un coltello a doppio manico, trivelle a mano, lisciatoi, accette,
scalpelli, martelli, asce, seghe, pialle e slitte. Uno dei primi acquisti
di mio padre fu una motosega. Quando ero fuori con lui a
tagliare la legna non si stancava mai di mandare su di giri il motore,
e sulla sua faccia si dipingeva un finto stupore quando chiedeva
a bassa voce: Da dove arriva questo rumore?
Per un ragazzino  pi facile ricordare gli oggetti quando pu
effettivamente metterci sopra le mani. Nell'edificio principale
ricordo le porte chiuse con le corna di alce. Le sedie e le librerie
fatte con legni nodosi e pali, i sedili di cuoio e bamb intrecciati.
Le teste di bufalo inchiodate sopra le porte di sala da pranzo,
ufficio e Stanza Selvaggia. Una panca ricavata da un pino di
quaranta centimetri di diametro, segato longitudinalmente per
tre metri e mezzo di lunghezza. Un tacchino impagliato dentro
una vetrina. Pezzi di agata e legno pietrificato grandi come teste
fissati ai caminetti con la malta. Un'aquila reale impagliata, le ali
spiegate, sospesa a un filo e libera di roteare nel punto pi alto
del soffitto. C'erano trofei di alci, cervi, wapiti, antilopi e pecore
di montagna. E pelli di orsi e puma appese alle pareti. I corpi
interi di gufi e di una trota. Le maniglie dei cassetti fatte con le
estremit segate del palco di un cervo. L'asta della tenda sostenuta
da ramificazioni biforcute. I vetri delle finestre soffiati artigianalmente
e irregolari come lastre di ghiaccio.
Sulla cresta del rilievo occidentale c'era un gazebo fatto con
pali e assi. Era il posto migliore dove sedersi la sera, soli, a guardare
i movimenti di ombre e luci che le montagne proiettavano al
tramonto. Lontano dalle labili rughe dei pini scuriti dall'ombra,
le creste diventavano brillanti. La parete rocciosa della Sleeping
Giant Mountain, pennellata dai raggi del sole, appariva bianca
come l'acqua. E infine c'erano le ultime lame grigie di luce debole
come bruma, la sfocatura della sera e la notte.
Quando di notte le luci erano spente tutto sprofondava nell'oscurit.
Se la luna era nuova, l'oscurit poteva farti andare a
sbattere di buon passo contro il tronco di un pino. Non c'erano
i rumori del traffico. Scendendo a valle il Libby Creek che
scorreva nel suo letto di pietre la notte sembrava gonfiarsi e costituiva
l'unico suono costante. Poi si alzava un vento che catturava,
sollevava e rantolava nella foresta di aghi di pino intorno
a noi. Produceva un boato che a chi lo ascoltava faceva
temere l'avvicinarsi di una massa d'acqua pi grande; il lampo
raccolto di un'inondazione. Imparavo a distinguere le costellazioni
sedendomi sotto la volta celeste della notte. Avevo imparato
a conoscere le diverse voci delle famiglie separate di coyote
che frequentavano il nostro torrente. Conoscevo le fasi della
luna meglio dei giorni che compongono i mesi.
Conoscevo i cavalli come la mia famiglia. Quando non li facevamo
uscire per un'escursione settimanale, carichi di provviste,
attrezzature da campeggio, tende di tela, insieme ai nostri
ospiti, li facevamo lavorare al ranch. C'erano sempre le passeggiate
a cavallo di una giornata, di mezza giornata, e anche di
una o due ore. Li prendevamo, li usavamo, e li riportavamo indietro
nella torta di letame scalda-reni dei recinti, nel tondino
consumato fino alla polvere. I cavalli caracollavano, si fermavano,
si scuotevano e giravano come se fossero attaccati a una
macina. Quando non li avevo vicino mi sentivo estraniato dal
mondo. Quando non li avevo vicino non bastava a consolarmi
il rumore del torrente. Senza il loro calore mi sentivo gelare.
Nei brevi momenti di calma tra una cavalcata e l'altra, mi appoggiavo
al recinto e li osservavo agitarsi come un branco di
balene imprigionate, piccole e multicolori, che sbuffano per la
loro compromessa galleggiabilit. Quando mi muovevo verso
di loro, si voltavano nella mia direzione, rovesciavano gli occhi
mostrandomi le cornee bianche e facevano vibrare le orecchie.
Erano abituati a vedermi e sentirmi. Ero il ragazzo che cavalcava i loro cuori.
Si allontanavano da me, si separavano, sbuffavano e si
ricompattavano nella mia scia. Li addestravamo a presentarsi
porgendoci la testa. Avevo camminato nei recinti di altri uomini
e avevo imparato a distinguere gli asini dal modo in cui i loro
cavalli bighellonavano.
Era il mio lavoro quotidiano ricordare ai nostri cavalli l'unione
tra uomo e cavallo, radunarli, imbrigliarli, spazzolarli,
curarli, toccarli, montarli, montare i pi giovani pi e pi volte
fino a convincerli che ero parte di loro e gli altri uomini parte
di me. Erano i cavalli di mio padre. Io ero il figlio di mio padre.
Quando avevo dodici anni uno dei cowboy pi anziani con cui
lavoravo mi offr di provare del tabacco da masticare dolce e
tagliato lungo. Beech-Nut originale. Tenne aperto il sacchetto
rosso e bianco, e io presi una palla di quella roba e me la piazzai
nella guancia. Sorrisi. L'uomo si volt e si diresse verso la selleria.
Sotto la lingua sentivo la calda pozza del succo. Mi voltai per
sputare, e quando mi rigirai per ringraziarlo, scoprii che stava
barcollando; che mentre si allontanava la terra si era sollevata
contro di lui. Risi. L'aria lampeggiava. Mi venne da vomitare,
inciampai e ce la misi tutta per mandare gi il mucchietto. Mi
ritrovai carponi. La temperatura si alz. I vestiti erano infradiciati
e io caddi su un fianco e vomitai. Aprii la bocca per invocare
aiuto e ne usc un altro conato. Le fibre del tabacco mi si erano
incastrate in gola e le estrassi, una alla volta, gettandole lontano.
Volevo raggiungere la baracca. Volevo bere dell'acqua. Arrancai
girando su me stesso all'interno del recinto. Rotolai nel letame.
Andai a sbattere la testa contro le assi inferiori dello steccato.
Avrei potuto appiattirmi e strisciare sotto, ma non mi pass per la
mente. Stavo cercando il cancello. Non ero pi un ragazzino. Ero
nei guai, un puledro nauseato, in trappola. L'uomo mi trov e mi
trascin al torrente. Mi sostenne mentre sfogavo gli ultimi conati
e mi lavavo la faccia. Mi chiese che cosa stessi pensando. Gli dissi
che pensavo di essere un cavallo, e lui sorrise, e mi disse che, sicuro
come l'oro, la puzza era quella.
La sera facevamo pascolare i cavalli fuori dai recinti, li guidavamo
per la stretta vallata dove vivevamo e li lasciavamo
mangiare e girare liberamente. Tutti, tranne i cavalli che ci servivano
per tenere le mandrie, i puledri, quelli di quattro e cinque
anni che avevano ancora bisogno delle istruzioni di cavalieri
esperti.
I capi dei diversi gruppi portavano campanacci di rame grandi
come pugni assicurati alle loro gole con delle strisce di cuoio. Li
facevamo passare davanti ai bungalow. Gli ospiti stavano sulle
verande con i loro bimbi piccoli stretti al fianco. Li portavamo a
tre miglia sopra i bungalow. I loro zoccoli ferrati sollevavano
scintille dalle pietre che facevano schizzare da ogni parte. La
terra appena arata emanava un odore acre e pungente di muffa,
liberato dagli aghi di pino schiacciati e spezzati. Il rumore
prodotto dal loro passaggio s'infrangeva contro il versante della
montagna, saliva fino alla cresta, si arricciava e tornava verso di
noi. Mi sentivo eccitato in mezzo a loro, grande e grosso come
quelle tonnellate di muscoli riscaldati. Li lasciavamo andare a
pascolare tra le fenditure e le pendenze della giovane catena
montuosa, e riconducevamo i puledri caldi ai recinti, spargendo
il fieno perch lo potessero mangiare durante la notte.
La mattina, prima delle sei, li riunivamo - gli altri cowboy e
io -, cavalcavamo nell'oscurit, l'orecchio teso ai campanacci,
costringendo i singoli drappelli a unirsi in una massa disordinata.
Ogni campanaccio era impostato con un tono diverso e
mentre li trasferivamo gi nel senso della corrente, producevano
una melodia primitiva. Li spingevamo in branco a tuonare
attraverso la frana, il ghiaione e la rapida, impossibilitati a scendere
o a salire il paesaggio indomito con le sue aspre pendenze,
alle spalle dei recinti, dove trascorrevo la giornata a rivivere il
loro connubio con me, dimostrandomi utile al mondo.
Era un ragazzino, e credevo profondamente nelle capacit
visive dei cavalli. Credevo che non ci fosse nulla che potesse
sfuggire ai loro occhi. Credevo che avere un cavallo tra le gambe,
fondere le mie pulsazioni, il mio sangue e le mie energie ai
suoi, migliorasse la mia visione. Facesse di me un profeta. Per
me loro erano le pupille pomellate, saure, roane, baie e nere
negli occhi di Dio.
Ero un ragazzino. Il primo cavallo che mi diedero da cavalcare
era un castrone di buon carattere che si chiamava Boots,
stivali. Era un cavallo che si faceva sellare senza muoversi di
un millimetro, tuttavia non cos docile da sobbarcarsi una giornata
di lavoro se non ne aveva voglia. Era di mezz'et, con le
ossa grandi e utilizzabile in svariate mansioni. Il nome gli era
stato dato per via delle balzane bianche che gli coprivano gli
arti anteriori, mentre il resto del mantello era marrone, dell'identica
tonalit della sella, e la criniera e la coda si presentavano
pi scure. Possedeva il vigore grezzo ed esuberante di un
qualunque giovane energumeno di campagna. Pensavo a lui
come a un cugino sfortunato e leggermente ritardato. Lo consideravo
il mio cavallo con le rotelle.
Ma Boots mi permetteva di lavorare con gli uomini nelle
escursioni a cavallo e nelle spedizioni di trekking. E poi era un
cavallo, e questo lo poneva al di sopra di cani, gatti e della maggior
parte delle persone che conoscevo. Aveva un'andatura cos
disarmonica che solo un ragazzo poteva lanciarlo al galoppo
senza spaccarsi l'osso del collo. Un adulto sarebbe finito direttamente
da un chiropratico.
Legavo le redini di Boots al palo e mi davo da fare per sistemare
il sottosella imbottito di crine e la coperta in modo da farli
scendere dal garrese perfettamente in linea su entrambi i
fianchi. Dovevo avvicinarmi a lui con la sella rovesciata e tenuta
in equilibrio sopra la testa. La sollevavo in aria, come fa un
sollevatore di pesi quando spinge il bilanciere sopra la testa; un
passo avanti, le braccia completamente distese e poi la lasciavo
cadere sulla sua groppa.
Per stringere la cinghia che gli correva sotto la pancia dovevo
dargli la schiena, farmela passare sopra la spalla, e tirare opponendomi
al suo peso, fissare il sottopancia pi stretto, ancora
pi stretto, tenendo le piccole spalle piegate sotto la sua
pancia calda e fiduciosa. Se dovessi trovare un paragone capace
di rendere quello sforzo, penserei a un adulto cui venisse chiesto
di trascinare un grosso blocco di pietra tirando la corda con
cui  stato legato. Era un lavoro del genere.
Se non ero nei paraggi della veranda della selleria o di un
ceppo, afferravo il ginocchio sinistro e lo tiravo verso la spalla,
guidando poi il piede nella staffa. La staffa penzolava all'incirca
all'altezza della mia spalla. Per montargli in groppa mi aggrappavo
goffamente alle cinghie della sella.
Sembri un maledetto scimpanz che cerca di farsi un elefante
diceva mio padre.
Io pareggiavo le redini e mi allontanavo con Boots dal palo a
cui l'avevo legato. In genere ero un po' a corto di fiato, ma una
volta in groppa, tiravo in fuori le punte, e gli premevo leggermente
gli speroni sui fianchi, ero impermeabile alle critiche. E
non credevo che mio padre potesse cavare molto lavoro da una
scimmia, anche se fosse stata pi grande di me.
Lui teneva il suo cavallo di fianco al mio e, come per scusarsi,
alzava gli occhi al cielo e diceva: Penso che ti terr. Abbassava
lo sguardo su di me e aggiungeva: Ormai sei in grado
di vestirti da solo, e riesci anche a non cagare vicino alla cucina.
Sorrideva. Io rispondevo al suo sorriso e andavamo a lavorare.
Quando eravamo a cavallo era il momento in cui mio padre
mi piaceva di pi.
A Natale o per il compleanno ricevevo nuove coperte da sella,
a volte redini o pettorali, speroni, e una volta un paio di gambali
di pelle d'alce. I giocattoli si adattavano al mio lavoro. Il lavoro
divenne il mio gioco. La passione per i cavalli mi liber. Furono i
cavalli che mi permisero di superare la cotta che avevo per me
stesso. Venni incoraggiato - nella necessit - a essere uomo, a
fare un lavoro da uomo; a crescere e diventare qualcosa di pi
aperto, saggio e generoso di un ragazzino. Volevo crescere in
fretta. Volevo sotto di me cavalli pi caldi, pi veloci. E li ebbi.
Per due inverni portammo i cavalli a pascolare sui McCullough
Peaks a nord-est di Cody. I Peaks sono un territorio
aperto, frammentato di zone calanchive, prati erbosi e colline
che si fanno largo e cadono in arabeschi di erosioni brutali e in
gran parte senza alberi. Le sorgenti sono poche. In ottobre toglievamo
i ferri dagli zoccoli dei nostri cavalli e li conducevamo
nel sole pallido e nel vento dei Peaks. Autunno e inverno erano
le stagioni in cui tornavano padroni assoluti della loro vita e
della loro morte. Nei McCullough Peaks si mescolavano alle
mandrie di cavalli selvatici e correvano senza pi compiti n
doveri, e quando era necessario combattevano per affermare la
loro dignit. Quando in maggio li radunavamo di nuovo erano
diventati sospettosi come cervi e altrettanto orgogliosi. Non
avevano pi l'odore che hanno i cavalli addomesticati. Quello
del cuoio era completamente scomparso. Il loro sudore non
aveva pi la dolce traccia del grano coltivato. Avevano un odore
selvatico. Come la salvia. Come la terra. Come l'acqua che
sgorga dalla terra. I loro zoccoli non erano macchiati dal loro
stesso piscio e dal letame del recinto. I loro mantelli erano
infoltiti e lunghi, il crine esterno di protezione catturava il sole
che li avvolgeva in un'aura luminosa; le criniere e le code erano
intrecciate, aggrovigliate in treccioline rasta.
Li conducevamo per cinque miglia dentro Cody, lungo la
strada principale della citt, per uscire a ovest, risalire il fiume,
verso il lodge, per un totale di cinquanta miglia. Loro si ritraevano,
sbuffavano e si mordicchiavano i garresi a vicenda, scalciavano,
recalcitravano, e finalmente si allineavano nel canale
di prestito per la lunga marcia verso una vita di avena, lavoro e
ferri d'acciaio nuovi di zecca.
Quando avevo undici, dodici anni, cavalcavo al centro dell'autostrada,
arrancando a un centinaio di metri di distanza
dietro la mandria di cavalli. Li vedevo sparpagliarsi e raggrupparsi,
facendo avanti e indietro sul macadam. Gli uomini tenevano
la rotta verso ovest. Il rumore di centinaia di zoccoli sull'asfalto
rotolava fino a me. Sentivo le vibrazioni provocate dal
nostro passaggio. Se chiudevo gli occhi era come se cavalcassi
sull'onda di una grandinata. Agitavo un fazzoletto rosso legato
a un bastone verso le macchine che sopraggiungevano. Mi avvicinavo
con il mio cavallo ai loro radiatori. Urlavo agli autisti.
Chiedevo di rallentare. Spiegavo che nel Wyoming i cavalli
hanno sempre la precedenza.
Ricordo un giovane su un Maggiolino Volkswagen giallo con
la targa del Rhode Island, in compagnia di una ragazza. Mi fece
il pelo suonando il clacson. Il mio cavallo scivol sull'asfalto e
per poco non cadde. I cavalli che mi precedevano occupavano
l'intera carreggiata dell'autostrada, e lui s'infil nella mandria
pronto a frenare. Stava alle loro calcagna, strombazzando, le
luci degli stop che lampeggiavano. Ricordo che avevamo un
sauro con le gambe lunghe. Era estremamente docile al morso,
poteva essere montato o usato per il trasporto. Se gli mettevamo
in groppa un bambino si teneva a debita distanza dagli alberi,
per non correre il rischio che si sbucciasse le ginocchia. Si
chiamava Sterling. Il tizio del Rhode Island pressava Sterling
da vicino con la sua macchina gialla. Il clacson produceva una
sirena costante. Sterling si ferm e si gir su se stesso. Le sue
orecchie erano dritte. Rimase immobile per un istante e poi
mont sul cofano dell'automobile. Il metallo si sollev su entrambi
i lati, come un paio d'ali, fino ai suoi garretti. Lui era serafico.
Si stava semplicemente togliendo di mezzo per lasciare
via libera all'automobile. Allung la testa e il collo verso il fiume
e sbuff.
Quando sal sopra il tetto della Volkswagen tutti i finestrini
esplosero in frantumi e caddero sull'asfalto. Il clacson smise di
suonare. Scendendo, il cavallo fece saltare via il parafango posteriore
e quindi trotterell a lato della carreggiata, s'infil nel canale
di prestito e riprese il cammino verso ovest. La macchina gialla
rimase ferma, come risentita. Mentre la superavo di nuovo ricordai
all'uomo seduto al volante che nel Wyoming i cavalli hanno il
diritto di precedenza. La sua amica alz una mano in un movimento
convulso e annu. Stava ridendo. Ma cercava di non darlo
a vedere. Con l'altra mano si sosteneva il seno.
Le escursioni pi lunghe cominciavano dopo il Quattro di
luglio, quando le nevi si erano sciolte liberando i valichi e l'acqua
alta era limpida. Mi piaceva stare sulle montagne per una
settimana attorniato solo da gente a cavallo, con nelle orecchie
soltanto i rumori dei passi e della pioggia, lo stridio del cuoio e
della canapa, il crepitio di un fuoco. Non mi preoccupava il fatto
che la gente si lasciasse scappare di mano le redini, perdesse
il cappello o si lamentasse del male alle ginocchia e al sedere.
Eravamo insieme in mezzo alle montagne, ed eravamo con i cavalli.
Sapevo che entro la fine della settimana ognuno di quegli
stranieri avrebbe imparato a stare pi agevolmente in sella a un
cavallo. In una sola settimana, quale che fosse la sua storia personale,
avrebbe imparato anche a stare meglio con se stesso.
Gli attori portavano l'acqua. Gli uomini del Congresso tagliavano
la legna. I giudici davano una mano a smontare il campo.
Gli agricoltori identificavano i fiori selvatici e gli uccelli canterini.
Molti dei nostri accampamenti venivano posizionati ai margini
di un bosco di pini, dinanzi allo spazio aperto di un pascolo. A poca distanza dovevano esserci una sorgente e un piccolo
ruscello. I nostri ospiti pescavano, scattavano fotografie e si
stendevano sull'erba. Io osservavo i cavalli. Conoscevo i loro
nomi. Il loro carattere. La loro categoria d'appartenenza; alcuni
erano cavalli da donna, altri tolleravano uomini rozzi e impacciati,
altri ancora moltiplicavano le attenzioni quando erano
montati da bambini senza esperienza. Alcuni potevamo impiegarli
solo nel trasporto. Altri avevano gli arti posteriori particolarmente
sensibili e potevano scalciare. Altri ancora non tolleravano
di essere accarezzati sulla testa. C'erano cavalli che dovevano
essere impastoiati perch altrimenti di notte ci
avrebbero lasciato. Altri che anche impastoiati riuscivano a
spostarsi come cavalli a dondolo e li ritrovavamo il giorno seguente
a miglia di distanza. Alcuni avevano la tendenza a disarcionare
il cavaliere. Avevano tutti caratteristiche e caratteri particolari,
ma in misura maggiore o minore, potevano essere tutti
nervosi, curiosi, pigri, pazzi, spaventati.
Di notte uscivo spesso dalla mia tenda e mi sedevo a gambe
incrociate sull'erba vicino al mio cavallo di picchetto. Mi
confortava ascoltare i suoi passi attenti, i fili d'erba che venivano
tirati e strappati, il ruminare cadenzato dei suoi denti. Se la
luna era quasi piena a volte potevo vedere sul pascolo le sagome
dei cavalli. Ascoltavo i loro campanacci. Mi domandavo
quanto lontano avrei dovuto spingermi la mattina per riportarli
al campo. Se era una notte chiara trascinavo la stuoia e il mio
letto arrotolato fuori dalla tenda e dormivo all'aria aperta, sotto
la volta di stelle, il pi vicino possibile a un cavallo. Se i cavalli
erano nervosi, o avevo scorto tracce di orso, dormivo tenendomi
accanto un fucile. Le tende erano piene degli ospiti di mio
padre. Ero responsabile della loro incolumit.
Nell'ultimo periodo d'estate, quando faceva pi caldo, spesso
piantavamo le tende nei pascoli dell'Eagle Creek. Il nostro
accampamento si trovava all'imbocco di una lunga e stretta vallata,
e i campi si allargavano nella parte finale della valle per
quasi mezzo miglio, accompagnando per circa due miglia il
corso dell'Eagle Creek. Le montagne si alzavano improvvisamente
con picchi e alberi su entrambi i lati del pascolo, e il torrente
serpeggiava e si appiattiva, a perdita d'occhio nell'erba
alta fino alla cintura. Mio fratello e io cavalcavamo fino al torrente.
Ci liberavamo di vestiti, selle, stivali, redini, e rimontavamo
in sella come natura ci aveva fatto, i talloni nudi contro le
costole nude, le chiappe serrate sulle spine dorsali calde e crinite
dei nostri cavalli, e cavalcavamo rigidi nell'acqua.
Sui tratti brevi e diritti gli animali procedevano con cautela,
dandoci l'impressione di camminare su teschi di topo, la pancia
affondata nell'acqua, gli zoccoli che succhiavano il fondo
ghiaioso. E nelle curve, l'acqua si allargava e si approfondiva in
un verde smeraldino scuro contro le sponde cariche d'erba verde,
ed eravamo costretti a nuotare. Ci aggrappavamo ai ciuffi
di crini alla base della criniera dei nostri cavalli e riemergevamo
verso il sole, trascinati lentamente mentre loro si staccavano
momentaneamente da noi, rinfrescandosi nell'acqua, cos che
l'unico contatto rimaneva quello dato dal nostro calore. Uscivamo
sotto il sole gocciolanti, la pelle d'oca, i sorrisi selvaggi.
Ridevamo. Non riuscivamo nemmeno a parlare. Tiravamo i cavalli
di nuovo in acqua.
Pi o meno nel periodo in cui mio fratello e io compivamo
rispettivamente quattordici e quindici anni, ci venne affidata la
conduzione delle escursioni a cavallo di quattro o cinque giorni.
Se i turisti erano dieci, ci portavamo dietro venti cavalli, compresi
quelli adibiti al trasporto delle cose necessarie. Ricordo le loro
facce. Le espressioni dubbiose, preoccupate, si domandavano
per quale motivo venivano spediti in montagna con dei ragazzini.
Non sapevano che avremmo dato la vita per loro.
Nel giro di due giorni avrebbero cominciato a rilassarsi. A
quel punto ci avrebbero visto guidare la carovana, tirare su le
tende di tela con traverse e pali di legno che noi stessi avevamo
tagliato e legato. Ci avrebbero visto distendere i loro rotoli di
coperte, trasportare l'acqua e la legna, mettere in funzione una
cucina. Avrebbero mangiato bistecche, verdura fresca, una torta
di mandorle inventata l per l da mio fratello che poi l'aveva
messa a cuocere in una stufa a legna d'acciaio, di quelle pieghevoli.
Avrebbero finito il loro caff del mattino e ci avrebbero
osservato mentre facevamo riapparire come per magia i cavalli
scomparsi nella notte, smontavamo l'accampamento, ricaricavamo
i panieri con le scorte e li aiutavamo a rimontare in sella,
pronti per ricominciare la marcia, ben nutriti, riscaldati dal sole,
incolumi.
Non sapevano chi eravamo. Non sapevano che eravamo ragazzi
cresciuti insieme ai cavalli. Che leggevamo il pericolo negli
occhi grandi e scuri di questi animali. Che annusavamo la
terra e il vento che la spazzava, con le narici allargate. Che sentivamo
il peso dell'acqua del fiume contro le nostre gambe e il
nostro stomaco, che i nostri piedi diventavano zoccoli che scivolavano
alla ricerca dell'equilibrio sulle rocce tonde e coperte
di muschio dei letti dei torrenti. Non sapevano che mordicchiavamo
il mondo con labbra morbide e spesse.
Quando li riportavamo indietro sani e salvi venivano verso
di noi e ci stringevano la mano. Sorridevano e ci tenevano stretti
al loro fianco chiedendo ai nuovi amici di immortalare nelle
foto quei momenti. Prendevano in considerazione nuove possibilit
per i loro stessi figli, e ci giocavano insieme, e scompigliavano
loro i capelli mentre si avviavano alle docce calde, e mio
fratello e io tiravamo gi le selle e i carichi e riportavamo i cavalli
nei recinti.
Nei giorni in cui andavamo in montagna mi capitava spesso
di avere un'ora libera dopo pranzo. Mi sdraiavo nell'ombra che
il fienile proiettava su un lato dei recinti, vicino al rumore e all'odore
dei cavalli. Mi preoccupava l'amore che nutrivo per loro.
Guardavo nei recinti e li osservavo immoti in piedi con le
teste chine nell'aria ferma e soffocante. Immaginavo i recinti
vuoti. Mi domandavo cosa sarebbe stata la mia vita senza i cavalli,
e poi chiudevo gli occhi e ricostruivo una fantasia che mi
rendeva felice. In questo sogno pomeridiano ero a cavallo, in
groppa a un sanguemisto, abituato alla sella, senza ferri. Lo immaginavo
libero e fiero, sferzato dal vento. Lo immaginavo veloce.
Sentivo lo schiaffo del mondo contro di noi mentre ci
muovevamo. Ero un ragazzo che cavalcava selvaggiamente nei
suoi sogni. Ero un ragazzo che rimaneva sorpreso dai propri
sogni, imbarazzato dal proprio corpo ancora glabro, sostenuto
da due gambe sottili.
Il pomeriggio mi occupavo dei puledri; li domavo seguendo
una routine. Li incavezzavo. Li accarezzavo lungo il collo e sotto
la pancia. Li pizzicavo sui fianchi. Sollevavo le code. Ne controllavo
la dentatura. Parlavo con loro. Spazzolavo loro la
groppa, il garrese, il dorso e le zampe con un sacco di iuta vuoto.
Loro indietreggiavano e sbuffavano, si voltavano e finalmente
si rendevano conto che non si erano fatti male. Li imbrigliavo.
Li guidavo. Li sellavo. Ricordavo loro che ci mettevano
insieme perch ci rendessimo utili.
A volte, quando montavo in sella a un cavallo giovane, questo
s'imbizzarriva, slanciava le gambe in aria e a terra, e di nuovo,
si contorceva, grugniva, urlava la sua frustrazione, determinato
a divincolarsi da me. Se non mi lasciavo disarcionare, alla
fine si rassegnava, si arrestava tremante, sudando il suo caldo e
dolce odore. Allora spostavo il mio peso, e lo facevo sgambettare,
in larghi girotondi. Gli assestavo un colpetto sul collo con
un frustino, corto e piatto, per rinforzare la pressione delle redini.
Prima da una parte, e poi dall'altra. Lo facevo fermare. Ripartire.
Mi sentivo un po' miserabile per averne addomesticato
la naturale avventatezza.
Ogni autunno, a met ottobre, smontavamo il nostro campo da
caccia sul Mountain Creek. Si trovava a circa trenta miglia oltre
l'Eagle Pass, oltre il pi piccolo spartiacque del Dike Creek.
Per dare una mano dovevo saltare la scuola una settimana. In
genere eravamo in sei o sette e portavamo con noi almeno trentacinque
cavalli da soma. I cavalli da soma non vengono imbrigliati.
Portano una museruola di fil di ferro che impedisce loro
di pascolare. Un uomo fa da guida, e gli altri si dispongono intervallati
lungo la colonna per tenere i cavalli allineati, farli
muovere alla stessa velocit e controllare se cade un pacco; per
essere pronti in caso d'incidente.
L'autunno dei miei quattordici anni lasciai il Mountain
Creek in sella a un giovane roano blu. Il suo nome era Sky,
cielo. Quando lo montai sapevo gi che era malato. Gli gocciolava
il naso e aveva la diarrea. Sentiva caldo e inciamp nel
torrente quando radunai i cavalli nel pascolo vicino al campo.
Mi ero ripromesso di fare presente la cosa a mio padre, ma il
tempo non prometteva nulla di buono, e io cercavo di essere
un aiuto pi che un problema. Sapevo che per cavalcare avrei
dovuto imbrigliare un altro dei cavalli giovani, ma saremmo
partiti troppo tardi. Le tende erano ghiacciate e per piegarle in
quadrati sufficientemente piccoli da poter essere caricati sui
cavalli dovemmo batterle con lunghi legni da ardere. Aveva cominciato
a nevicare. Decisi che Sky era un cavallo impacciato
come tanti altri. Mi convinsi che il problema era tutto l.
Cavalcavo in coda alla colonna e gli tenevo la testa sollevata.
Mio padre era sei cavalli pi avanti, poi venivano, a intervalli
regolari, Gordon, John e Phil, con Claude in testa. I cavalli sapevano
che stavamo tornando a casa. Si spingevano gli uni con
gli altri nel bosco e si sparpagliavano nei pascoli abbandonando
la pista, cercando di eludere la sorveglianza degli uomini
che li precedevano.
Sky cominci ad arrancare sullo spartiacque del Dike Creek.
Io lo spronai con maggiore decisione. Nei grandi pascoli sulla
pista del Mountain Creek cominci a respirare affannosamente
e a tossire. Quando scoreggiava si schizzava di merda la parte
posteriore. Lo frustai con le redini per non fargli perdere il
contatto con gli altri. Le nuvole si spostarono e la Pinnacle
Mountain e l'Eagle Peak a nord, che svettano sopra i tremila
metri, splendettero chiari con la loro nuova coperta di neve.
All'attacco dell'Eagle Pass, Sky cerc due volte di lasciarsi
andare a terra. Volt la testa verso la spalla sinistra e pieg le
ginocchia. Entrambe le volte usai gli speroni per farlo proseguire.
Lo sentivo sempre pi incerto tra le mie gambe, provato
dallo sforzo.
Arrivati in cima al passo, smontai e lo legai al ramo di un pino
striminzito. I suoi occhi erano opachi e fuori fuoco. Non si
gir nemmeno a guardare la carovana che si allontanava da noi.
Mi spostai sul lato sottovento del pino, come se avessi dovuto
pisciare, e mi ci appoggiai con la schiena. Mio padre si volt. Io
lo salutai con un movimento del braccio e li osservai scollinare.
Sky faceva il possibile per respirare. Lo raggiunsi e lui accenn
un nitrito, gli strofinai il naso e mi resi conto che tenendo per
me quelle sensazioni negative avrei potuto uccidere il cavallo.
Ero a due tornanti dal resto del gruppo. Camminavo lentamente
e guidavo Sky. Lui opponeva resistenza, tirando le redini
nel senso opposto. Quando raggiungemmo il tratto finale del
passo sentii gli uomini gridare, i cavalli strillare e nitrire, il tambureggiare
degli zoccoli. Due cavalli da soma mi vennero incontro
risalendo il sentiero. Stavano correndo e scalciando in
aria. Io agitai le braccia e li feci ritornare indietro, tagliando un
tornante gi per il pendio, fino a incrociare di nuovo il sentiero
pi in basso. Loro si accovacciarono sulle cosce, scivolarono
segnando il terreno e scomparvero tra gli alberi. Passai le redini
di Sky intorno al tronco di un albero caduto e mi lasciai scivolare
sul fondoschiena finch i miei talloni non urtarono la superficie
solida del sentiero, poi feci qualche passo e tagliai un
altro tornante pi gi. Incontrai mio padre che stava tornando
indietro. Il suo cavallo muoveva la testa a scatti e scalciava mordendo
il freno, impaziente di riprendere la corsa.
Dov' Sky? mi chiese.
L'ho lasciato su.
Tienilo qui. Smont dal suo cavallo, un baio magro dall'andatura
impeccabile che chiamavamo Secret, e mi pass le
sue redini.
Cos' successo?
Siamo finiti in un nido di calabroni. Si volt e cominci a
risalire il sentiero accelerando il passo in una corsa. Le ali dei
suoi gambali di cuoio si allargavano e sbattevano sui polpacci.
Assicurai le redini di Secret al ramo di un pino e partii all'inseguimento
di mio padre.
Ci fermammo all'ultimo tornante sopra il torrente che correva
contro il fondo del valico. Tre cavalli stavano traballando sul
suo letto di pietre. Uno si trascinava dietro il telo di copertura,
la corda e un paniere dal basto spaccato. Un quarto cavallo era
rovesciato sulla schiena nell'acqua, tenuto gi dal peso del suo
carico. John e Gordon avevano estratto i coltelli. Schivarono i
colpi improvvisi dei suoi zoccoli e tagliarono il sottopancia, i
pettorali e l'imbracatura per la soma. Lo afferrarono per la testiera,
tenendogli la testa fuori dall'acqua. Lo fecero rotolare
sul fianco e gli sculacciarono le terga per farlo uscire dal torrente.
Rimanemmo a guardare mentre John lo portava nel bosco
e lo legava. L'osservammo cercare l'equilibrio,- battere gli
zoccoli, tremare e tossire.
Scivolammo gi per la sponda dentro il torrente. Gordon era
l davanti al cavallo che trascinava il suo carico. Agitava le braccia
e lanciava imprecazioni, aiutando il cavallo a resistere alla
corrente. Mio padre afferr la lunghina e usc non senza fatica
dall'acqua. Il pastorale posteriore destro del cavallo era ustionato
dalla corda, l'osso del ginocchio era completamente scoperto
e il garretto sanguinava dietro. Gordon sollev il paniere intatto,
e mio padre si pieg a controllare la gamba ferita. Il cavallo era un
palomino biondo opaco che chiamavamo Poco. Il sangue sgorgava
brillante dalla gamba ricoperta di peli gialli.
Io tirai in secco, uno alla volta, i panieri e il telo e la sella da
soma, tutti impregnati d'acqua e pesanti.
Com' messa la zampa? chiese Gordon.
Non c' niente di rotto. Mio padre stava rimettendo il
brandello di carne e pelo sulla rotula del cavallo legandolo con
la sua bandana. Non hai del nastro sigillante o qualcosa del
genere? chiese.
Grazie al cielo s. Gordon corse verso il suo cavallo e tir
fuori del nastro sigillante da una delle sue bisacce. S'inginocchi
al fianco di mio padre e insieme fissarono la bandana.
Con questa dovrebbe arrivare a casa disse.
Dovrebbe se usciamo da qui prima che cominci a rendersi
conto di quanto si  fatto male.
John guid gli altri due cavalli da soma fuori dal bosco e li
leg al suo cavallo da sella.
Come stanno? chiese mio padre.
Sono solo un po' agitati. John sal in groppa al suo baio.
Vado a vedere se trovo qualcosa disse, e diresse il baio nel
bosco. Sentimmo il cavallo scalpicciare attraverso il
dirupamento. E gli altri dove sono finiti? chiesi.
Sono venuti da noi mi tranquillizz Gordon. Adesso li
stanno tenendo Phil e Claude.
Dov' il nido di calabroni?
L disse mio padre indicando il ramo di un abete di Douglas
proprio nel gomito del tornante sopra di noi. Rovesci i finimenti
bagnati dal paniere intatto e si mise a frugare nel mucchio.
Ne estrasse un sottopancia, una scatola di tabacco piena
di chiodi e un martello da maniscalco. Buon per noi che la
borsa dei medicinali non si  riempita di merda disse, anche se
la sua voce non sembrava esprimere la convinzione che fossimo
stati baciati dalla fortuna.
Gordon si mise a lavorare sul paniere rotto con i chiodi e il
nastro sigillante. Io scossi il telo bagnato e lo distesi sulle rocce.
Sostituii la cinghia frontale della sella con una di fortuna, aprii
il mio coltello a serramanico e cominciai a mettere insieme il
pettorale con del cordame.
La nostra attenzione venne richiamata da un rotolio di pietre.
John aveva preso uno dei puledri sfuggiti e lo stava trascinando
come per gioco verso di noi. Smont dal suo cavallo e si
diresse con la corda in mano verso il puledro, arrangi una testiera
con la parte di lazo disimpegnata e leg il puledro a un
albero.
Non c' altro? domand mio padre. Aveva tentato la
battuta.
La maggior parte se l' portata via Claude. Li sta tenendo
contro la palude dalla parte opposta dei pascoli. Non si  fatto
male nessuno, ma alcuni dei carichi si sono slegati.
Quanti hanno superato la palude? chiese mio padre.
Sette rispose Gordon. Li ha seguiti Phil. Secondo lui i loro
carichi sono a posto.
 meglio se vai gi a dare una mano a Claude. Mio padre
guard nel punto in cui era legato Poco. Il cavallo giallo flett
la testa indietro contro la corda, sollev la gamba posteriore ferita
verso la testa e sbuff. Quando hai sistemato tutto avviati
verso casa. Io e il ragazzo caricheremo questo puledro e vi seguiremo
con lui e Poco. Faremo il prima possibile, tenendo
conto delle condizioni del palomino.
John annu e Gordon con lui, poi fecero girare su se stessi i
due cavalli da soma rimasti indenni, montarono sui loro cavalli
da sella e si allontanarono.
Il puledro rimase immobile con le gambe divaricate, appoggiandosi
a noi mentre lo caricavamo. Fischi e rote gli occhi,
ma niente di pi.
Questo  un miracolo comment mio padre. Gli dissi che
lo pensavo anch'io. Portalo via mi ordin. Guidai il puledro
dove il sentiero usciva dal torrente e lo imbrigliai. Camminava
rigido, ingobbito, voltando la testa a guardare il carico, ma senza
opporre resistenza.
Seguii mio padre su per la montagna, rifacendo il percorso
su cui erano scivolati i cavalli da soma. Quando tagliammo il
tornante sopra il nido di calabroni proseguimmo fino al punto
in cui era legato Secret e lo portammo ancora pi su al passo,
da Sky. Il cavallo era a terra. Era caduto salendo la collina.
Lungo il sentiero c'erano le impronte lasciate dai suoi zoccoli.
Mentre ci avvicinavamo non sollev nemmeno la testa.
Non sei stupito? chiese mio padre.
 malato dissi.
Da quant' che  malato?
Da questa mattina.
Mio padre guard lontano verso l'orizzonte. Il sole era gi
basso nel cielo. Quando riport lo sguardo su di me la sua faccia
era rossa. Mi guard pi a lungo di quanto mi aspettassi.
Accese una sigaretta e butt fuori il fumo, tenendola tra le labbra.
Vediamo se riesco a farlo rialzare disse.
Io tirai le redini e mio padre prese il lazo dalla sella, and
dietro a Sky e lo colp con energia, e poi ancora, e url. Il roano
gemette, riusc a fatica ad alzarsi sulle gambe anteriori e a conservare
la posizione, ma continuava a tenere la testa rivolta all'indietro
per cercare di rimettersi gi. Mio padre sleg lo spolverino
di tela incerata e il giubbotto di jeans che avevo dietro la
sella, poi scosse il giubbotto e lo sistem sulla testa di Sky. Mi
allung lo spolverino. Metti su questo disse, mentre raggiungeva
il suo cavallo e slegava due capi arrotolati identici ai miei.
S'infil lo spolverino e sollev il colletto, poi mise il suo giubbotto
di jeans anche sulla testa di Secret. Il cavallo si ritrasse e
sbuff, poi rimase fermo e tranquillo.
Sei pronto? domand. Si calc in testa il cappello.
Direi di s.
Scendemmo lungo il sentiero conducendo a piedi i cavalli e
guadando il torrente. I calabroni erano indaffarati sopra di noi
e al nostro fianco, ma non ci tormentarono n ci punsero. Ci
fermammo nel fitto degli alberi dove avevo legato il puledro.
Nitriva e tirava il lazo. Togliemmo i giubbotti dalle teste dei nostri
cavalli e Sky si pieg sulle gambe e cadde a terra. Mio padre
mi lanci un'occhiata poi s'inginocchi vicino alla testa di
Sky. Devi rimanere con lui disse.
Non c' problema risposi.
Sciolse il pettorale e la cinghia della sella e la tir via dal cavallo
caduto. Piazz la sella sotto un albero e appoggi il sottosella
e la coperta sopra la falda rovesciata.
Levagli quelle redini disse, e guard gi verso il torrente
dove c'era Poco. And a prendere qualcosa nelle sue bisacce e
torn con una torcia elettrica, un'accetta e il pasto che non aveva
mangiato. Mi allung il suo spolverino. Fiammiferi ne
hai? domand. Io feci cenno di s.
Quanto  lontano il lodge? chiesi.
Dodici miglia.
Feci di nuovo cenno di s con la testa.
Se domattina riesci a farlo alzare prova a camminare con
lui. Torner indietro a prenderti. Ti porter un cavallo di
ricambio nel caso ne avessimo bisogno. Si accese un'altra
sigaretta e fiss dritto davanti a s. Il tempo non dovrebbe
cambiare.
Sembra proprio di no confermai.
Mio padre condusse Poco su per il torrente, gli tolse la museruola
e annod la corda della testiera al pomo della sella. Fece
scivolare il lazo di John sulla testa del puledro e gli mise la
museruola. Si ferm per un istante a riavvolgere il lazo, poi
mont sul suo cavallo, regol le redini e tenne Secret sul sentiero.
Il puledro carico gli stava di fronte.
Sei un po' nervoso? chiese.
Nossignore.
Dovresti osserv. Allung il mento verso Sky.  un bel
cavallino quello che hai mandato al tappeto. Ci vediamo
domani.
S'inoltr nel bosco conducendo a mano Poco e spingendo il
puledro davanti a loro. Poco camminava male e lentamente, il
suo mantello chiaro raccoglieva la luce e risaltava contro il nero
e il verde dei pini. Le ombre si stagliavano spesse e scure come
un'altra parata di alberi. Quando non fui pi in grado di vederli,quando l'eco del battito dei loro zoccoli si dissolse, mi sedetti
a terra con gli abiti bagnati e piansi. Cercavo di piangere per
quel che avevo fatto a Sky, ma stavo piangendo per me stesso e
perch temevo che i ragazzi negligenti potessero diventare uomini
negligenti.
Approfittai delle ultime luci del giorno per spezzare una
gran quantit di rami morti, poi li impilai, raccolsi dei coni secchi
e dissotterrai le radici cariche di linfa dal troncone marcio
di un vecchio abete. Usai l'accetta per sfrondare la legna e praticai
un buco nel terreno per accendere un piccolo fuoco caldo.
Piazzai la sella sulla sua forcella vicino al fuoco, stesi per terra il
sottosella imbottito e mi ci sedetti sopra e mi lasciai andare indietro
nella soffice coltre che contornava la sella, a fissare il
fuoco. Avevo protetto il collo e la spalla di Sky con la coperta
da sella. Lui mi osservava senza muovere la testa. Pensavo avesse
esaurito tutte le sue energie. L'avevo sentito crollare sotto di
me; mi ero sentito crollare insieme a lui.
M'infilai il giubbotto e mi tirai su fino al mento il mio spolverino
e quello di mio padre, dondolai la testa e mi addormentai.
Quando mi svegliai la notte era buia e fredda e la fetta di
cielo che potevo vedere sopra di me era piena di stelle. Il fuoco
era morto in un cerchio di braci e ci caricai sopra le radici dell'abete.
Scoppiettarono, lampeggiarono e bruciarono calde come
carbone. Mi sedetti con le gambe incrociate appoggiando la
schiena contro la sella e consumai il pasto di mio padre. C'erano
due panini di bistecca di alce, una mela e una merendina
dolce. Quando ebbi finito arrotolai il sacchetto di carta e lo
gettai tra le fiamme, camminai fino al torrente, posai la torcia
elettrica sulle rocce, mi allungai tenendo sollevato il petto dal
terreno facendo leva sui palmi delle mani e bevvi fino a quando
non placai la sete. Il mio sedere era ancora umido e pungeva
nell'aria notturna, ma le gambe erano asciutte. Battei i piedi
per scaldarli, raccolsi la torcia e andai da Sky. Quando giocai
con la luce sulla sua testa nitr.
Mi chinai vicino alle sue orecchie e gli sollevai la testa, c'infilai
sotto le ginocchia e adagiai il largo e massiccio cranio sulle
mie cosce. Non oppose la minima resistenza. Chiusi gli occhi e
pregai di trovare la forza per tirarlo su e portarlo in salvo, ma
non serv a farmi sentire pi forte e scoppiai di nuovo a piangere.
Piegai la mia bocca fino alla morbida, pelosa coppa del suo
orecchio e sussurrai che mi dispiaceva. Sapevo che non gli importava.
Sapevo che importava solo a me. Dissi di nuovo che
mi dispiaceva.
Mi scostai da lui, gli risistemai la coperta sul collo e sulla
spalla, tornai vicino al fuoco e mi accovacciai con la schiena rivolta
alle fiamme fino a quando mi fui scaldato il sedere. La
notte buia pesava come acqua. Sentivo il torace schiacciato.
Per respirare fui costretto ad alzarmi in piedi.
Tornai a sedermi appoggiandomi alla sella, mi coprii con gli
spolverini e mi riaddormentai. Si udiva solo il rumore del fuoco,
e nel sonno sognai di vivere in groppa a un cavallo. Nel sogno
ero ormai adulto. Ero un uomo felice, nudo e ossuto, e non
avevo mai messo i piedi a terra. Quando ero stanco mi sdraiavo
per dormire sulla schiena del cavallo. Quando avevo sete si
metteva a piovere e io aprivo la bocca e bevevo. Per riposarmi
mi stendevo sul suo collo, con le braccia abbandonate ai lati.
Le mani erano chiuse e rilassate. Respiravo nella sua criniera
scura e ruvida. I miei polmoni si riempivano del gusto salato e
dolciastro del cavallo su cui vivevo.
Nel sogno mi mettevo in piedi sulla groppa del cavallo e pisciavo
un arco giallo in aria, la mia testa cadeva all'indietro e
urlavo nella volta del cielo della notte nera, mi voltavo, camminavo
fino al suo garrese e mi sedevo.
Il cavallo era un paint, con gli occhi scuri, le narici scure, le
zampe scure con una traccia di balzana, sopra lo zoccolo anteriore
sinistro, che si notava appena nel confronto con i tre pi
scuri. Quando pascolava, a ogni suo passo dall'erba si levava
una nota. Quando correva le note si univano in una musica. Lo
zoccolo con la balzana colpiva la terra in un tono pi flebile degli
altri tre.
Mi sedevo in posizione eretta su quel cavallo, slanciavo le
braccia in alto come armature di lunghe ali sottili, mi piegavo
leggermente in avanti e lui partiva al galoppo. Sentivo la mia
carne fremere nell'aria fredda. Sentivo il cavallo scaldarsi e
schiumare, e sapevo che quando un cavallo sta correndo ventre
a terra verso la curva della terra tutti e quattro gli zoccoli, quale
che sia il loro colore, si sollevano dal terreno nel medesimo
istante. Chiudevo gli occhi. Sentivo che scivolavamo nell'aria e
toccavamo di nuovo terra, e sapevo che era in quei momenti
sospesi, inerziali, che al cavaliere e alla sua cavalcatura  concesso,
in quell'istante, e nel successivo, e in quello dopo ancora,
di vedere Dio. Nel sogno ho visto Dio che mi guardava e sapevo
che era un cavallo che dovevo ringraziare.
Mi svegliai alle prime luci del giorno. Una ghiandaia grigia
attravers la cenere grigia del fuoco e quando scalciai gli spolverini
si arrampic su un pino e attacc a chiacchierare. Gli
spolverini erano irrigiditi da uno strato di brina. Mi levai il cappello
e tolsi la brina dal suo cocuzzolo, sbattendolo e scuotendolo.
Immaginavo di essere solo. Mi sentivo solo. Immaginavo
di trovare un cavallo morto, di caricarmi in spalla la sella e cominciare
a scendere per il sentiero. Non guardai fino a quando
non fui vicino a Sky. Feci quasi un balzo indietro quando sollev
la testa. Concentr il suo sguardo su di me, pieg le gambe,
rotol su di esse e si tir su. Barcoll, ma riusc a restare in
piedi.
Lo imbrigliai e lo portai al torrente, dove si abbever per un
tempo interminabile. Feci un passo controcorrente e m'inginocchiai
per raccogliere l'acqua tra le mani, mi bagnai la faccia
e bevvi. Sul terreno e sugli alberi c'erano tracce bianche di
ghiaccio. Era come se ci trovassimo dentro lo scheletro di una
nuvola. Mi sentivo meglio del ragazzino che era andato a dormire.
Mi sentivo pi vecchio del ragazzino che aveva quasi ucciso
il proprio cavallo.
Sellai Sky, arrotolai gli spolverini dietro l'arcione e infilai
l'accetta e la torcia elettrica in una bisaccia. Lo tenevo per la
corda e lui mi seguiva. Non cercai di montargli in groppa.
Camminavo alla velocit consentita dalle sue forze. Quando
cominciava a sentire la stanchezza ci fermavamo.
Speravo d'incontrare mio padre non a met strada, ma in un
punto il pi possibile vicino a casa. Sapevo di meritare qualsiasi
punizione avesse deciso per me. Sapevo che non gli avrei detto
del mio sogno.
...
.
...
2. GLI STIVALI DI MIA SORELLA.
...
.
...
 appena l'alba quando finiamo di fare colazione. Io e mio padre
siamo sulla veranda e guardiamo a sud. Lui stringe fra le
mani una tazza di caff, fumante nell'aria fredda. Appoggia il
caff sull'assito della veranda, accende una sigaretta, prende di
nuovo la tazza, sorseggia e si piega sulla ringhiera. La fitta cortina
di pini e abeti lungo il torrente getta un'ombra dentellata
verso ovest. Noi ci troviamo ai margini di quell'ombra. Di fronte
a noi e verso il lato a solatio di ogni arbusto di salvia  caduto
un pruno peloso che proietta un'ombra pi piccola. La notte
gelida  scesa e stringe nella sua morsa il fondovalle. Gli
uccelli canterini sono saliti verso il caldo. Si lisciano con il becco
e si muovono rapidi sui rami pi alti dei pini. La montagna
che taglia la valle emerge brillante nella luce del mattino. Noi
spostiamo il nostro peso da una gamba all'altra e guardiamo la
luce ampliare il suo angolo verso l'alto, mentre le ombre si rimpiccioliscono.
Sono in piedi dalle quattro di mattina, a cavalcare
lungo il fossato alle spalle del lodge con i cowboy pi anziani,
per radunare i cavalli. Abbiamo fatto tutti colazione nel
breve intervallo di tempo che separa la notte dal giorno perch
c' troppo lavoro da fare con la luce per riempirci la bocca. Siamo
alla fine della primavera, e io non vado a scuola. Ho dodici
anni. Mio padre  di altezza media. Se si voltasse verso di me e
mi tendesse le braccia, e se io camminassi verso di lui, con la testa
gli sfiorerei a malapena le clavicole. In piedi gli arrivo giusto
al cuore. Quando lavoro mi sento pi grande.
Sollevo il piede destro, lo giro e sfrego il collo e la punta dello
stivale contro il polpaccio sinistro. Sto ben piantato per terra,
poi mi fletto leggermente indietro, per ammirarne la pelle
lucida.
Mio padre si volta. Tiene una mano sulla ringhiera della veranda
con la sigaretta tra le dita. Nell'altra regge la tazza con il
caff. Il fumo della sigaretta si allarga a ventaglio e si diffonde
verso ovest. Abbassa anche lui lo sguardo sui miei stivali. Li
hai presi nuovi?
Ieri. Sono andato in citt con John e Gordon.
Quanto hai dovuto sborsare?
Quasi trenta dollari.
Annuisce e sorseggia il caff. Con gli stivali nuovi non
prenderai le mance a cui eri abituato.
Lucido l'altro stivale contro il polpaccio opposto e li osservo
mentre si muovono insieme. Immagino di no. Le nuove cuciture
e i nuovi lacci incerati risaltano bianchi come tendini. Il
mio ultimo paio si era consumato. Una volta alla settimana ritagliavo
delle solette di cartone e legavo quel poco che rimaneva
della suola di cuoio alla tomaia dello stivale arrotolandoci
intorno della benda elastica, dalla punta al collo del piede. E
gi a met settimana si aprivano e si chiudevano come le bocche
degli alligatori dei cartoni animati. I turisti che portiamo a
fare passeggiate a cavallo e a pescare provavano compassione
per me. Mi davano le mance perch mi comprassi un paio di
stivali nuovi. Li imbarazzava vedere la loro guida quasi a piedi
scalzi. Se zoppicavo mi aumentavano la mancia.
Lavori con John questa mattina? Lui finisce il suo caff e
si stira.
Non mi  stato chiesto di fare altro.
Mettili nell'acqua dice, indicando gli stivali con un movimento
della testa. Non voglio che ti vengano le vesciche e che
tu perda tempo a pensare ai tuoi piedi.
D'accordo.
Mi passa la tazza vuota. Me la porteresti in cucina?
Sissignore.
Fa' un salto su al Fishhawk questo pomeriggio. La settimana
scorsa  straripato alla grande. Mi piacerebbe sapere se la
pista  ancora praticabile, almeno in parte.
Sissignore. Quest'anno il caldo  arrivato prima del solito e
di colpo, dalla sera alla mattina, e ci sono state piogge calde che si
sono interrotte tre giorni fa. La notte scorsa la temperatura 
scesa di parecchio. I torrenti e il fiume sono tornati limpidi.
Mio padre scende dalla veranda e con uno scatto del dito
lancia il mozzicone di sigaretta nel viale d'accesso. Maledizione
a tua madre e a me che non abbiamo fatto altri bambini.
Questo posto poteva dare lavoro ad altri dieci come te.
Entro nella sala da pranzo secondaria. Le ragazze che tengono
in ordine i bungalow sono sedute a un'estremit del tavolo
lungo tre metri e mezzo con il vecchio che mio padre ha assunto
quest'estate per tagliare la legna. Si chiama Ted. Quando
scende dal letto s'infila i guanti. Li tiene su anche quando fa colazione.
Si abbottona la camicia da lavoro fino al collo, si lava
regolarmente, racconta un sacco di cose di s. Le mani, la testa
e i piedi non sembrano nemmeno suoi;  come se appartenessero
a un uomo pi grosso, ma lui  in grado di far partire una
motosega al primo colpo e quando attacca la parte anteriore
del tronco di un albero ne ricava puntualmente una fetta di torta
pressoch perfetta.  capace di dirti con l'approssimazione
di una decina di centimetri dove cadr l'albero prima di assestargli
il taglio finale da dietro. Ci sono quattro grandi camini
che scaldano l'edificio principale e quattro bungalow con altrettanti
camini pi piccoli. Nella baracca e nell'officina ci sono
stufe a legna. Ogni giorno bruciamo quasi due metri cubi di legno
di pino. Ted individua gli alberi e li abbatte. E un lavoro da
sei giorni alla settimana, solo da luned a venerd in agosto,
quando di notte la temperatura rimane stabile sopra i venti gradi.
Mio fratello minore siede di fianco a Ted. Alza e abbassa la
visiera del suo cappellino. E pronto per andare a lavorare. Passa
la giornata a fare a pezzi gli alberi abbattuti e a caricare sul
pianale del pick-up i ceppi rotondi. La sera spacchiamo tutti e
due la legna.
Ted racconta alle ragazze dei bungalow che era un forzato del
sesso. Dice che se fosse ancora giovane farebbe impallidire uno
stallone. Le ragazze si piegano sui loro caff, poi si abbandonano
all'indietro contro gli schienali delle sedie ridendo scioccamente.
Io faccio l'occhiolino a mio fratello. Lui sorride, poi abbassa
lo sguardo sul tavolo per nascondere il ghigno. Nessuno di noi
vuole correre il rischio di farsi prendere in castagna da un uomo
che pu fare quel che vuole con una motosega.
In cucina il cuoco mi chiede se sono contento di non andare
a scuola. Gli dico di s.  un uomo senza entusiasmi, sulla settantina:
scarpe bianche come le calze, i pantaloni, la camicia e il
grembiule. Anche i capelli sono bianchi.  gi ubriaco. Non
abbiamo mai assunto un cuoco che non alzasse il gomito. Lui
dice, senza nessuna pretesa, che il lavoro  ci di cui un uomo
ha bisogno per tenere gi la testa. Mi dice che la testa lui l'ha
tenuta gi per tutti gli anni che ha lavorato. Mi dice che cos
guardava dove metteva i piedi. Poi aggiunge che  nel lavoro
duro che un uomo pu trovare un po' di pace. Io ascolto perch
mi  stato insegnato che bisogna ascoltare gli uomini anziani.
Il suo alito puzza di birra.  l'unico qui che si alza prima di
me, e le cose che prepara sono davvero eccellenti. Io mi scuso,
esco dalla dispensa e m'immergo nelle ombre che ancora si attardano
contro la sponda del fiume.
Sto pensando quale cavallo monter nel pomeriggio per
controllare la pista su al Fishhawk Creek. Batto con i tacchi
contro la sponda molle, scendo nel Libby Creek e mi fermo.
Oggi l'acqua  chiara, veloce, abbastanza forte da far rotolare
frammenti di basalto e quarzi, alcuni grandi come i miei denti.
La settimana scorsa si  gonfiato per l'acqua di superficie e per
la pioggia e ha spostato massi grandi come puledri. Le rocce di
quelle dimensioni producono un rumore che ricorda il rombo
costante del tuono. Noi siamo rimasti in piedi lungo la riva a
osservare la tempesta di acqua marrone, sperando che non tracimasse.
Tre giorni di clima pi rigido sono serviti a riportare il
livello entro i limiti di tranquillit. Crescer ancora e rimarr alto
per un altro mese, ma se non ci saranno grandi piogge il pericolo
 scongiurato.
Cammino nel torrente con gli stivali nuovi, cercando l'acqua.
Trovo un posto in cui fermarmi dove l'acqua  alta pochi
centimetri. Tiro su le gambe dei pantaloni per guardarmi i piedi.
Sott'acqua appaiono pi larghi. Il movimento dell'acqua sopra
i miei stivali, pi grandi che nella realt, mi d le vertigini e
guardo nel bosco. La sento filtrare nelle cuciture. Fletto i piedi
e mi penetra nelle giunzioni lungo le suole. Mi pare di sentire il
laccio incerato cantare. Le mie calze diventano prima gelide,
poi fradice, e mi sposto sui massi levigati allineati lungo la riva,
i piedi bagnati e insensibili. Fletto di nuovo i piedi, sento l'acqua
muoversi nelle suole e mi domando se da grande sapr cavarmela
bene come Ted con una motosega. Mi domando se
sar capace di far ridere le ragazze. Adesso non ne sono capace.
Mi domando come avrebbe riso mia sorella. Avevo una sorella.
Avrebbe avuto un anno pi di me, ma la sua vita dur solo
pochi mesi. Un parto prematuro. Di lei mi ha raccontato mia
madre. Le piccole mani. Gli occhi azzurri. I capelli rossi. Il suo
nome era Cindy. Partorire per mia madre  sempre stato complicato.
Ha avuto quattro aborti anche dopo il mio arrivo e
quello di mio fratello, e anche noi eravamo nati troppo presto,
troppo piccoli. Mia madre ha rinunciato a cercare altri figli; si
toglie le sue soddisfazioni con noi... noi che siamo rimasti vivi.
Mia sorella era l'unica vera possibilit di avere compagnia per
mia madre. Un'altra femmina nella famiglia. I nostri cani e i nostri
gatti sono maschi. I nostri cavalli sono tutti castroni. Quando
la mia mente  tranquilla penso a mia sorella; quasi sempre
quando guardo l'acqua. Considero una sorella come un'enciclopedia
di consigli femminili. Considero mia sorella come una
porta sulla seconda met del mondo. Mi piacerebbe poter pronunciare
il suo nome, vederla girarsi verso di me e sorridere.
Il sole ha raggiunto la sommit della cresta orientale, e la luce
mattutina cade e penetra nel bosco come una pioggia di graniti
di cava. Luce del Wyoming. Luce di montagna. Spingo con
la punta dei piedi e li inarco esercitando una pressione contro il
collo degli stivali.  la prima settimana di giugno. Ho letto nel
libro di Alce Nero che i sioux oglala chiamavano questo periodo
dell'anno la Luna della Creazione del Grasso. Io afferro
la carne tesa della mia pancia. Sono pieno di salsiccia, uova, pane,
patate. Mi sento pesante, con il carburante necessario per la
mattina. Guardo di nuovo i miei stivali. Ci carico sopra tutto il
mio peso.
Non sar una giornata agevole, ma non mi preoccupo. Asciugher
questi stivali passo dopo passo. Li porter fino a quando
non si adatteranno perfettamente alle caratteristiche dei miei
piedi. Se entro stanotte non saranno asciutti dormir senza
togliermeli. Li trasformer nel calco esatto dei miei piedi. Soltanto
questo unico giorno di disagio per stivali che infine calzer
come se il mio sangue scorresse dentro di essi e li rendesse vivi.
Scoiattoli squittiscono dai rami aperti a ventaglio di un abete di
Douglas allungati sopra di me. Uno di essi lascia cadere un cono.
E poi un altro. Un corvo cammina sulla riva verso di me, inclina
la testa e osserva. Io abbasso lo sguardo sugli stivali. L'acqua
fuoriesce dalle cuciture.
Sono stivali da cavallerizzo, con tacchi da cavallerizzo e le
tomaie di una pelle pi leggera cucita con trame fantasiose come
le ribattiture di una trapunta. Erano belli in negozio e sono belli
ai miei piedi. Oggi  il giorno in cui comincio a possederli, ad
addestrarli, a prendere confidenza con loro. Questa mattina si
sopportano a fatica come le regole. Si sopportano per quel che
sono, stivali fatti con spesse pelli di vacca rasate. Pensai questa
cosa al momento di acquistarli, e ci penso anche ora. Penso agli
stivali smembrati nelle loro varie parti. Penso che sto portando
stivali fatti con la pelle di un animale allevato, ingrassato e ucciso
per darmi da mangiare e da vestire. Alzo lo sguardo verso lo
scoiattolo chiacchierino. Fletto i piedi bagnati. I movimenti sono
intralciati dalla pelle degli stivali. Sembra immutabile come la
disperazione del bestiame. Guardo pi da vicino la loro grana, la
studio come se fosse la stampa su pelle dell'indignazione di un
animale macellato. Per un breve istante gli stivali sembrano quasi
vivi; non sembrano un mero capo d'abbigliamento. Il solo
pensiero scatena dentro di me un brivido di terrore. Penso che
mi metter a sedere e me li sfiler.
Il corvo  balzato su un masso che  quasi alla mia portata. I
suoi occhi lampeggiano neri nella luce. Sono ancora un po' innervosito
dal pensiero dell'animale che  morto per le mie calzature.
Mi domando se questi stivali nuovi conservino una memoria
del tradimento. Mi domando se quel tradimento filtrer
dentro di me, a partire dai piedi. Faccio un passo. Le mie dita
si muovono libere nelle punte degli stivali piene d'acqua. Fanno
un rumore di risucchio. E poi ancora. Mi fa il solletico. Il
corvo spiega le ali e si allontana di nuovo da me. John mi star
aspettando ai recinti. Finch l'acqua non trova la sua via d'uscita
tra le cuciture ogni passo mi provoca un sorriso. Sono un ragazzino.
Il pensiero di mia sorella, della morte o del triste destino
del bestiame, va e viene come un lampo tra la costante delizia
che sento nel mio giovane corpo. Vivo ogni giorno
ampiamente soddisfatto di quello che sono. Non mi  ancora
capitato di preoccuparmi di migliorare. L'appagamento che
trovo in ogni istante  un trucco dell'adolescenza. Ma quelli
che mi allevano sono in gran parte uomini. So che non durer.
L'autunno scorso mia madre si  fatta male alla schiena. Mio
padre, mio fratello e io, e tutti i maschi del posto, stavamo smobilitando
il campo di caccia, e lei era stata lasciata da sola alle prese
con un cavallo malato. Un cavallo grigio e di forte muscolatura
che chiamavamo Steel, acciaio. Ogni mattina lei legava il
cavallo stretto al cardine del cancello e poi spalancava un battente
contro il suo fianco, ingabbiando l'animale tra il cancello e il
recinto. Legava con la massima attenzione l'estremit del cancello a un palo dietro il suo sedere. Infilava le braccia tra le sbarre
del cancello e praticava un'iniezione di antibiotico al cavallo. Lui
era terrorizzato quanto lei. Tremavano tutti e due, il cavallo
grigio e mia madre, da quando gli aveva messo la testiera.
La mattina prima che lasciassimo le montagne, Steel trov le
energie sufficienti per dare uno strattone alla corda che lo teneva
legato e scalciare il cancello spedendolo addosso a mia madre
che si stava allontanando. La sera in cui tornammo la trovammo
a letto. Lei non beve, ma mio padre le prescrisse un
bicchiere di whisky per lenire il dolore. Mentre sorseggiava dal
bicchiere presi una sedia e andai a sedermi vicino al suo letto.
Parlava con gli occhi annebbiati, ma sorrideva. Disse di aver
sofferto di solitudine. Mi chiese di chinare la testa verso di lei e
quando lo feci sfreg il palmo della mano contro i miei capelli
ispidi. Disse di volermi bene. Voleva bene a me e a mio fratello,
i suoi ragazzi. Quando ebbe finito l'ultimo goccio di whisky
disse che la mia anima stava sorridendo a Dio: sorridendo due
volte. Le domandai come facesse a saperlo. Lei mi chiese di
chinarmi di nuovo, e tracci dei cerchi sulla mia testa, a destra,
sulla fronte e dietro. Ciuffi ribelli disse. Spuntano dove la
tua anima rivela la felicit. Tu ne hai due. Hai un'anima felice.
Lasci ricadere la mano, intrecci le dita sulla pancia e fiss il
soffitto. Aveva gli occhi pieni di lacrime. Non avevo mai visto
mia madre piangere. Anche tua sorella ne aveva due disse.
Mi guard e mi sorrise di nuovo. Ciuffi ribelli aggiunse.
Mi tolgo il cappello e mi passo la mano sulla testa. Sento i
due riccioli di capelli pi fitti. Mi piace che mia madre pensi
che io sorrida a Dio. Mi piace quando mi frega la testa. Non so
ancora che di l a pochi anni emerger la parte selvaggia di me,
che sar imbarazzato dalle dolci attenzioni di mia madre; ci sono
giorni in cui mi chiedo se Dio si accorge che c' qualcuno di
noi che sorride nella Sua aria azzurra e vuota.
John ha quattro cavalli incavezzati e legati a una ringhiera
esterna ai recinti. Sono gli ultimi cavalli rimasti senza ferri dalla
pastura invernale. Li ferriamo in primavera. E di nuovo alla fine
dell'estate. Li sferriamo prima di lasciarli liberi in ottobre e i
loro zoccoli crescono lunghi, divisi e fragili. Il mio compito 
quello di preparare gli zoccoli dei cavalli, tagliando e livellando
le unghie. Questo  il mio secondo anno con John. Quando
sar un uomo sapr ferrare anch'io un cavallo come fa lui. Con
i suoi stessi attrezzi.
Hai i piedi bagnati.
Sissignore.
Attento a non scivolare e finire sotto uno di quei cavalli. Se
ti becchi un calcio varrai meno di una merda.
Mi sto allacciando i gambali di cuoio. Mi tolgo il cappello e
lo appendo a un picchetto di fianco a quello di John. Lui  curvo
sotto la gamba anteriore di un grosso buckskin, alla ricerca
di un ferro che possa andar bene. A un angolo della bocca tiene
stretta una decina di chiodi per la ferratura. Lascia andare la
gamba del buckskin e va verso l'incudine. I nostri cavalli vengono
ferrati a freddo. Non c' molto spazio per gli errori. Appoggia
il ferro dalla parte posteriore contro l'angolo dell'incudine
e assesta un pesante colpo di martello sulla punta. Una
volta. Due volte. Il metallo canta contro il metallo. Si porta il
pezzo all'altezza dell'occhio, verifica che sia allargato in modo
uniforme e poi ritorna dal buckskin. Rimette il ferro sullo zoccolo
e preleva un martelletto a granchio dalla cassetta degli attrezzi
da maniscalco.
Infila un chiodo nella punta del ferro e nello zoccolo. Prende
la testa esposta del chiodo con il granchio del martello e muove il
granchio avanti e indietro fino a quando il chiodo non esce quasi
a piombo con la parte esterna lucida dello zoccolo. Deve ripetere
lo stesso procedimento per ogni chiodo e farlo rapidamente. Se il
buckskin si ritrae e muove bruscamente la gamba libera c' il
rischio che infilzi la testa del chiodo nella mano di John o in una
sua coscia. John si siede e infila un altro chiodo nella parte posteriore
del ferro spezzandogli la testa. Si volta a guardarmi. C'
qualcosa che non avevi mai visto prima?
Credo di no.
La fronte di John  imperlata di sudore. Il sudore gli gocciola
dalla punta del naso. Stai aspettando che ti si asciughino i
piedi?
Stavo pensando alle vacche.
Lavora la testa di un altro chiodo e ridistribuisce il proprio
peso sulle anche. Per che cosa? mi domanda.
Per il cuoio. I suoi gambali sono consumati e in alcuni
punti segnati profondamente. L'interno  scuro come l'ombra.
Stavo pensando che di solito  vivo.
John d un colpetto sulle costole del buckskin con la parte
piatta del martelletto e gli dice di tirarsi su. Il cavallo muove di
scatto la testa sopra il garrese ed esibisce il posteriore, liberando
la schiena di John dal suo peso. John stringe con maggiore
decisione il pastorale tra le ginocchia e finisce l'inchiodatura.
Prende una lima dalla cassetta degli attrezzi e incide lo zoccolo
sotto ogni chiodo spezzato, poi tira fuori un blocchetto di ferro
grande come un pacchetto di sigarette e lo preme contro le teste
spezzate dei chiodi e le colpisce con pi forza, piegandole
nella scanalatura. Molla la gamba che stringeva tra le ginocchia
e rimane appoggiato contro il fianco del buckskin, un braccio
disteso sulla sua groppa. Si passa il braccio libero sulla faccia e
prende fiato per un minuto. Mi guarda come se si aspettasse altro
dalla nostra conversazione, ma non mi viene in mente nulla
da dirgli. Mi sono perso nel ritmo del suo lavoro.
Lui scuote la testa, si allontana dal cavallo e gli d un colpetto
al pastorale con la parte esterna dello stivale, e quando il
buckskin solleva la gamba John si accovaccia e se la sistema sul
ginocchio. Verifica con la mano che le estremit dei chiodi siano
tutte appiattite, d gli ultimi ritocchi con una lima, poi passa
un raschietto lungo l'orlo dello zoccolo per eliminare ogni sbavatura.
Lascia andare la gamba e si tira su, inarca la schiena, e
sposta la cassetta degli attrezzi vicino alla gamba posteriore sinistra
del cavallo. Si passa il pollice sulle sopracciglia per tirar
via il sudore ed estrae un fazzoletto dalla tasca posteriore per
detergersi la faccia. Sei un ragazzo sveglio dice. Ha il fiatone.
Scommetto che se ci provassi, potresti pensare alle vacche e
lavorare allo stesso tempo.
Al cuoio.
Ti converrebbe fare una prova. Sorride, si volta e afferra il
nodello del buckskin, lo convince con le buone a sollevare la
gamba posteriore e arretra con lo zoccolo rovesciato in grembo.
Io uso solo un coltello da maniscalco, un paio di tronchesi a
manico lungo e un raschietto. Prendo su gli zoccoli, uno alla
volta, li pulisco perbene fino al fettone, tolgo quel che posso,
elimino con il tronchese le escrescenze e passo con la lima per
pareggiare la superficie, modellando lo zoccolo in una versione
troppo grande rispetto a quella che ho capito si aspetterebbe
John. Il tronchese non  molto affilato e gli zoccoli sono duri.
Afferro i manici del tronchese, premo e giro l'attrezzo finch
non taglia come dovrebbe. Un taglio per volta fino a quando
non ho completato il perimetro di ogni singolo zoccolo, e i cavalli
si abbandonano con tutto il loro peso contro di me perch
sono piccolo e inesperto.
A met mattina le nostre camicie sono gi fradice, e sento le
gocce di sudore scorrere perfino sull'interno delle mie cosce. Ci
sono mosche dappertutto; mosche cavalline, mosche carnarie,
moscerini. Orbitano da sole o in sciami. Ho finito l'ultimo cavallo,
un baio, mi allontano e raccolgo i miei attrezzi. Mi chiedo se
far abbastanza caldo da innalzare il livello dei torrenti. John
porta la cassetta degli attrezzi vicino al baio, parlando al cavallo.
Gli altri tre sono stati lasciati legati, ferrati di fresco, scalpitano
sui loro ferri nuovi, le lunghe code invernali che si agitano sui
deretani, il mantello che si tende e rabbrividisce sfiorato dalle
mosche. Io sollevo la coda del buckskin, aggancio cinque o sei
lunghi peli neri dritti sotto il mio dito indice e tiro. Lascio cadere
i crini lungo il mio fianco. Ripasser la coda diverse volte,
liberando quelli pi lunghi, accorciandola. I crini tagliati di ogni
cavallo li infilo in sacchi di iuta. La maggior parte la vendiamo e
qualcuno lo teniamo per ornare le bande dei cappelli.
Per gli zoccoli posteriori mi sa che  meglio usare dei ferri
correttivi. John  piegato sotto il posteriore del baio a pareggiare
uno zoccolo. Io gli porto i ferri che ho preso nella selleria,
mi accovaccio vicino alla cassetta degli attrezzi, e lui fa scivolare
un ferro contro lo zoccolo rovesciato, girandolo.
Questo piccolo figlio di puttana, ha gli zoccoli piegati all'indentro,
vero?
Sembra proprio di s.
Posso togliergliene un bel po'. John si alza, si avvia verso
l'incudine e comincia a martellare il ferro, lo studia alla luce
tenendo il braccio teso e riprende a picchiare. Ritorna dal baio, e
per un momento restiamo fermi a guardare il mio cane disteso
nell'ombra, che rosicchia i resti di uno zoccolo agitando la coda.
Il suo nome  Rock. Ha raccolto la maggior parte dei resti impilandoli
vicino al proprio muso. Rock  un cane tutto nero, e nei
giorni caldi non si sposta dall'ombra. La sua saliva  ispessita in
una schiuma agli angoli della bocca e i suoi occhi sono immobili,
concentrati.
Tu l'hai mai fatto?
Alzo lo sguardo verso John. Che cosa?
Hai mai mangiato uno zoccolo di cavallo?
No, mai. La sua domanda mi coglie impreparato.
Nemmeno un piccolo morso?
No, nemmeno.
Al tuo cane piacciono di sicuro.
Lui mangia anche la merda dei cavalli. La mia osservazione
sembra aver colpito nel segno; definitiva nel sottolineare le
differenze tra quel che mangiano i cani e quel che mangiano gli
uomini.
Con la merda di cavallo non ci fanno la Jell-O. John si 
piegato e ha ripreso a lavorare. Vedo la spina dorsale flessa e allungata
contro la camicia bagnata.
Perch, la fanno con gli zoccoli? chiedo. Voglio vedere
che effetto fa quando lo dico. So che dovrebbe essere una battuta
spiritosa. Mi aspetto che John rida, ma non ride.
 uno degli ingredienti. Passami un altro paio di chiodi.
Jell-O alla limetta?
La limetta serve solo a dare un po' di sapore, come aromatizzante.
Guardo il cane e poi di nuovo John. Non ti credo gli dico.
Chiedilo a tua madre.
Perch mai dovrebbe saperlo?
Immagino che lo sappiano tutti tranne te. Hai i piedi ancora
bagnati?
S, sono ancora bagnati.
Quegli stivali andranno benissimo quando li metterai domani.
Questo lo so. Non mi d nessun problema essere un ragazzino,
ma detesto essere trattato come tale.
John si rialza e sorride. Butta il martello nella cassetta degli
attrezzi e si asciuga la faccia con una manica della camicia.
Pensavo ti seccasse non sapere che cosa mettono nella Jell-O.
Stavo cercando di tirarti un po' su. Visto che ogni tanto sei tormentato
dal pensiero del cuoio magari ti faceva piacere ampliare
le tue conoscenze. I suoi occhi si allargano e sorride di nuovo.
Un ragazzo come te pu fare un mucchio di riflessioni
sugli zoccoli e sulle corna.
A pranzo ci sono undici persone, e tutti sanno con cosa  fatta
la Jell-O. Perfino le ragazze che fanno le pulizie nei bungalow,
e loro hanno solo pochi anni pi di me. Sono contento che
mio fratello sia ancora fuori a tagliare la legna con Ted. Se non
incontra nessuno prima di me c' una possibilit che non abbia
ancora scoperto con quali ingredienti preparano quella gelatina.
 una possibilit remota, ma la sola che ho per non passare
come l'unico somaro della compagnia.
Dopo pranzo sello il buckskin e attraverso il Kitty Creek
Bridge sopra lo Shoshone River.  un ponte in legno con il parapetto
basso, e ascolto i colpi dei nuovi ferri del buckskin che
battono sulle assi. Gli echi del nostro passaggio precipitano nel
fiume, rimbalzano sulle sue sponde e risalgono fino a noi. Un
pescatore saluta agitando il braccio dalla riva.
Il buckskin procede lungo il miglio sterrato che costeggia il
fiume fino al campo dei boy-scout. Cavalchiamo attraverso zone
d'ombra, ampie e piatte distese di luce, pozzanghere immote
e un profumo di pino cos intenso da spronare il cavallo al
trotto. Mi sollevo sulle staffe appoggiando il polso della mano
destra al pomo della sella. Ci muoviamo rapidi superando le diverse
costruzioni del campo e la strada si riduce gradualmente
in un'unica pista. Dirigo il buckskin a nord verso il Fishhawk
Creek. I miei stivali sono asciutti e perfettamente a loro agio
nelle staffe. La tomaia si  asciugata e sui lati ci sono macchie di
merda di cavallo e terra che fanno la loro scena. Mentre cavalco
li rimiro. Penso che quest'anno filer via liscio. Se fletto i
piedi sento ancora gli stivali cigolare un po', ma in modo quasi
impercettibile; stanno perdendo la loro individualit. Li piego
alla mia volont camminando o cavalcando.
Parallela alla pista c' una barriera di cespugli di bacche che
assume toni verde scuro nelle nuove foglie. Mi domando come
sarebbe fare il boy-scout. I pochi che ho incontrato sembravano
aver perso qualcosa. Mi guardavano timidamente, come se avessero
bisogno di una guida turistica per identificarmi. Se ero a
cavallo si spostavano di lato e si stringevano intorno all'uomo
grasso che sembrava il loro onnipresente angelo custode.
Quando attraverso a cavallo il campo dei boy-scout, il grande
refettorio e le altre costruzioni minori sono ancora chiusi
con le assi. Sono i primi giorni d'estate e l'attivit degli scout
non comincia cos presto. Il mio cavallo rallenta l'andatura, e io
gli confesso che preferirei essere picchiato che avere dei distintivi
cuciti sulla mia camicia.
Facciamo alzare in volo un tetraone dal collare, e il buckskin
sbuffa e scarta di lato infilandosi in mezzo ai cespugli di bacche
e ai sassi. Lo sprono a tornare sulla pista, e lui scatta spaventato
come se avessimo appena visto un cucciolo di orso. Sento il tetraone
sbattere le ali alle nostre spalle finch il rumore del Fish-hawk non si alza dal letto e cancella il verso dell'uccello.
Il cielo  terso. Il giorno si  riscaldato, ma non c' afa. 
perfetto per una cavalcata e per far asciugare il cuoio. I miei piedi
stanno davvero bene.
Alla prima confluenza con il Fishhawk il torrente ha proseguito
tagliando dentro la sponda e cadendo pi in l, lasciando
un dislivello di tre metri di terra friabile. Numerosi pini hanno
le radici scoperte e sono piegati sull'acqua. La situazione sulla
sponda opposta non sembra migliore. Guido il buckskin attraverso
gli alberi abbattuti e per poco non lo faccio ruzzolare sopra
un tronco che si rifiuta di saltare. In quel passaggio controvoglia
si gratta gli stinchi posteriori. Sento immediatamente il
suo cambio d'umore. Smonto per controllare che non gli sia finito
un pezzo di legno nel fianco o nel ginocchio e scopro che
c' solo una spellatura. Lo conduco a mano zigzagando nel bosco
sopra il torrente, alla ricerca di un guado, e lo trovo a mezzo
miglio dallo smottamento. Rimonto in sella su una piattaforma
di pietra levigata che costeggia il torrente e lo lascio
abbeverare. Proseguiamo controcorrente sui grandi massi del
corso d'acqua per un centinaio di metri perch la sponda
orientale  come sospesa nel vuoto, scavata alla base, e poi finalmente
troviamo uno scivolo costruito dagli alci per raggiungere
l'acqua. Faccio svoltare su per quel passaggio il buckskin
che scoreggia e si danna l'anima per non scivolare e usciamo
dall'acqua senza bagnare ancora una volta i miei stivali.
Procediamo sul sentiero principale per un centinaio di metri
in salita e il buckskin prende un'andatura pi veloce, scuotendo
la testa e mordendo l'imboccatura, piuttosto incazzato di
essere in giro solo con un ragazzino che si diverte a fare lo slalom
tra gli alberi abbattuti e risalire un torrente sventrato.
I due guadi successivi non sono come li ricordavo ma comunque
percorribili. La pista si snoda in una sequenza di sporgenze
erose che entro la fine dell'estate saranno appianate. Per
quel che ho visto finora, una giornata di lavoro dovrebbe essere
sufficiente per tracciare un nuovo sentiero intorno alla prima
confluenza. Decido di seguire il corso d'acqua per altre tre o
quattro miglia prima di tornare a casa. Porto il buckskin su per
il pendio settentrionale di una cresta che ricade in una formazione
rocciosa e franosa. Quando abbiamo raggiunto la catena
di alte colline la pista s'ingobbisce verso ovest, si piega su se
stessa disegnando una curva secca e scoscesa, gira di nuovo a
ovest e ridiscende pi armoniosamente al torrente.
 proprio mentre affrontiamo la cresta che il cavallo s'inarca
lanciandomi in aria e scappandomi via da sotto. E un trucco
che mette in atto appena pu, ed  il genere di animale che sa
scegliere il giorno sbagliato;  un po' monello, non  cattivo.
Domattina quando gli dar la biada nitrir e sfregher il muso
contro il mio petto. Oggi aspetta quella curva secca e ripida.
Mi coglie impreparato - in verit, mi coglie mentre sto fissando
il mio stivale destro, con il peso tutto caricato sulla sua spalla
destra - e scarta dalla pista, scalcia in aria sollevando le gambe
sopra la testa e si dilegua alla sua sinistra.
Quando smetto di rotolare ho tutto il tempo che voglio per
guardare i miei stivali nuovi. Li guardo con gli occhi socchiusi,
cercando di fermare le immagini, di interrompere il vortice. La
testa sembra sul punto di svitarsi da un momento all'altro, ma
pare che non mi sia rotto nulla, sono solo un po' scioccato.
Quando il mulinello degli alberi si  placato mi lascio andare
indietro appoggiandomi sui gomiti e chiudo gli occhi. Poi mi
sdraio sulla schiena. C' solo un dolore diffuso. Le anche e il
fondoschiena sembrano in ordine. Sento lo scalpiccio degli
zoccoli del buckskin in un'eco lontana, che si affievolisce. Immagino
la sua soddisfazione. Il pensiero mi fa sorridere. Mi
siedo e raccolgo le ginocchia contro il petto. Funziona tutto.
Quando mi rialzo in piedi mi sento solo, non zoppo. Mi slaccio
i gambali e me li metto in spalla. Mi aspettano cinque miglia a
piedi. Con i gambali sembrerebbero dieci.
Sulla pista principale trovo le impronte del buckskin. Questo
fianco della cresta guarda a nord,  ancora umido, e lui  finito in
una macchia. Sorrido di nuovo. Il figlio di puttana. Se la passer
certamente meglio di quando aveva me sulla groppa. Un centinaio
di metri pi avanti trovo una delle redini rotta e me la lego
intorno al collo. Spero non rompa anche l'altra. La redine mi
scende dai due lati del collo e sul petto come un sottile finimento
equino. Si  spezzata vicino al morso. Stasera la riparer. John mi
guarder e mi sorrider, forse mi prender un po' in giro, e io
avr una briglia leggermente pi corta dell'altra.
Mentre cammino, tengo lo sguardo fisso sui miei stivali.
Sembrano ancora nuovi, ed  una sensazione che si prova solo
una volta all'anno; quando se ne acquista un nuovo paio. Per
tutto il giorno (poco importa cos'altro ho fatto, e in verit 
questo il motivo per cui mi ritrovo appiedato) ho guardato le
punte lisce e intonse di questi stivali con i quali la camminata si
 trasformata in una sorta di volo radente. Guardarli mi rende
pi consapevole del fatto che sto camminando, che sono un ragazzino
che non ha pi un cavallo sotto di s.
Penso che il camminare sia diverso dal cavalcare. Sono collegato
alla terra in modo diverso, pi consapevole dell'impatto
delle mie ossa contro il terreno, pi consapevole della superficie.
Il mio respiro diventa rapido e affannoso. Penso che quando
cammino  come se parlassi di me stesso all'orecchio della
montagna. Ad alta voce.  una sensazione che mi piace. Mi piace
anche stare a cavallo. Quando sono in sella  come se per riempirmi
i polmoni dovessi aspirare l'aria da mezza tonnellata di
animale. Il respiro giunge pi pieno, pi caldo; la respirazione
espansa, soporifera e meditativa. Quando sar pi grande paragoner
la differenza tra camminare e cavalcare a quella che c'
tra la preghiera e l'effetto della preghiera stessa. Un paio di corvi
tiene il mio passo, con voli brevi da un albero all'altro, gracchiando.
Qui i corvi sono una presenza costante. So che mi trovo sulle
Absaroka Mountains. Ho letto che nella lingua dei crow, la parola
absaroka significa corvo. Mi volto verso di loro e grido:
Absaroka! Il pi grande dei due apre le ali, scende e risale per
appollaiarsi su un abete di Douglas davanti a me. Penso a mia
sorella. Mi chiedo se ha visto il buckskin che mi lasciava appiedato.
Se l'ha fatta ridere. Se sta ancora ridendo. Chiudo gli occhi ma
riesco a sentire soltanto il torrente e il dialogo dei corvi.
La pista scende per il pendio boscoso, assecondando le curve
del terreno e delle rocce, ritornando nella sua depressione a
un ritmo che gli animali possono seguire agevolmente, risalendo
con comodo dove l'aria  pi rarefatta, senza che i loro cuori
siano costretti a prelevare scorte dai magazzini del grasso.
M'infilo nella piega che corre dalla sommit della cresta al torrente,
allargandosi, trasportando l'acqua in eccesso dal pendio.
Il bosco s'infittisce, e io mi perdo nella ripetizione dei miei movimenti.
Mi rendo conto, pur restando nel dubbio, che in cima
a questa scorciatoia non ci dev'essere nessuna sorgente, e mi
spiace perch ho sete, ma quando la taglio nel punto pi
profondo - dove, in realt, mi auguro di trovare un ruscello - e
svolto, mi trovo la strada bloccata da una femmina di alce;  a
poco pi di un metro, e in mezzo a noi, proprio nell'istante in
cui ci siamo visti, ha partorito il suo piccolo. Lui si accascia sul
sentiero ai miei piedi. Gli occhi della madre si agitano di terrore
alla mia vista. Rincula guardinga sulle proprie anche e fugge
via in cerca di riparo, e io mi ritrovo l a guardare il suo piccolo,
e i miei stivali, ora macchiati del suo sangue.
L'alce neonato  peloso, ossuto e si muove goffamente,
senz'agilit. Mi fa venire in mente un alano in miniatura cieco
ed emaciato. Lotta per restare in piedi, per liberarsi dal groviglio
della placenta, macchiato di sangue, prima trasparente, poi
bianco e vermiglio nella luce attutita dagli alberi. Guardo una
volta le impronte che ha lasciato. E salita dritta su per la collina.
Il pendio  bagnato. I suoi speroni hanno impresso i segni
dietro ai lobi delle impronte. Sento il suo nitrito, e poi abbaiare,
una volta soltanto, mi sposto rapidamente dal sentiero e
scendo dalla montagna, lontano dal piccolo alce. Mentre cammino
prego. Prego che la mamma del piccolo alce ritorni. Che
possa offrirgli i capezzoli pieni di latte. Prego di non aver causato
una morte. Chiedo a mia sorella di ascoltare le mie preghiere.
Le chiedo di riferire quelle parole.
Quando sono a corto di fiato mi fermo, mi volto a guardare la
montagna pi in alto. Vedo solo alberi e la luce obliqua del
pomeriggio che li tiene segregati.  tutto cos tranquillo che per
un momento penso di essermi immaginato la nascita di un alce.
Chiudo gli occhi. Sulle palpebre rovesciate  impressa l'immagine
della nuova creatura scivolosa; ordinaria, ma allo stesso
tempo ineffabilmente privata. So di aver assistito a un evento che
la maggior parte dei ragazzi non ha mai visto. So che ha reso la
giornata diversa, come succede con la morte. So di aver varcato
la porta, lasciata momentaneamente aperta, di una parte pi
profonda del mondo in cui vivo, e di essere di nuovo fuori. Gli
stivali sporchi di sangue sono la prova di quanto  accaduto. Ma
al di l dell'emozione, al di l della suggestione di un'escursione
inattesa, so di non aver visto abbastanza.
Mi sbottono la camicia e l'appallottolo come uno straccio
per cercare di togliere le macchie di sangue dell'alce dai miei
stivali nuovi. Non vengono via, ma si allargano e si stingono, e
sugli stivali fanno l'effetto del mantello di un appaloosa o, penso
sorridendo, delle guance lentigginose di una ragazza con i
capelli rossi. Mi rinfilo la camicia, mi stringo le braccia intorno
al torace in un abbraccio, e sussurro il suo nome. E poi ancora.
Penso a lei cucinata nel corpo di mia madre. Morta nel mondo.
Viva nel mio cuore, in questa foresta, giusto dall'altra parte di
qualche porta chiusa.
Mi ci vuole circa un'ora per raggiungere strisciando una postazione
sottovento rispetto al piccolo alce. Mi accovaccio e rimango
a studiare la scena. La sua mamma ha girato intorno e
riappare sulla scorciatoia spostandosi con la massima prudenza.
Fa un passo e si blocca, poi fa un altro passo ancora. Ha la
testa eretta e le narici aperte. Il suo corpo  raccolto dietro al
muso, pronto alla fuga. Il piccolo  disteso sul fianco sinistro, le
spalle sono sollevate sopra le zampe anteriori divaricate. Quando
trova il respiro sbatte le palpebre e uggiola. La mamma lo
annusa e comincia a lappare via la pellicola della placenta. Si
blocca per scrutare nel bosco, prima a destra, e poi a sinistra.
Abbassa la testa e spinge con il muso il piccolo alce ai suoi piedi,
e io striscio pi lontano sulla pancia rimanendo sottovento -
attento a non commettere due volte lo stesso errore - e svolto
gi verso la casa di montagna. Procedo a passo spedito.
Attraverso tutti e tre i guadi correndo per tenere i miei stivali il
pi asciutti possibile o almeno per non inzupparli anche all'interno,
stando attento a non cadere. Quando arrivo al Campo dei
boy-scout  quasi buio. Premo un occhio contro la fessura dove
due pannelli di compensato chiudono la finestra di un refettorio
e all'interno  tutto grigio e tranquillo con file di tavolini da
picnic vuoti.
La strada sterrata  pi dura della pista, e io zoppico a causa
di una vescica cresciutami sul tallone del piede sinistro. I fianchi
cominciano a dolermi. La luce  morbida e verde e cala rapidamente.
Il mio stomaco si lamenta e le mani sono gonfie,
strette nella pelle, provate dall'impervia discesa.
Sento lo scalpiccio degli zoccoli prima di vedere i cavalli e poi
il fascio di una torcia elettrica che gioca sul mio corpo e sul mio
viso. Avanzo per sfuggire alla luce. Mio padre  in sella al baio che
ama montare. Il cavallo avanza lateralmente e mastica il morso.
John cavalca al suo fianco e dietro di loro c' mio fratello.
Ti sei ferito? chiede mio padre.
Solo una vescica. Pi che altro nell'orgoglio.
Il tuo cavallo  arrivato a casa un'ora fa.
Con una redine sola?
S risponde John.
E i piedi bagnati?
Sono a posto.
Monta dietro a tuo fratello dice mio padre, e fanno girare i
cavalli sulla strada. Tua madre non riuscir a prendere sonno
finch non saremo tornati.
Mio fratello sfila il piede sinistro dalla staffa e io c'infilo il
mio, salgo dietro all'arcione e mi dimeno irrequieto fino a
quando non trovo una posizione comoda sopra le bisacce. Gli
altri mandano avanti i cavalli in parallelo.
Ti ha disarcionato? chiede mio fratello.
Non  proprio il termine giusto.
Lo avevi legato?
Si  chinato di colpo e poi mi ha fatto volare via. Ha trovato
un punto perfetto per farlo.  tornato a casa con una redine
sola.
Mio fratello annuisce. Hai fame? chiede.
Da un paio d'ore.
Gli altri hanno spronato i cavalli a un'andatura pi spedita.
Mio fratello rimane indietro con il suo sauro. Fruga sotto il
giubbotto di jeans e tira fuori un panino avvolto nella carta
oleata. Pensavo che ti fossi... dice. Pap diceva che potevi
essere ferito o addirittura morto, ma io sapevo che saresti stato
solo affamato. E intanto mi passa il panino.
Che c' dentro?
Ossa, corna, zoccoli e pelle. Sento che piega la testa per
sorridere, ma senza voltarsi.
Sa di prosciutto dico, con tutta la sicurezza che posso esibire.
Immaginavo che non lo sapessi.
Te l'ha detto la mamma?
Le ho risposto che lo sapevo gi.
Ed era vero?
Chiaro che no. Il suo cavallo incespica nell'oscurit e nitrisce.
I ferri dei cavalli degli altri sprigionano scintille trenta metri
pi avanti e pi in basso di noi. Non ho nessuna intenzione
di mangiare ancora di quella roba dice. Non m'importa chi
la serve.
Nemmeno io gli dico. E aggiungo che non m'interessa
nemmeno l'aromatizzante che ci mettono dentro.
Non mi stare addosso con quel panino dice. Non voglio
che mi sbricioli nel colletto.
Mi piego un po' indietro, e lui invita il cavallo al trotto.
Non pensavi che fossi morto? chiedo.
Si calca in testa il cappello. In quel caso non avrei preparato
il panino risponde.
Quando attraversiamo il ponte sullo Shoshone lo scalpiccio
degli zoccoli riecheggia, si disperde e si raccoglie nella notte,
sull'acqua, sempre pi fievole nella corrente. Appallottolo la
carta oleata e la infilo nel colletto del giubbotto di mio fratello.
Lo colpisco alle costole e lui lancia un grido rauco, sprona il
cavallo, e il sauro salta e scalcia. Adesso ci scoregger via tutti e
due dice, ma tengo le braccia strette intorno a lui, e sento che sta
ridendo.
Quindici anni pi tardi a New York, con le scarpe asciutte, in
un ristorante del Village, un uomo allampanato di carnagione
scura, emigrato di recente da Hardwar, nel nord dell'india, mi
prende la mano, studia le linee e le rotondit sul mio palmo e
poi mi fissa negli occhi e mi dice che una sorella con i capelli
fulvi mi accompagna a ogni passo.  un cameriere e, ci vorrebbe
far credere, anche un mistico. Io ho ventisette anni. Sono arrivato
a New York per cominciare una nuova vita, per rifare la
mia storia personale. Sono venuto a New York perch ho preso
delle decisioni riguardo all'uomo che voglio essere. Il processo
richiede che dimentichi il ragazzo che ero. Devo diventare meno
provinciale.
Dico a quello che mi legge la mano che non ho una sorella. Mi
volto verso gli amici seduti al tavolo e faccio spallucce. Gli rido in
faccia. Gli dico che ci siamo solo io e un fratello pi giovane. Gli
dico che mio fratello vive in Florida. Che ha preso la laurea in
legge. L'uomo sorride. Dice che la famiglia non  una cosa che si
possa abbandonare facilmente. Dice che mia sorella mi accompagna
perch  un'anima dolce e gentile, e perch pu. Descrive
il modo in cui il mio cane, quello che ho lasciato nel Wyoming,
gira in tondo dentro i cespugli di salvia, da solo, inseguendo
qualcosa parecchi centimetri sotto la sua coda. Dice che sa che
ho visto il cane giocare. Dice che mia sorella gioca con il cane per
tenersi occupata quando sa che sono gi felice. Dice come si chiama
il mio cane, pronuncia il nome una lettera per volta cos da
non commettere errori, e la razza esatta cui appartiene. Dice che
mia sorella gioca con me nello stesso modo, ma che io sono
diventato troppo rigido per correre in tondo.
Lascia andare la mia mano e si appoggia indietro allo schienale
della sedia. La faccia  rilassata. Sembra stanco. Gli occhi
sono castani, morbidi e vivaci. Dice che la cura della mia felicit
 un compito che l'anima di mia sorella si  assunta. Per
secoli specifica. S'interrompe e si piega in avanti. Dice che il
suo nome  Cindy. Lo ripete due volte. Dice che mia sorella
adesso  con me, al mio fianco, accanto a questo tavolo in un ristorante
di New York, che balla lentamente con indosso un
paio di stivali da cowgirl maculati.
Chiudo gli occhi per trattenere delle lacrime improvvise. Sono
come mia madre. Non piango. Sento un corvo gracchiare.
Annuso la salvia, i pini e il terreno argilloso. Sento il cigolio
della sella di cuoio che si muove contro il suo fusto ligneo.
Guardo l'alba di un vero giorno. Le luci sono impetuose e chiare;
fine maggio o primi di giugno, penso. La Luna della Creazione
del Grasso dico ad alta voce.
Nessuno mi chiede perch.
...
.
...
3. OSSA.
...
.
...
Il coltello dev'essere pi affilato di quanto John ricordi. Certamente
non affilato come intende lui, ma l'intimit, in certa misura,
alimenta il tedio, e il tedio una trascuratezza familiare. Fa
parte dei suoi attrezzi, e lui ai suoi attrezzi tiene molto. Affila la
lama tutte le sere. Come un padre che pulisce il palmo della
mano di un figlio. Con la stessa sorta di spontanea attenzione.
John ha gi superato la quarantina, io ho tredici anni. Lavoriamo
tutti e due per mio padre al Crossed Sabers Ranch, ma
siamo molto distanti dal ranch. Siamo molto distanti da ogni
soccorso.
Siamo nel Wyoming nordoccidentale, al confine occidentale
della Shoshone Wilderness. Sul Grinnell Creek. Abbiamo dovuto
cavarcela da soli. Abbiamo dovuto uccidere questo alce. Il
suo corpo giace tra di noi.
John si alza e si allontana lasciando l il lavoro che abbiamo
cominciato. Sembra non avere fretta. All'inizio penso si sia alzato
per scaricare la tensione dalla schiena. Mi aspetto che muova un
passo e cerchi di sciogliere un crampo. Abbiamo lavorato chini,
su un versante della collina, camminando con prudenza sul
tappeto di aghi di pino e materiale decomposto. Stava tagliando
con la lama del coltello una linea che partiva dall'ano dell'alce
morto per raggiungerne lo sterno, e dato che ha perso l'equilibrio
ha poggiato la mano sinistra davanti all'incisione, sull'addome
dell'animale. Io sono in piedi sopra di lui. Afferro la zampa
dell'animale all'altezza del garretto e mi sposto con il peso dalla
parte opposta, verso la collina; facendo leva sulla zampa per
offrire quel maschio di alce al massacro. Per esporlo in modo che
si possa svuotare. Nell'aria c' odore di sangue, viscere e selvatico.
L'autunno sta per finire. Stiamo lavorando per noi stessi.
Questa  la nostra carne per l'inverno. Ma sono distratto.
John tiene la mano sinistra sollevata e lontana dalla faccia,
come fa un presbite con la prima pagina di un quotidiano. Fissa
la mano come se non la riconoscesse. Come se il testo fosse scritto
in una lingua a lui sconosciuta. Seguo la lunghezza del suo
braccio. Penso stia indicando qualcosa e guardo nel fitto della
foresta, poi torno a lui. La mano destra  ricaduta sul fianco.
Impugna ancora il coltello, ma senza forza. Le maniche sono
arrotolate sopra il gomito per il lavoro di macellazione. Vuole
evitare di sporcarsi gli abiti di sangue. Gli avambracci gli brillano
bianchi come la luna nella semioscurit. Sono confuso.
Guardo di nuovo la mano sollevata. La rivolta. Il mignolo
cade seguendo un'angolazione innaturale. Io sto ancora tenendo
la zampa dell'animale. Mi appoggio al fianco della collina.
John rigira la mano lentamente, con il braccio teso, la studia, e
poi l'avambraccio si scurisce lucido e scivoloso, il sangue cola
come un'ombra cremisi. Veloce come un'ombra. Un'ombra colorata
caduta prima di una luce improvvisa. Osserviamo tutti e
due, mentre il sangue gli gocciola dal gomito. Lo guardiamo allargarsi
ai suoi piedi in una macchia dai contorni confusi.
Finalmente riesci a dedicarmi un po' della tua dannata attenzione
dice. Nella sua voce non c' traccia di panico. Per un
istante penso che non sia successo niente. Che tutto sia rimasto
come prima. Che siamo salvi. Poi lui flette la mano, e io osservo
la carne ritrarsi, aprirsi in una smorfia, e vedo brillare l'osso scoperto
come il sorriso di un pugile suonato. L'osso brilla bianco
come il suo avambraccio destro. Pensi di stare attaccato alla
zampa di quell'animale per tutta la vita? chiede. Mi piacerebbe
coprire tutto prima che mi venga il vomito.
Mi porge il coltello e io lo prendo. L'acciaio  ancora vivo e
perfido. La lama lampeggia nella luce che sta per svanire.
Non mi arrabbio se acceleri un po' dice. La sua voce rimane
calma. Ha avvicinato la mano alla faccia. Ha le gambe divaricate,
i piedi rivolti in fuori per guadagnare stabilit. L'odore del
sangue  sempre lo stesso dice. Non una parola di pi.
Mi tiro fuori la camicia dai pantaloni e la taglio in fondo,
lungo tutta la larghezza. Il tessuto si strappa come se si trattasse
di un altro capo d'abbigliamento. Il coltello  affilato che meglio
non si potrebbe. Premo la parte non affilata della lama
contro la coscia e la faccio rientrare nel manico. Infilo il coltello
nella tasca dei jeans.  caldo, consapevole della propria importanza.
Le mie mani stanno tremando.
 molto peggio di quel che sembra dice. Tiene la mano ferita
tesa verso di me. Sta sorridendo. Spera che io faccia altrettanto,
ma sono troppo spaventato per sorridere. Non preoccuparti,
ragazzo.  solo la mano di un uomo. Cerca di non
pensare che  la mia.
Annuisco, ma le mani continuano a tremarmi.
Adesso bisogna darsi da fare dice. Ha scandito le parole
una per volta.
Faccio di nuovo cenno di s con la testa. Faccio combaciare i
lembi lacerati della sua carne. Li guardo mentre si richiudono
sull'osso. Il sangue scorre scuro. Pende dalle sue dita come la
bava di un vecchio toro malato. Faccio in fretta. Le mani mi
diventano scivolose e poi appiccicaticce. Le dita mi s'incollano
insieme. L'aria si sta raffreddando. Quando sento salire i conati
di vomito sputo.
Premi dice. E metti su quel dito una o due bende. Mi
piacerebbe tenermelo, quel piccolo figlio di puttana sulla sua
faccia c' sempre lo stesso sorriso, ma ha cominciato a spegnersi
agli angoli. Se ne esco vivo magari ne avr bisogno da vecchio
per pulirmici il naso. Rifiuta di condividere la mia paura,
rifiuta di farsi contagiare da essa. Sento arrivare la calma. Penso
a mia madre. Mia madre  un'infermiera, ma non  qui.
Guardo gli alberi alti sopra le nostre teste. Le ghiandaie grigie,
le sitte e le piche si sono riunite. Stanno l'una accanto all'altra,
ansiose di un pasto caldo.
Arretro. Il pezzo di camicia  gi inzuppato e gocciolante,
ma il sangue sul suo braccio si sta coagulando in macchie e comincia
a seccarsi nella luce moribonda. Come va?
Sei stato un po' avaro con il tuo bendaggio. Tiene gi la
mano fasciata e si stringe il polso con quella buona. Credo voglia
arrestare il flusso. Le vene del collo gli si gonfiano e diventano
piccole bisce color magenta sul suo avambraccio. Fa delle
smorfie. Prendi la torcia in una delle bisacce. La sua voce
viene da un punto pi alto nel torace. Quando parla s'incrina.
Possiamo arrivare all'accampamento in mezzora gli dico.
La paura sta tornando.
Lui si schiarisce la gola. In ventiquattrore potremmo arrivare
a Chicago. Alza lo sguardo verso di me. La pelle sulle gote
e intorno agli occhi appare raggrinzita, ma non ha perso il suo
sorriso. Nel giro di mezzora sentir questa cosa pulsare nelle
palle. L'accetta  l dove c' la torcia. Allegro, stai per imparare
a macellare un alce. Non mi sono ancora mosso. Tutto bene.
Non sono morto. L'animale lo macelleremo all'alba.  meglio
se stanotte lo lasciamo raffreddare, altrimenti ci rimarr solo
carne marcia.
Hai bisogno di punti.
Ti sei laureato in medicina e non me ne sono accorto?
In citt. Da un dottore. Nel frattempo sono arrivati altri
uccelli. Il loro cinguettio ricorda il picchiettio di bastoni secchi.
Se non corri a prendere quella torcia ti annodo la testa con
la mano buona cos poi del dottore avremo bisogno tutti e
due. Ha smesso di scherzare. Non gli interessa farmi ridere. 
un uomo equilibrato, ma io sono stato cresciuto in mezzo agli
uomini. So che la frustrazione e il dolore possono trasformarsi
rapidamente in rabbia.
John stringe la torcia fra i denti e indirizza il suo fascio di luce
tra gli arti posteriori dell'animale. Era quello il punto in cui
aveva cominciato il lavoro. Il punto in cui si  verificato l'incidente.
Tiro fuori il coltello dalla tasca. Infilo l'unghia del pollice
nella scanalatura sulla lama e la faccio scattare. La lama 
macchiata e ancora bagnata. John si toglie la torcia di bocca.
Hai paura che il coltello ti possa mordere?
Nossignore. Tutto bene.
Allora forza, mettiamoci al lavoro. Non sono esattamente
rilassato.
Con la torcia di nuovo in bocca mi d istruzioni ciancicate
ma precise. Tira con il braccio buono. Il sudore gli filtra dalla
camicia che si attacca alla schiena e al petto. Togli quell'ultima
membrana dice. Tagliala pi in alto. Arriva su fino al collo e
strappagli la trachea. Il cumulo di viscere fuma nell'aria che si
raffredda.  scuro, lucido e repellente. John si muove sotto di
me. Tira una parte dello sterno diviso e io faccio leva con un legno
nell'incavo del torace per tenere la gabbia sollevata. Il lavoro
mi prende pi tempo del necessario perch sono solo un
ragazzino. Mi tengo un po' lontano dalla carcassa. Ho macchie
di sangue sulle spalle e respiro a fatica. I capelli di John sono
appiccicati sulla fronte e le cornee degli occhi striate di rosso.
Tiene le spalle incurvate.
Raccogli il fegato e il cuore dice, e si volta verso i cavalli.
Gli organi sono scivolosi come pesci. M'inginocchio per
passarci sotto le mani, stringermeli al petto e proseguire. Sento
il loro calore attraverso la camicia. Sento il coltello sbattere su
e gi contro la coscia. Ho la sensazione che non sia soddisfatto.
E affamato di sangue.
All'accampamento John mi passa le sue redini ed entra nella
nostra tenda. Accender un fuoco. Non si volta.
I nostri quattro cavalli da soma stanno addossati nel recinto
di fortuna. Mi guardano mentre dissello il mio cavallo. Abbasso
un palo per farli passare e loro trotterellano nel prato piegando
la testa per pascolare. Il cavallo di John caracolla sull'erba
e sulla terra mista a neve, si ferma, si scuote e si unisce agli
altri. Sbuffano. Un grande baio dalle forme slanciate tossisce
una volta. Increspano il mantello e spazzano l'aria con la coda,
come se ci fossero mosche, ma non ce ne sono. Mi concedo un
attimo di sosta e mi abbandono al ritmo di quella piccola mandria.
D un senso di pace osservare i cavalli al pascolo.
Dentro la tenda John  seduto sul suo sacco a pelo con le
gambe incrociate. Ha la faccia pallida. Tiene la mano in grembo
e la fissa. Il cappello  poggiato sul cocuzzolo per terra, di
fianco al sacco. I capelli sono radi, e da sopra si vedono ciuffi
bianchi come i denti. Bianchi come la scatola cranica sotto la
sua pelle. Solleva lo sguardo verso di me. Cerca di rilassare i lineamenti
del viso e di non pensare al dolore che entrambi sappiamo
persistente. Se riesco, provo a chiudere un occhio dice.
Svegliami quando  pronto da mangiare.
Riempio un secchio con l'acqua del torrente. La luna  alta nel
cielo e i cavalli proiettano ombre lunghe che sembrano grassi
puledri al loro fianco intenti a pascolare pi lontano nell'erba
alta. Lavo il cuore e il fegato e li taglio a pezzi dentro una padella
sopra la stufa pieghevole che ci portiamo dietro nei viaggi brevi.
Di fianco alla stufa, nella pila di panieri, abbiamo costruito una
cucina. La tenda ha pareti di un metro e mezzo e una traversa che
non riesco a raggiungere. Affetto le patate e le cipolle e le unisco
alla carne che ha gi cominciato a sfrigolare, ci metto due
cucchiai di grasso di pancetta e un pizzico di pepe di Caienna.
Mi fermo sopra John con le due razioni calde. Dorme con la
testa piegata all'indietro sul giubbotto che ha arrotolato come
un cuscino. Ha la bocca aperta. Il pomo d'Adamo gli esce dalla
gola e il mento dalla faccia. Sono ricoperti da una barba di due
giorni. Sulla sua guancia c' una striscia di sangue. E un uomo
magro. Non c' un solo punto in cui i vestiti gli tirino.
Il suo corpo non fa molta impressione, ma  un corpo che
conosco e di cui mi fido. Abbiamo vissuto insieme, nella stessa
baracca, per due estati e due autunni. L'ho visto ubriaco e nudo,
ho sentito la sua rabbia e le sue risate. Mi ha raccontato barzellette
raffinatamente oscene mentre stava seduto sul cesso della
baracca. Il bagno  senza porta. Non c' un luogo dove te ne puoi
stare chiuso a chiave per i fatti tuoi. Conosco il rumore dei suoi
passi sulle assi di legno di notte, la sua tosse, il ritmo del suo respiro
quando lavora, gli accordi delle tre canzoni che sa suonare con
l'armonica. Riconosco il suo odore. Ha il profumo di casa.
Penso al sentiero che porta all'autostrada. Ci sono soltanto
dieci miglia. Potrei lasciarlo dormire. Potrei prendere il cavallo
legato al picchetto ed essere di ritorno in cinque ore con un
aiuto. Un altro uomo. Ma so che se lo abbandonassi si romperebbe
qualcosa nella famiglia che quest'uomo e io abbiamo costituito.
Per lui equivarrebbe a dimostrare che non ho fiducia
in me stesso. A dimostrare che non ho fiducia in lui come guida
per aiutarmi a crescere e diventare uomo.
John dico, e lui chiude la bocca ma non si sveglia. John
ripeto, e apre gli occhi. Mi guarda, mi sorride e si mette a sedere
senza sforzo. Gli poso il piatto in grembo. Si china sul suo
pasto, consumandolo rapidamente. La mano ferita  posata al
suo fianco. Sembra il cadavere di qualche piccolo animale appallottolato
e avvolto in un lenzuolo funebre.
Hai messo un po' d'acqua a scaldare? Parla con la bocca piena.
Sissignore.
Annuisce, senza sollevare lo sguardo dal piatto.
Quando ha finito di mangiare lo aiuto a togliere la benda
dalla mano. Ci muoviamo facendo la massima attenzione. Di
fronte a noi, a portata di mano, ho piazzato una tazza smaltata
d'acqua e la bomboletta di spray medicinale rosso porpora usato
per i cavalli che mi aveva ordinato di portare: un forte disinfettante
che brucia e lascia la pelle macchiata per giorni.
Lui immerge la mano nell'acqua con il palmo rivolto all'ins.
Inala aria con la bocca socchiusa, in modo regolare, concentrandosi
sulla respirazione.  il genere di dolore che un
uomo  in grado di sopportare, ma anche il genere di dolore
che ti prosciuga. Un tempo ero abbastanza incosciente da mettermi
dietro a un puledro e farmi scalciare nel petto. Penso
che sia un dolore di quel genere. Una pulsazione che ti attanaglia
il cervello come un rapace la carne viva. Non ti molla.
Non serve a nulla ingaggiare una lotta. Ribellarsi al dolore
rende la sua presa ancora pi forte.
L'acqua gli copre il polso. Lui chiude gli occhi, gira la testa e
affonda la mano buona nella tazza, teneramente, come se sul
fondo ci fosse qualcosa che gli morder le dita. Si tasta intorno
alla mano ferita con i polpastrelli. L'acqua si tinge di sangue.
Lui non guarda quel che sta facendo.
Non  che hai portato dell'aspirina?
Non ho preparato io il carico gli rispondo.
O magari del whisky?
Nossignore. Studio l'acqua come un apprendista stregone
potrebbe guardare in una palla di cristallo. C' solo il riflesso
tremulo della luce della lanterna. Non ci sono indicazioni sul
nostro futuro.
Quando tira fuori la mano dalla tazza la rovescia per esaminarla.
Nel punto della lacerazione, la carne si  ritirata, gonfia,
scoprendo l'osso. Il dito penzola trattenuto soltanto da una
striscia di pelle tumefatta e da una banda di cartilagine bianchiccia.
C' anche l'osso, un frammento, ma in un'angolazione
che compromette l'armonia del palmo. La mano sembra avere
lasciato tutto il suo sangue nella tazza. Appare innaturalmente
bianca, ingrossata, e fuma a contatto con l'aria pi fredda.
Hai tagliato quella camicia nel modo che volevi?
S.
E puoi farlo un'altra volta?
Credo di s.
Non  il momento dei ripensamenti.
Posso farlo gli dico.
Prendimi il polso in modo da poterlo girare in caso di bisogno.
Si guarda in grembo e solleva la mano. Afferralo con
decisione. Potrei tirarlo via di scatto.
E l'osso?
Prendi tutto insieme.
Le mie dita non sono abbastanza lunghe per circondare il
suo polso. Mi alzo sulle ginocchia, cos posso continuare a fare
il mio lavoro anche nel caso che si allontani. Nell'altra mano
tengo la bomboletta di disinfettante.  larga come il suo polso.
Non la user contro di te dice. Alza rapido lo sguardo e fa
una smorfia poi lo riabbassa.
Quando comincio a spruzzare sento un tremito attraversare il
suo corpo, levarsi in aria e disegnare un arco fin dentro il mio
braccio.  come se ci fosse caduto addosso del filo elettrico
scoperto. Quando ho finito, lascio la bomboletta e gli afferro il
polso con entrambe le mani, sempre inginocchiato di fronte a lui.
Le vibrazioni continuano, e con esse il sibilo dello spray. Guardo
nel punto in cui  rotolata la bomboletta e mi rendo conto che 
John a emettere quel suono.
Non alza lo sguardo finch non gliel'ho rivestito con le strisce
di tessuto pulito. Le dita che fuoriescono dal bendaggio sono
di un blu indaco e contratte. Lui ritira la mano e la rimette
in grembo. Io torno a sedermi sui talloni.
Ges santo e benedetto dice. Ha un'espressione di stupore
sul viso. Gli occhi sono lucidi e una lacrima gli riga la guancia
attraversando la macchia di sangue. Non  proprio una di
quelle cose che ti metteresti in coda tutti i giorni per rifare.
Aiutami a tirarmi su.
Fa leva sulla mia spalla con la mano buona e si alza in piedi.
Fatica un attimo a trovare l'equilibrio e respira profondamente
con le gambe divaricate. Non riesco a togliermi dalla mente
l'immagine delle sue ossa. Adesso  voltato di schiena. I suoi
vestiti sembrano appesi a uno scheletro. La presenza delle ossa
sembra pi reale del sangue che scorre sotto la pelle. Prende
un rotolo di carta igienica da uno dei panieri, sposta un lembo
della tenda e sporge fuori la testa. Lo sento aspirare una volta
nell'aria rischiarata dalla luna, e poi di nuovo. Mi sa che
andr a farmi una cagata  tutto quello che dice prima di
uscire nella notte.
Quando torna lo aiuto a sfilarsi gli stivali e a mettersi una camicia
pulita. S'infila vestito nel suo sacco tenendo fuori la mano
ferita, sollevata a lato della testa. Non ti dimenticare la torcia dice.
D'accordo.
Hai fatto tutto perbene, ragazzo. Ma mi sarebbe piaciuto
che ci fossimo ricordati di caricare il whisky. E non dice altro.
Il respiro prende il ritmo regolare del sonno.
Rovescio fuori l'acqua insanguinata e do una ripulita alla
tazza. Butto nel fuoco il bendaggio aiutandomi con un rametto
lungo e aggiungo altra legna. Mi sfilo gli stivali e mi siedo sulla
mia borsa. Sento l'odore delle coperte dei cavalli che abbiamo
usato come tappeti, sento l'aroma di primavera che emanano.
Osservo la faccia di John che dorme. Sembra pi vecchio rispetto
a stamattina. Pi vecchio rispetto a quando ha alzato il fucile e
ucciso l'alce. Sento che mi viene meno la certezza che tutto
cambi gradualmente. Mi rendo conto che esistono soltanto il
lampo di un incidente e i tempi di recupero successivi nei quali ci
viene concesso di raccogliere le forze per quello che verr.
Mi alzo e riempio la tazza con l'acqua calda rimasta. La piazzo
per terra davanti a me con una striscia di stoffa bianca inutilizzata
e la cote di John. Apro il coltello e lo immergo nell'acqua.
Ci infilo anche una mano e lo ripulisco dal sangue e dai
peli. Faccio attenzione alla lama. Lo tiro fuori e lo asciugo con
la pezza. Sfavilla.  solo un coltello. Mi sistemo la pietra contro
le caviglie, nel punto in cui le ho incrociate, e mi metto all'opera.
So cosa devo fare.
Ogni sera ho guardato John seduto sul bordo della sua branda,
chinato in avanti, con faccia, torace e gambe a disegnare
una curva nell'ombra. Il coltello sotto una lampada posata su
una sedia di legno verde tirata di fianco al letto. L'ho guardato
oliare la pietra e fare scorrere la lama lentamente sulla sua superficie,
dalla base alla punta. Un movimento ripetuto. Io non
ho olio, cos sputo sulla pietra. Chiudo gli occhi per rimettere a
fuoco la baracca e ricominciare. Il coltello canta la sua canzone
contro la pietra.
 il suono che fa John con il coltello.  il suono della carne
scivolosa contro la carne. Il suono delle braccia di un uomo intento
a lavorare sotto il sole, che sfregano contro i fianchi. Un
uomo senza camicia. Che si piega per caricare il fieno. Un suono
antico. Il suono che gli animali emettono alla fine di una
giornata. Un sospiro. Un suono ripetuto. Metronomico. Faccio
una pausa. C' sempre una pausa. Allontano la lama dalla pietra,
la esamino, rivolto la pietra e ci sputo di nuovo sopra.
Giro la lama come avrebbe fatto John. Mi piego pi vicino al
filo. Penso a come i suoi occhi e i suoi capelli lucidi attratti verso
il margine dell'ombra, raccolgono la soffice, fioca luce perimetrale
del bungalow. Ricordo che John si testa la lama contro
i peli sottili del polso. Li fa volar via con un soffio. Non  mai
abbastanza soddisfatto. Mi depilo il polso. Sento la sua insoddisfazione.
La lama mi dice che non  pronta. Riprendo il coltello,
passandolo sulla pietra. La lama lampeggia alla luce della
lanterna, rossa, oro, arancione di Spagna, vermiglio scuro. Penso
alle sue mani prima dell'incidente; scure, callose, rugose, le
unghie sporche di terra montana, cuoio grattato, forfora. Penso
che un giorno anche le mie mani saranno cos. Tutto quello che
devo fare  vivere la mia vita con lo stesso genere di attenzioni;
la stessa noncuranza per gli incidenti.
Ho visto questo coltello all'opera sotto il sole di mezzogiorno.
L'ho visto tagliare cinghie di sella, canapa e rami di pino
quasi fossero immateriali come desideri. L'ho visto all'opera nel
mondo. Sono stato testimone della facilit con cui si muove. Lo
porto vicino alla faccia. Lo testo di nuovo. Non mi raschia il
polso; sussurra la sua soddisfazione.
Lo sollevo controluce. Lo immagino sotto i raggi del sole: il
piccolo, curvo, bianco riflesso che proietta; diventa cos lucido
da riflettere il calore del sole, e se lo si tiene stabilmente puntato
verso i fili d'erba secchi e arricciati dei prati, la semplice curva
di quel calore pu accendere un fuoco. Lo sento caldo e affidabile
nella mano.
Lo pulisco. Infilo un lembo dello straccio nella fessura che
c' nel manico per completare l'opera di pulizia e poi rinserro
la lama. Soppeso il coltello nel palmo e frego con il pollice sulla
parte lignea e levigata del manico. Lo appoggio vicino al capezzale
di John, su un angolo della coperta, dove lo trover la mattina.
Mi alzo in piedi e mi sfilo i jeans. Li arrotolo e li pigio in
fondo al sacco a pelo dove li ritrover caldi la mattina, salgo sopra
un paniere rovesciato e spengo la luce.
Nell'oscurit sento le ossa e la spina dorsale che si allungano
attraverso il sacco di piumino d'oca, attraverso le coperte del
cavallo, fino a incontrare le ossa della terra. Il respiro di John 
regolare e profondo. Non  il tipo che si agita nel sonno.
Immagino di essere seppellito sottoterra. L'autunno scorso,
quando la stagione stava per finire, John e io stavamo venendo
via dal Mountain Creek e siamo stati colti da una tempesta di
neve. Eravamo stati a caccia. Stavamo riportando a casa un po' di
carne. La temperatura precipit improvvisamente prima ancora
che superassimo l'Eagle Creek Pass. La neve scendeva abbondante
e danzava nel vento. I cavalli avanzavano lentamente,
ingobbiti, a capo chino, il muso coperto da baffi gelati, le narici e
gli occhi contornati dal ghiaccio. Ogni passo si ripercuoteva sulla
spina dorsale. Ogni passo apriva fratture nella sottile patina di
ghiaccio che ricopriva le nostre schiene e le nostre cosce.
In fondo al passo John smont da cavallo e tir fuori l'accetta
dalla bisaccia. A terra c'erano gi venti centimetri di neve. Io
tenevo le lunghine infilate sotto il braccio. Non sentivo pi le
mani, le gambe n i piedi. Faceva sempre pi freddo. Dalle narici
il vapore saliva inarrestabile. Avvertivo una certa sonnolenza
e lottavo per restare sveglio, mentre la neve cadeva cos fitta
da tagliarci fuori dal resto del mondo; mi entrava nelle ossa, mi
congelava, s'infilava dentro di me in punti che erano gi privi
di sensibilit. Non ero pi sicuro di essere in sella. Non riuscivo
a vedere la testa del mio cavallo. Guardavo oltre la mia mano
nel punto dove le redini si curvavano in gi e scomparivano
nella nebbia bianca e pungente.
Il mio cavallo fece un passo e poi un altro, poi si blocc.
Ebbi l'impressione che qualcuno mi avesse detto di smontare,
e ci provai. Immaginai di liberare il piede dalla staffa, di far
passare la gamba sopra l'arcione posteriore, di scendere, ma il
corpo non mi obbed. Il cappello di John apparve all'altezza
della mia cintura. John mi afferr per il giubbotto e mi tir gi
dal cavallo. Mi trascin sulla neve e mi appoggi contro il
tronco di un albero. Adesso so. Allora non sapevo. Sapevo soltanto
che non ero pi in balia del vento e della neve. Dopo di
me, John port l i cavalli, uno alla volta, lasciandoli sellati e
disponendoli a semicerchio: due cavalli da sella e quattro da
soma. Li vedevo chiaramente. Potevo vedere il loro fiato levarsi
in aria e rimanere sospeso.
John si fece largo tra due cavalli e rimase in piedi davanti a
me. I cavalli fumavano e il vapore riempiva la distanza che ci
separava. Scava disse, ma io non sapevo che cosa intendesse.
Scava disse di nuovo mollandomi uno schiaffetto, e io misi a
fuoco il suo viso. Le sue sopracciglia erano spolverate di ghiaccio.
Scava disse, e mi sorrise.
C'inginocchiammo spalla contro spalla e cominciammo a
scavare con le nostre mani. Non c'era terra, ma solo un mare
di aghi marroni. Il lavoro mi riscald. Mentre scavavo guardai
intorno a me. Sopra la testa avevo il tronco immenso, scortecciato
dell'albero. L'accetta era conficcata dentro di esso. Sentii
l'odore della linfa. Lo riconobbi come un abete di Douglas. I
suoi rami erano pendenti e si allungavano in ogni direzione
per oltre sei metri. John era penetrato nel cavo di questo vecchio
albero. Aveva scavato a colpi di accetta una caverna e
aveva portato me e i cavalli in una parte dove i rami erano
ancora carichi di aghi.
Noi scavammo una trincea poco profonda, ci sdraiammo
uno di fianco all'altro e ci coprimmo con uno spesso strato di
foglie e rametti. Tenevamo spalle e testa appoggiate contro
l'albero. Sentivo la mia anca accolta nell'incavo sopra quella di
John. Sentivo il mio braccio contro le sue costole, le nostre
gambe distese per il lungo dentro la terra. Ci riscaldavamo e
dormivamo a intermittenza. I cavalli erano le nostre stufe.
Abbassarono la testa e chiusero gli occhi. Ascoltai la tempesta.
Ascoltai un cavallo mordere la sua imboccatura. Sentii le radici
dell'albero protese sotto di me, cariche di linfa, dure nell'inverno
come vene di pietre preziose. Sentii la roccia sollevarsi e
salutare le mie ossa. Mi domandai se in quella valle ci fosse
qualche scheletro, qualche armatura di roccia che si era reso
conto della mia presenza grazie alla struttura e al pulsare delle
mie ossa. Mi domandai se la mia morte avrebbe potuto rattristare
la terra; se la mia soddisfazione le trasmettesse pace. E
dormii.
John mi svegli a mezzanotte passata e uscimmo dal nostro
riparo di foglie e rametti camminando nella notte. La luna si
era alzata nel cielo. L'aria era tersa e fredda, ma senza vento. Tirammo
fuori i cavalli dal riparo. Sbuffarono e grattarono il
mezzo metro di neve. Montammo in sella. Eravamo riposati,
tutti. I cavalli camminavano incensando con la testa, le cinghie
di cuoio e le corde cigolavano. Noi pensavamo al cibo. Ci muovevamo
attraverso quel paesaggio bianco, illuminato dalla luna,
come se stessimo pattinando sulla superficie di una lampadina
sabbiata. Non facevamo il minimo sforzo. Eravamo grati per la
nostra fame.
Sento i cavalli nel prato fuori dalla tenda. Avverto i colpi dei
loro passi scuotere il terreno. John respira con regolarit. 
troppo buio perch possa vederlo. I tizzoni si spostano e crepitano
nella stufa. Io sono dove voglio essere. Sono con un uomo
che ha cura della mia sicurezza. Sono con i cavalli, e sto schiacciato
contro la terra.
Penso ancora al nostro rifugio nel ventre del grande albero;
verde, smeraldo, marrone, nero e una singola sottile linea bianca
dov'era arrivata la neve. Penso alla parete di libri allineati
sugli scaffali del bungalow dove vivono mia madre e mio padre.
I loro dorsi sono come i resti di un arcobaleno. Ce ne sono
migliaia. Mio padre legge. Mio padre chiede a me e mio fratello
di parlargli di quello che leggiamo.
In tutto quel mare di libri c' solo un mezzo scaffale di volumi
con immagini. Si tratta di testi dedicati ai pittori e ai posti in
cui questi hanno vissuto. Ci sono riproduzioni delle loro opere.
Quello che preferisco parla di un uomo che si chiamava Bernini.
Era uno scultore, ma non c' modo di vedere le sue mani.
Credo che avesse le mani di un operaio. Quando vedo le immagini
che ha lavorato nel marmo penso alle sue mani sulla pietra;
mani capaci di infondere la vita a quella materia.
Quell'uomo conosceva i cavalli aveva detto mio padre. E
il dolore. Guarda qui. Guarda che facce ha scolpito.
Tengo il libro su una mensola sopra il letto del mio bungalow
dove vivo con mio fratello quando  inverno. In inverno la
mia immaginazione si perde nel freddo e nel buio. In inverno
mi sento congelato, lontano dalla terra. Uso il libro come una
bussola. Il libro sul Bernini mi aiuta a restare concentrato; regala
ai miei sogni il solido odore della pietra.
Le mie immagini preferite sono quelle di una fontana in
piazza Navona. E la fontana dei Quattro Fiumi. Ci sono uomini
di pietra, cavalli di pietra, cactus di pietra, serpenti di pietra,
un leone di pietra. Sono giganti. I loro corpi sono scolpiti nelle
ossa della terra. Io guardo le facce di quegli uomini. Le espressioni
conservano il dolore della loro creazione. Guardo le immagini
fino a quando non si confondono. Passo il polpastrello
del pollice sulla pagina per rimetterle a fuoco. Sui volti degli
uomini di pietra si legge la paura. Ma non credo temano la loro
natura. Non credo temano la loro discendenza. La pietra sembra
avere semplicemente conservato nella memoria il ricordo
della propria creazione. Mi domando se Adamo sia nato come
pietra. Se va sia stata l'ispirazione di una singola costola di
marmo. M'interrogo sul dolore della nascita. Tutti noi sorgiamo
dalla terra? E poi ci sono i cavalli.
Mi piace credere che i cavalli siano stati modellati pochi
istanti prima di noi, sotto di noi. Mi piace credere che siano
sorti dalla terra sbuffando, sollevando l'uomo e liberandolo
dalla mente di Dio. Il marmo  bianco come le ossa. Chiudo gli
occhi e prego perch da grande mi sia garantita, per i momenti
di tranquillit, una bellezza che risplenda nitidamente come
pietra lucidata. E prego per una discendenza che abbia occhi
per essermi testimone.
La mattina mi vesto dentro al sacco e rotolo fuori per infilarmi
gli stivali. Nella notte si sono irrigiditi, e rimango in piedi
fuori dalla tenda caricando tutto il mio peso sui piedi finch
non si ammorbidiscono e scaldano di nuovo. John sta ancora
dormendo, nella stessa posizione in cui si  addormentato.
Mormora tranquillamente.
L'erba del pascolo  ghiacciata e scricchiola sotto i piedi. Infilo
la testiera al mio cavallo da sella e traffico intorno alla fibbia della
pastoia nel punto in cui ho piazzato il picchetto. La chiusura 
bloccata dal gelo, il metallo si  addensato nella notte. Sono
contento di avere un cavallo paziente. Il sole non  ancora sorto e
la luce  debole. Avvolgo la corda del picchetto, lego il cavallo
allo steccato lasciandogli una certa libert di movimento e gli
rovescio l'ultima balla di biada che abbiamo portato.
Nella tenda faccio gocciolare un po' di petrolio della lanterna
su un pezzetto di legno e accendo un fuoco. Sono tranquillo,
faccio meno rumore di John che mormora. Il chiavistello
della stufa cigola leggermente, ma  una stufa vecchia e ai rumori
ci si fa il callo. Ho lasciato la caffettiera piena d'acqua dietro
alla stufa. Verso il caff e ci rimetto sopra il coperchio.
Sello il cavallo, mi tolgo un guanto e prendo in mano il morso
per scaldarlo. Il ghiaccio si scioglie e gocciola dal palmo della
mia mano. Alcune stelle lottano per restare ancora nel cielo.
Non ci sono nuvole. Il tempo non render pi dura la nostra
giornata.
Trovo i cavalli raggruppati in una piccola radura lungo il torrente,
un miglio pi su rispetto al grande pianoro dove siamo
accampati. Sono impigriti da una notte di pascolo, ma quando
mi muovo in circolo per riportarli indietro partono di corsa, un
paio s'inarca per gioco e amicizia. Il rumore della loro presenza
nel sottobosco e tra gli alberi abbattuti riecheggia nell'aria pungente.
Ancora un'altra ora e saranno in piena attivit e difficili
da trovare.
Quando li riconduco dentro il recinto si agitano come bulli
da bar, infine trovano pace, sniffando e soffiando sul terreno
ghiacciato. E si fermano tutti insieme a scrutare nel bosco.
Hanno le orecchie leggermente inclinate in avanti. Ascolto insieme
a loro, ma non sento niente.
John  in piedi davanti alla stufa.  riuscito a infilarsi gli stivali
e scalda il giubbotto prima di metterselo. Gli chiedo come
si sente. Lui grugnisce. Come una merda di gatto dice. La
manica della camicia gli sta stretta sull'avambraccio. La mano
si  gonfiata ulteriormente. Aiutami con questa roba dice e
agita il giubbotto verso di me. Io rovescio un paniere e lo piazzo
vicino alla stufa per farlo sedere, poi rompo le sei uova che
abbiamo lasciato in una padella. Gli verso una tazza di caff.
Mi sarebbe piaciuto portarmi una pistola carica di adrenalina
dice. Mi appoggerei la canna contro la tempia e tirerei il
grilletto sei volte. John prova a sorridere sopra l'orlo della tazza,
e ne esce una smorfia sofferente. Promettimi che oggi non
ti dispiacerai per me dice posando la tazza. Non servirebbe a
nessuno dei due.
Nossignore, lo prometto.
Macelleremo quell'alce dopo colazione e lasceremo raffreddare
la stufa. Vedrai che ci metteremo molto meno di quello
che pensi a smontare il campo.
Non pensavo ci volesse tanto.
Bene, meglio cos.
Posso dare un'occhiata alla tua mano?
L'ho gi fatto io. Non mi  stato difficile trovarla.
La colazione gli stimola un'ulteriore evacuazione, e quando
esce dal bosco gli ho gi sellato il cavallo. I cavalli da soma li
aveva sellati lui mentre facevo i piatti e toglievo la legna dalla
stufa. Avevo guardato fuori una volta e lo avevo visto allacciare
i pettorali usando la mano buona e i denti. Non devi fare tu
tutto il lavoro dice. Infila la carta igienica nella bisaccia.
Non era nelle mie intenzioni gli dico.
C' molto da fare insiste, e monta a cavallo pi facilmente
di quanto immaginassi agitandosi nervoso sulla sella e dirigendo
il suo grosso castrone nel bosco. Seguiamo gli indizi di un
percorso di caccia tra gli alberi caduti, arrampicandoci su per
una cresta che s'innalza ripida dalla valle. I cavalli si puntellano
con i loro ferri. Le anche sono tese nello sforzo, i muscoli striati
e caldi. I mantelli brillano nell'oscurit. Mi aggrappo con una
mano alla criniera del mio cavallo e tiro spostando il peso dai
suoi reni pi avanti sul collo. Ci fermiamo per lasciarli sbuffare.
Il terreno  ghiacciato, il loro equilibrio precario.
Il corpo dell'alce  rigido, e la carne quasi surgelata come fosse
stata appena acquistata in macelleria, tirata fuori fredda e spessa
da una grande cella frigorifera. John lavora con il braccio buono
e ci diamo il cambio con l'accetta. Infiliamo a fatica i quarti nei
sacchi per la carne, e poi dentro panieri di panno, lasciando sporgere
le cosce e terminando con le giunture delle ginocchia. Le
carni della schiena e del collo le mettiamo in un sacco che poi
carichiamo sopra il basto. Dobbiamo sollevare ogni paniere
insieme, poi io tengo il primo in equilibrio, bloccato contro il
fianco del cavallo da soma, mentre John fa passare le cinghie di
cuoio sulla groppa dell'animale, pareggiandole in modo che i
panieri scendano sui due fianchi alla medesima altezza.
Hai pensato qualcosa per quel palco?
No, direi di no gli rispondo. Abbasso lo sguardo sulla testa
dell'alce. E un giovane con quattro punte, la ramificazione 
piccola e irregolare. L'erba quest'estate non era buona; le nuvole
correvano alte e secche, scontrandosi a est. Nulla  cresciuto
pi di quanto avrebbe dovuto. Non porter via la testa. Le viscere,
sparpagliate nella notte, si sono scurite, l'intestino  stato
aperto dagli uccelli. Abbiamo lasciato un po' di avanzi, parti
della cassa toracica e le quattro zampe, dagli zoccoli alle ginocchia,
dove le avevamo mozzate. La neve  segnata da solchi e
macchiata di sangue.
John mi passa il suo coltello. Prendi i denti. Sono belli da
conservare. Ti aiuteranno a ricordare che questo grazioso figlio
di puttana non era soltanto qualcosa con cui riempirsi lo stomaco.
M'inginocchio vicino alla testa. L'occhio dell'alce che mi dovrebbe
guardare  stato beccato via dagli uccelli. Se oggi la
temperatura si alzer a sufficienza, l'orbita si riempir di formiche
e mosche. Il labbro  nero e piegato in una smorfia. Glielo
rimetto a posto. Taglia come cartilagine. Con la punta del coltello
gli faccio saltare i denti d'avorio e gli giro la testa. L'occhio
appoggiato al terreno  integro e mi osserva come un largo,
pallido zaffiro. Ho gi strappato altre volte i denti di un alce,
ma mi sorprende trovarne soltanto due; perch non tutti i denti
sono d'avorio. Piccole zanne penso. Mi chiedo come doveva
essere l'alce un milione di anni fa. Penso che prover a cercare
la risposta in uno dei libri di mio padre quando saremo di
nuovo a casa. Era un erbivoro zannuto? Il tempo muta costantemente
le nostre abitudini?
Hai fatto un buon lavoro l'altra sera.
Con cosa? gli chiedo.
Con il coltello. Il filo  perfetto.
L'hai provato?
Stamattina, mentre sei andato a radunare i cavalli.
Sto grattando via la gengiva e la carne dalle radici dei denti.
Non ero stanco gli dico. Mi piace il rumore che fa contro la
pietra.
Anche a me piace.
In mezz'ora siamo tornati all'accampamento. John si riposa
mentre io impacchetto cucina, lanterna, ascia, sega a telaio e
corda dei picchetti nei panieri. Per accendere il fuoco abbiamo
usato il giornale in cui erano avvolte le scatolette di cibo. Proteggo
la padella e gli utensili sparsi con i nostri vestiti sporchi.
Smontiamo la tenda e tiriamo gi la struttura frontale ad A cominciando
dalla traversa orizzontale. Si piega in un quadrato
che faccio fatica ad abbracciare, ma di cui riesco a sostenere il
peso. John mi aiuta a farla scivolare sopra il basto. Siamo in
piedi ai due fianchi di un cavallo e sistemiamo i teli impermeabili
per la copertura del carico. Io tiro la corda in modo da lasciarla
un po' lenta a John che deve fissare i moschettoni con la
mano buona. Sono costretto a montare su un ciocco per arrivare
abbastanza in alto da annodare e legare le corde in cima ai
carichi. La mia statura non mi permette di effettuare questa
operazione da solo.
Quando abbiamo finito  mattina inoltrata. Il giorno si sta
scaldando. Ci sediamo su un tronco abbattuto al sole e mangiamo
i panini che ho imbottito con della carne avanzata e spesse
fette di cipolla. La neve rimane solo nelle zone d'ombra, illuminandole.
Se socchiudo gli occhi, il paesaggio assume l'aspetto
bizzarro di un negativo fotografico. Uno scoiattolo scende lungo
un tronco in una successione di scatti.  attirato dalla partenza.
Gli lancio un pezzo di crosta di pane e lui siede in posizione
eretta, stringendolo tra le zampette anteriori. Mentre
mangia muove la coda, e poi risale su un albero a brontolare.
John  in piedi e lo aiuto a togliersi il giubbotto. Non vedi
l'ora di andartene da qui, vero? mi chiede.
Arrotolo il giubbotto e lo lego dietro l'arcione posteriore.
Sissignore, non sbagli.
Mi sento davvero bene. Si riempie d'aria i polmoni ma 
meno rilassato del solito. Le spalle e il petto sono contratti, depressi.
Il braccio sinistro  gonfio fino all'ascella e gli pende dal
fianco come una mazza insanguinata.
Apriamo e chiudiamo la carovana. Alla testa ci sono io. Non
voglio rischiare un naufragio dice John. E non me la sento di
stare davanti al gruppo. E una discesa continua. I cavalli sanno
che stanno tornando a casa e se ne stanno in fila indiana senza
creare problemi.
Lui cavalca davanti a me e spinge il suo castrone grigio fumo
a una buona andatura. Tiene le redini con la mano destra e appare
sbilanciato. Il braccio sinistro  abbandonato in grembo, e
di tanto in tanto lo solleva sopra la testa senza voltarsi.
Seguendo la pista guadiamo diverse volte il torrente. Il letto
 stretto e le sponde profonde. I cavalli- da soma si lamentano,
scendono dalla riva sull'instabile fondo del greto mentre si avvicinano
al momento in cui il lavoro sar finito. Io controllo
che i loro carichi non si spostino, che non si ostacolino a vicenda,
che rimangano ben distanziati per evitare un possibile effetto
domino. Si ode il clangore dei ferri sulle pietre. Ci avviciniamo
e passiamo accanto al chiacchiericcio degli scoiattoli. Corvi
grandi come totem ci scrutano dai rami morti, il sole gioca sulle
loro piume nere, lucide, sui loro occhi simili a perle nere.
Dappertutto aleggia l'odore di pino. L'aroma pi leggero dei
pioppi, lungo il torrente.
Quando attraversiamo il fiume i cavalli sono troppo desiderosi
di tornare a casa per pensare ad abbeverarsi. Gli zoccoli anteriori
sollevano spruzzi d'acqua davanti a loro e sui posteriori dei
cavalli che seguono. Sono bagnati fino alla pancia e gocciolano
ancora quando li facciamo entrare nei recinti. Quando arriviamo
mio padre  nella selleria. Ha notato lo strano modo in cui John 
seduto in sella prima di aver visto la sua mano.
Ti sei sparato o ti ha morso qualcosa? chiede.
Mi sono infilato il coltello nella mano. John annoda le redini
alla staccionata vicina alla veranda del capanno degli attrezzi.
 meglio andare a farla vedere da qualcuno in citt?
Credo di s.
Ti ci porter non appena avremo finito di scaricare i bagagli.
Se mi fai accompagnare dal ragazzo posso andarci benissimo
da solo.
Mio padre fa un passo per avvicinarsi a John. Perch non vai
adesso? chiede. Qui posso tranquillamente sbrigarmela da
solo. A guardarti sembra che un'ora possa fare la differenza.
Penso anch'io concede John. I due si fissano per un istante.
John annuisce.  dura per lui rinunciare alla possibilit di finire
il lavoro. Ho voglia di bere qualcosa di forte. Guarda
verso la baracca.
Hai ucciso una femmina?
Un maschio. Il ragazzo non ha voluto le corna.
Quando sei pronto prendi il camion.
Faccio giusto in tempo a dissellare il cavallo che John ritorna
dalla baracca con in mano una bottiglia di whisky. Mio padre
sta scaricando i panieri allineandoli sul bordo della veranda.
Ha spedito due cavalli da soma nel recinto rotondo e loro trotterellano
e scoreggiano.
Se scopri che  peggio di quanto pensi, fammi telefonare
subito dal ragazzo.
Andr tutto bene.
Se non ce l'hai, non ti preoccupare, lui il numero lo conosce
a memoria. Mio padre solleva un paniere da un cavallo e
lo porta sulla veranda.
Io tengo la bottiglia tra le gambe e mi allungo di traverso
per reggere il volante quando John cambia le marce. Il giorno
 rimasto solido, senza nuvole, caldo, e abbassiamo i finestrini.
L'aria  dolce. Il parabrezza  tempestato di corpi d'insetti
spiaccicati.
Quando arriviamo in citt, vuoi venire dal medico insieme
a me a guardare?
Non mi piacciono i medici gli dico.
Nemmeno a me. Scuote la testa.
Gli passo la bottiglia e prendo il volante. Quando beve, il
whisky gli cola da un angolo della bocca e gli macchia la camicia
davanti. Mi restituisce la bottiglia senza guardare. Io la rimetto
tra le gambe e avvito il tappo. John comincia a fischiettare.
Le guance e il collo sono incavati. Gli occhi sembrano essere
stati risucchiati nelle orbite. Nella luce brillante il suo naso
appare pi appuntito. Viene spontaneo pensare che non abbia
mangiato da una settimana. La cabina odora di sangue, whisky,
cavallo, sudore e antisettico. Io tiro gi ancora un po' il finestrino
e guardo verso il fiume. I pioppi si stagliano gialli e incandescenti
contro il paesaggio che ci lasciamo alle spalle. I
miei occhi cercano di sfuggire al loro bagliore e sento il petto, il
viso e le braccia pizzicati dal fuoco.
John tamburella sul volante con l'indice, battendo il ritmo
della melodia che fischietta. Il suo gomito sinistro  agganciato al
bracciolo e tiene la mano ferita raggomitolata in grembo.  difficile
ricordare il modo in cui appariva la notte precedente, sotto la
lanterna, l'osso lattiginoso e scivoloso. Durante la giornata le dita
si sono impolverate, ispessite. Lui non riesce a muoverle. La
mano sembra un corpo estraneo. Mi ricorda, come la sera prima
quando ha schiacciato un pisolino prima di mangiare, un animale
con vita propria. M'immagino che stiamo portando in citt,
dal veterinario, qualche piccola bestia ferita.
Mi sento instabile, chiudo gli occhi e mi appare un'immagine
di tombe. Non mi stupisce. Non  la prima volta che le vedo.
Ho gi sognato tombe. Strati sovrapposti di tombe. La terra
asportata e lo strato variamente colorato nei suoi stadi di
decomposizione discendenti, il peso che grava sul primo defunto
fino alla pietra. Mi agito sul sedile ma tengo gli occhi
chiusi. Penso ai milioni di ossa che sono cadute nella terra: ossa
come chicchi di grandine, scioltesi nella terra per nutrirla. Mi
domando se le ossa di una ragazza siano diverse da quelle di un
giocatore d'azzardo. Se ossa differenti siano compresse in pietre
differenti, in gemme.
Credo di non sapere nulla della singolarit delle ossa. Le ho
raccolte da terra, le ho tenute in mano, e non sapevo se tenevo
in mano le ossa di un grosso cane, di un cervo, o di un uomo.
In uno dei libri di mio padre ho letto che ci sono santi il cui
corpo non si decompone dopo la morte. Non sono tantissimi,
ma ce ne sono. Mi domando se le loro ossa rimangano umide, e
piene di sangue; se brillino come i denti d'avorio che ho in tasca
e s'inarchino contro la pressione del cielo invece di cadere.
Apro gli occhi appena appena per sbirciare la luce del sole e il
bagliore dei pioppi. La manica della mia camicia ha lasciato
scoperto il polso. La mia pelle  bianca come marmo.
Scommetto che il dito me lo tengo. John tiene lo sguardo fisso sull'autostrada.
Anch'io scommetto che te lo tieni gli dico. Gli passo la
bottiglia e impugno il volante, e dopo aver bevuto lui continua a fischiettare.
...
.
...
4. WAPITI SCHOOL.
...
.
...
In lingua shawnee, la parola wapiti indica un cervo bianco o
pallido. Nell'America bianca definiamo cos il nostro alce
quando tentiamo di essere raffinati o regionalmente criptici.
Nel Wyoming,  una valle che s'innalza gradualmente in direzione
ovest per cinquanta miglia da Cody fino all'ingresso est
del parco di Yellowstone. Io sono cresciuto nella Wapiti Valley.
Quando sento la parola, o dico wapiti ad alta voce,  il posto
che mi viene in mente, non l'animale: un'area di circa tre milioni
di acri non recintati.
Ricordo i piedi della sua collina ricoperti di salvia e i pascoli
aperti che impallidivano nella calura agostana. Sotto il fiaccante
sole autunnale che non conosceva quasi mai le nuvole, i suoi
prati erbosi prendevano progressivamente il colore del mantello
dell'alce, quello della terra gialla ombreggiata. E poi in novembre
ricordo la neve che riduceva la valle alle semplici ombre
dicroiche del bianco e del verde perenne. La primavera era
marrone, e l'autunno di un marrone pi chiaro. La valle era
davvero verde solo alla fine di maggio, e per tutto giugno e luglio.
L'estate era breve, mai lussureggiante. Non durava mai abbastanza
per annoiare.
Negli anni Sessanta nella valle esistevano alcuni ranch per
turisti e una ventina di capi di bestiame. I giorni estivi erano
caldi. Nei pomeriggi il cielo si gonfiava di cumuli che salivano
dalle Absarokas, e noi rimanevamo nei granai o a bordo dei nostri
pick-up per lasciare sfogare l'improvvisa nevicata e gli acquazzoni.
Le notti erano fresche. Nell'aria del mattino di rado
c'era abbastanza umidit per la rugiada. Sfruttavamo, lavorando
indefessi, le giornate pi lunghe che il sole ci regalava. I
mandriani si occupavano dei raccolti di erba medica, dei manzi
pingui, risparmiando dalle fatiche le vacche gravide. Gli inverni
li dedicavano all'ingrasso, a fare delle riparazioni particolari,
fino alle notti sotto lo zero di gennaio e febbraio quando, alla
luce della lanterna delle stalle, si prendevano cura delle giovenche
urlanti per i parti. L'America non era ancora sufficientemente
ricca perch le popolazioni costiere potessero acquistare
le terre dell'interno e dividerle in un patchwork di seconde case.
I mandriani wapiti lavoravano la loro terra; non la vendevano.
Era una vita che segnava il volto, piegava il corpo e dava
soddisfazione. Conoscevamo i nostri vicini. Ci ritrovavamo nelle
feste e nei lutti. Allevavamo i nostri figli come se fosse la valle
a infondere loro la vita e a decidere quando riprendersela.
Allora ero un ragazzino, in un posto che mi vedeva come il suo
futuro.
La met inferiore della valle era un puzzle di terre trasferite
con atti legali e sezioni del BLM, l'ufficio per l'assegnazione delle
terre. La met superiore della valle, quella che confinava con
Yellowstone, era la Shoshone National Forest. La mia famiglia
viveva nella foresta nazionale. Sul Libby Creek. All'Holm Lodge,
il Crossed Sabers Ranch. Avevamo preso gli edifici in affitto
dal Governo federale per novantanove anni. Ci guadagnavamo
da vivere ospitando i turisti d'estate, con le escursioni a cavallo
e la pesca organizzate nell'Absaroka Wilderness Area, con i
cacciatori che venivano in primavera e in autunno. Era una vita
marginale. Anche con una dispensa piena di scatolame  un
congelatore carico di selvaggina, certi inverni per consentirci di
tirare avanti mio padre andava a Cody a lavorare con una squadra
di agrimensori. Mia madre invece non si muoveva dal lodge.
Metteva in ordine i libri contabili, prendeva le prenotazioni
per l'estate seguente, verniciava gli interni dei bungalow, riparava
i mobili, oliava i finimenti, cuciva le tende, governava la
casa, si assicurava che io e mio fratello non saltassimo la scuola.
La Wapiti School era dipinta di un marrone scuro e anonimo,
il marrone dell'occhio dell'alce, e non era uno di quegli
edifici scolastici con un'unica aula. Si trovava a cinque miglia
dalla foresta nazionale e a venti dal nostro lodge, e aveva un'aula
di buone dimensioni, ben illuminata con una fila di finestre
che guardavano a est verso il Wapiti Post Office - e pi distante,
la Rattlesnake Mountain - un'aula pi piccola, i bagni per le
ragazze e per i ragazzi, un guardaroba e un seminterrato. Pi
simile alla prima abitazione di una giovane coppia. Il seminterrato
veniva usato per immagazzinare i libri fuori catalogo, i
banchi rotti, i materiali da costruzione avanzati, e qualunque
propriet personale in eccesso che i maestri volessero mettere
al riparo dalle intemperie. Agli studenti era vietato l'accesso al
seminterrato, ma tutti noi ci siamo andati a dare un'occhiata almeno
una volta: tutti noi sapevamo come ci si entrava. L'edificio
era stato costruito nel 1911. All'entrata c'era una fotografia
di cinque piccoli bambini che andavano a scuola nel 1910. Erano
in piedi davanti a una tenda.
Avevamo due maestri, entrambi smilzi, con la barba fatta di
fresco e vicini ai trenta. Erano pieni di risorse, onesti, abituati
al lavoro all'aperto ed estremamente fantasiosi nell'approccio
allo studio e alla disciplina. A tutti veniva chiesta la massima
collaborazione. I bambini pi grandi aiutavano a educare quelli
pi piccoli. Tutti i nostri banchi erano allineati insieme nell'aula
pi grande.
Quando la frequentavamo io e mio fratello, la scuola ospitava
gli allievi dalla prima alla nona, e l'intero corpo studentesco
raggiungeva le diciotto unit. Nella mia classe c'erano quattro
studenti. Molte classi non erano rappresentate. Altre avevano un
solo studente. La divisione delle classi non era particolarmente
funzionale.
Ho conservato una copia della fotografia in bianco e nero
dell'anno in cui eravamo in diciotto: il 1964. Una cifra record
di iscrizioni. I nostri maestri, il signor Hedrick e il signor Dansby,
sono ritti sullo sfondo della foto, svettano sopra di noi con
le spalle. Indossano giacca e cravatta e hanno i capelli tagliati
corti. Il signor Dansby guarda dritto nell'obiettivo della macchina
fotografica. Il signor Hedrick in basso, sulle teste dei suoi
allievi. Due file di noi sono in piedi, i bambini pi alti dietro,
mentre i cinque bambini pi piccoli sono seduti su una panchina
in primissimo piano. Tutte le ragazzine portano dei semplici
abiti in cotone. Linda Schmitt ha un fermacapelli, Kass e
Shawn Sidwell portano occhiali con la montatura a farfalla.
Tutti i ragazzi sono in jeans. La maggior parte indossa camicie
scozzesi con i bottoni a pressione. Mio fratello e Brian Sidwell
hanno la camicia bianca. Pete Krone ha un cravattino di corda
stretto al collo. Sta guardando la ragazza alla sua sinistra. Sei
ragazzi su dieci portano i capelli tagliati a spazzola. Noi altri
quattro ci siamo lasciati crescere i capelli qualche centimetro in
pi. Io li pettino con la riga da una parte. Quell'anno ero impegnato
ad ammansire i miei ciuffi ribelli. Ogni sera prima di andare
a letto mi bagnavo i capelli, facevo la riga, e mi calcavo in
testa un cappellino ricavato dalle rimanenze di calze lavorate a
maglia da mia madre. Siamo tutti sorridenti, Jeff e Bruce Keller
con un'aria pi selvaggia. La foto dev'essere stata scattata poco
prima delle vacanze.
Il nostro campo giochi una volta era stato un prato da taglio. I
piedi di diverse generazioni di bambini lo avevano calpestato
rendendolo sterile. Era recintato su tutti e quattro i lati e si
presentava come un angolo di terra comune, terra gelata, o
fango. C'erano un gruppo di altalene e un canestro da basket. Il
basket comunque non godeva di grande popolarit, perch non
era facile giocarlo su un pendio roccioso. Molti di noi trascorrevano
il tempo al campo giochi arrampicandosi sulla singola fila
di pini e pioppi che formavano una barriera frangivento sul lato
occidentale dell'edificio. Tra gli alberi c'era anche il serbatoio di
propano. Gran parte dell'intervallo la trascorrevamo seduti sul
serbatoio. Ci appoggiavamo gli uni agli altri, amoreggiavamo,
scherzavamo, c'inventavamo storie degli uomini e delle donne
che pensavamo di poter diventare. Tutti cavalcavamo il serbatoio
come se si trattasse di un cavallo orrendamente obeso e senza
garrese. La maggior parte di noi conosceva solo tre modi di stare
seduto: a cavalcioni, appollaiato sulla sbarra pi alta di uno steccato
e accovacciato sui talloni. C'era un ragazzo di cui non riesco
a ricordare il nome. Era il suo primo anno a scuola e la sua famiglia
and via dalla valle a met semestre. Era di un anno pi grande
di me e si faceva tutti e cinquanta i minuti dell'intervallo di
pranzo accovacciato. Si avvicinava ai margini dell'area in cui
giocavamo a ce l'hai, un-due-tre stella, guardie e ladri e football e
si metteva con assoluta naturalezza accovacciato: una sorta di
collasso controllato. Immagino che la sua famiglia si spostasse
parecchio. Per lui era una posizione di assoluto equilibrio per il
suo corpo slanciato e quasi senza grasso. Le sue ginocchia
combaciavano alla perfezione con le ascelle, il sedere era il
contrappeso esatto per le sue spalle e la sua testa. Consumava il
pasto accovacciato, e quando aveva qualcosa da dire, lo diceva
da quella posizione. Nessuno lo prendeva in giro. Era uno di noi,
ed era pi grosso di tutti. L'ho immaginato spesso come un
uomo, come un contabile o un attuario, accovacciato nell'angolo
del suo ufficio a leggere una montagna di incartamenti impilati
tra le caviglie. Era un ragazzo dolce. Immagino sia diventato un
uomo dolce.
A nord del campo giochi c'era un bastione punteggiato di
salvia che scendeva per centinaia di metri verso il North Fork del
lo Shoshone River. Al di l del fiume la terra saliva nuovamente in
una serie di colline pedemontane ingobbite e formazioni rocciose
monolitiche: una sezione di terra trasferita, e il suo vicino occidentale,
il BLM. La fascia pedemontana terminava alla base della
Jim Mountain. La faccia meridionale della montagna mi ricordava
sempre il modello ingrandito, grezzo e arrotondato della piramide
maya che avevo visto in una foto; qualcosa trasportato dalla
penisola dello Yucatn e lasciato cadere tra le rovine sotto i venti
meridionali e la neve. La montagna s'innalzava oltre i tremila
metri in bande di catene verticali, le terrazze tra gli ordini di
roccia decrescenti, ricoperti di alberi, la sua sommit una cupola
spoglia di centinaia di acri di pascolo. In direzione nordoccidentale
potevamo vedere l'avanzamento della roccia nuda di due
picchi pi alti, entrambi oltre i tremilacinquecento metri. Quando
arrivavano i temporali invernali, quelle vette si allungavano
nel cielo e afferravano la grassa pancia di una nuvola carica di
neve trattenendola e svuotandola sopra l'alta valle.
Davanti al portico della scuola, in direzione sud, c'era un
piccolo parcheggio che si estendeva fino all'autostrada a due
corsie che correva tra Cody e Yellowstone. A sud dell'autostrada
la salvia e la prateria s'innalzavano cos bruscamente che le
colline schermavano la nostra vista della Table Mountain. Eravamo
una scuola valligiana. Le famiglie di noi studenti vivevano
lungo il North Fork. Imparavamo tutti a memoria i nomi
dei torrenti che alimentavano il corso d'acqua principale cos
come i nomi delle famiglie della valle. Se un bambino chiedeva
a un altro dove viveva, la risposta poteva essere: White Creek,
o Breteche, Big, Nameit, Moss, Newton, Eagle, Green, Half
Mile, Pagoda, Goff, Libby, Grinnell, Gunbarrel, Fishhwak,
Trout, Jim, Rattlesnake.
A scuola non era garantito il servizio di refezione. La roba da
mangiare ce la portavamo tutti da casa. Infilata dentro sacchetti
di carta marrone o gavette d'acciaio nero. Non ricordo molta
pellicola di plastica. C'erano invece molta carta oleata e fogli di
alluminio, che alla maggior parte di noi veniva chiesto di riportare
puliti e piegati alle nostre mamme. Mamme che erano state
quasi tutte adolescenti durante la Depressione e facevano il
possibile per evitare che i loro figli ripetessero l'esperienza.
Ho sempre creduto che quei pasti confezionati fossero un
valido barometro delle differenti situazioni familiari. Guardi
dentro una gavetta e conosci una famiglia. I genitori sono creativi
o monotoni? Pratici o innovativi? Pigri, poveri, o disattenti?
La maggior parte delle nostre madri era premurosa. Quasi
tutte consideravano la mortadella parte di una dieta bilanciata,
ma anche un lusso. Il vitto standard era composto da una mela,
un panino e magari una merendina. Ho visto panini di patate
dolci. Una volta, all'inizio dell'autunno, uno con la maionese e
le zucchine a fette. Un sacco di panini con carne di alce, cervo
e pecora di montagna. Due volte un panino con la rapa. Non si
lasciava mai nulla.
Fu a partire da questi pranzi wapiti che acquisii una fiducia
quasi religiosa nel sistema del libero mercato. Quello che un ragazzino
avanzava, per un altro era una manna. I pranzi autunnali
e di fine primavera miei e di mio fratello erano preparati
dal cuoco del nostro lodge. Era un vecchio scapolo esaurito e
alcolizzato, e ci riforniva con panini alle uova conditi in due varianti.
Il pane era fatto in casa, ma le uova non erano mai
asciutte ed erano cucinate all'occhio di bue. Quando toglievamo
la carta oleata quello che trovavamo era un rotolo grigio e
giallo, grande come un pugno, di lievito, grasso di pancetta
congelato e tuorlo d'uovo. Per noi era sbobba. Per i Krone si
trattava di una prelibatezza. Quando alzavamo al sole quei panini
informi i loro occhi si spalancavano, le loro narici fremevano.
Non tutti i giorni. Ma la maggior parte delle volte.  una
cosa che non riesco a spiegarmi. Il loro padre era il ranger del
distretto della foresta, un uomo rispettabile con gusti rispettabili,
e la loro madre una donna cordiale, nonch una delle migliori
cuoche della valle. Mangiavano forse troppo bene? O
l'entusiasmo di Pete e Kip per i panini alle uova era ascrivibile
unicamente a una semplice dimostrazione di gentilezza? A noi
non interessava. Scambiavamo quelle cose con biscotti, cioccolato
alle nocciole e pacchetti di caramelle. Tutti crescevamo pi
sazi e pi felici.
Eravamo in tre che per andare a scuola partivamo dalla foresta
nazionale: mio fratello, io e Linda Schmitt. Linda viveva un
miglio pi gi lungo il fiume, a Goff Creek. Anche i Krone vivevano
nella foresta, ma la stazione dei ranger era abbastanza
vicina alla terra trasferita e i loro genitori li portavano ogni
giorno al confine. Per venire raccolto dallo scuolabus la tua casa
doveva essere fuori dalla foresta nazionale. Kip, Linda e io
eravamo nella stessa classe. Avevamo dodici anni. Mio fratello e
Pete avevano un anno di meno. Il punto in cui incontravamo i
fratelli Krone e lo scuolabus era il Trail Shop. I genitori di Linda
e i nostri si alternavano nelle settimane per portare noi tre, i
ragazzi dell'alta valle e quelli che abitavano a venti miglia. In
cinque aspettavamo dunque insieme sull'autostrada, vicino alla
buca delle lettere del Trail Shop. Ci tiravamo i sassi e ci raccontavamo
barzellette. Se il vento era forte ci davamo il cambio
per pigiarci nello scomparto dei pacchi costruito sotto la cassetta
della posta. Era un cubo di un metro di lato con una piccola
porticina, fatto con legno di pino tagliato grossolanamente.
L dentro ci potevamo stare al massimo in tre. Quando nei
tre c'era anche Linda, la cosa era pi eccitante.
Linda Schmitt era l'unica ragazza nell'alta valle, e io ero innamorato
di lei. Aveva i capelli neri e gli occhi dolci, dello stesso
colore, e un sorriso che lasciava intuire la sua disponibilit al
perdono. Ero solo un ragazzino, ma sapevo che avrei dovuto
cercare una ragazza misericordiosa. In realt io amavo Linda
quando era il mio turno. Amarla a tempo pieno sarebbe stato
troppo stressante. L'amore porta con s il dovere della cavalleria,
una consapevolezza di s deprimente e mal di pancia. Mio
fratello e io facevamo i turni per amare Linda: un mese a testa.
Non andavamo spesso in citt ed eravamo abituati a dividerci
tutto. Non credo che Linda ci abbia mai fatto caso.
Per raggiungere il Trail Shop c'erano due modi di viaggiare,
entrambi apprezzabili. C'era quello del disinnamorato nel quale
stavo schiacciato contro il finestrino posteriore a guardare la
valle. Era come passare attraverso un secolo precedente. Una
volta contai oltre quattrocento alci. I maschi correvano affiancando
la macchina, le teste indietro, le corna che arrivavano a
toccar loro i posteriori. Non era raro trovare un alce ucciso dall'inverno
ai margini della carreggiata, e allora ci fermavamo e
osservavamo i coyote chini a sbocconcellare e lacerare il cadavere
fresco e irrigidito. I corvi e le aquile passeggiavano sulla
carcassa, allargando le ali, trafiggendo la carne con i becchi insanguinati.
Uno stormo di gazze parlottava a distanza di sicurezza
accontentandosi degli avanzi. I viaggi da disinnamorato
sembravano durare un lampo. Oltre agli alci vedevamo lontre,
linci rosse, cervi e pecore di montagna. Ricordo che quando venivo
scaricato al Trail Shop provavo una forte sensazione di
soddisfazione e freschezza, di rilassamento.
Nei viaggi da innamorato mi sedevo un po' rigido sul sedile
posteriore schiacciato contro Linda. Studiavo la delicatezza
delle sue dita sottili abbandonate sulle ginocchia. La macchina
sembrava satura del profumo del suo sapone e del suo shampoo.
Il riscaldamento era sempre troppo alto. Per essere cos
magra, Linda emanava un calore insospettabile. Ricordo la faccia
di suo padre, o di mia madre, incorniciata nello specchietto
retrovisore, che teneva d'occhio i miei spostamenti.
In realt non credo di essere mai stato davvero schiacciato
contro Linda. Forse le nostre ginocchia si sono sfiorate. Ma
quando hai dodici anni e oltre a tua madre le uniche donne che
hai visto senza lo strato superiore di vestiti sono le modelle di
biancheria intima su un catalogo Montgomery Ward, un tocco
di ginocchia finisce inevitabilmente per richiamare tutta la
tua attenzione. In estate le donne della valle indossavano jeans
e camicette. O abiti lunghi. Dopo il tramonto s'infilavano una
felpa o un giubbotto, o rientravano in casa. Le magliette venivano
indossate dagli uomini sotto le camicie da lavoro. Eravamo
nel Wyoming e vivevamo a duemila metri. Il resto dell'anno
donne e ragazze si mettevano anche la biancheria intima pesante,
di lana. La vista del corpo femminile rimaneva largamente
deficitaria nella mia immaginazione. Nei viaggi da innamorato
combattevo, cercando di visualizzare come potesse essere Linda
Schmitt nuda. Cercavo di non far emergere quella lotta sul
mio viso. Non avevo una sorella, cos presumevo che la mia
espressione rispecchiasse lo sconveniente lavorio della mia
mente. Quando sollevavo lo sguardo nello specchietto retrovisore
e incontravo gli occhi di mia madre, sorridevo come se
soffrissi semplicemente il mal d'auto, e quasi mi sentivo male
davvero perch non volevo prendere in giro nessuno. Quando
era il mio turno, l'amore per Linda non conosceva flessioni. In
tutti gli altri mesi mi prendevo sulle spalle quell'amore, dal momento
in cui eravamo insieme in macchina a quando venivamo
lasciati al Trail Shop. Lei meritava il mio amore. L'avevo conosciuta
appena i suoi genitori avevano traslocato nella valle. Lei
viveva solo a un miglio di distanza, a Goff Creek.
Ma la ragazza che mi teneva sveglio la notte era Candy
Dohse. Sembrava pi esotica di Linda. Pi esotica delle
modelle del catalogo Montgomery Ward. Viveva nella parte
bassa della valle.
Ogni giorno attendevo l'intervallo guardando l'orologio.
Uscivo dall'aula in tutta fretta per riuscire a vederla camminare
nella luce del sole. Aveva i capelli rossi dritti, tagliati appena
sotto le orecchie, e quando il sole arrivava a colpirli si fermava
l e non andava pi via. Io ero l'unico biondo. Era ovvio che
fossimo destinati l'uno all'altra, gli unici due che si distinguevano
dalla banda con i capelli neri. Nei mesi di settembre e ottobre
del 1964 smisi di giocare a ce l'hai o di frequentare la compagnia
che io stesso avevo messo in piedi per spettegolare, solo
per poter vedere Candy muoversi nella luce del sole. Mi appoggiavo
al muro della scuola o allo steccato e facevo finta di riprendere
fiato o esaminare una roccia e la guardavo con la coda
dell'occhio. Se mi rivolgeva la parola piombavo in uno stato
generale di rimbecillimento, mi girava la testa, rimanevo con la
bocca spalancata, e quando mi rendevo conto che era aperta
cercavo di chiuderla in un sorriso. Allora la guardavo allontanarsi,
scuotendo la testa di capelli rossi.
Non era difficile innamorarsi di Candy. Era una ragazza che
aveva un ottimo rapporto con il proprio corpo. Si muoveva con
scioltezza e determinazione. Era una di quelle rare ragazze che
emanavano un'aria di fiducia ed energia. Era una formidabile
compagna di giochi. Superava in velocit molti di noi e mi teneva
testa nel lanciare lontano la palla. Non considerava gli
aspetti collaterali delle cose. Se ti guardava, ti guardava dritto
negli occhi. Se sorrideva, sentivi la forza della sua felicit. E poi
c'erano le efelidi che le costellavano il viso e le braccia fino al
dorso delle mani. Le immaginavo sulle sue spalle. Le immaginavo
su ogni centimetro della sua pelle. E dato che ero un ragazzino
ottuso e inguaribilmente ottimista, immaginavo che
desiderasse essere la mia fidanzata.
Poco prima del Giorno del ringraziamento suo padre venne
a trovare il mio, e Candy lo accompagn. Quell'estate avevo
messo da parte tre dollari e in uno dei negozi per turisti della
citt le avevo comprato una collanina d'argento falso con una
pietra di turchese falsa. Non m'importava che la catenina non
fosse preziosa. Tre dollari erano tutto quello che avevo. Per evitare
che mio padre mettesse becco nella faccenda avevo sistemato
il regalo nell'imbottitura di una comoda poltrona che si
trovava nel nostro bungalow. Il tessuto di uno dei suoi braccioli
era strappato e offriva un ottimo nascondiglio. Quando
Candy venne in visita insieme a suo padre le chiesi se voleva vedere
dove vivevo. Lei rispose che le sarebbe piaciuto. Era l'occasione
che stavo aspettando. Era arrivato il momento di dichiararle
il mio amore. La collana era nascosta l da settembre,
dal giorno della Festa del lavoro.
Quando entrammo nel mio bungalow sembr che potesse
riempirlo con la sua sola presenza. Il posto appariva pi piccolo,
pi trascurato di quanto non fosse stato quella stessa mattina.
C'erano i due letti gemelli, ognuno coperto da una montagna
di trapunte. C'erano una scrivania e una sedia con lo
schienale dritto, due cassettoni e la poltrona consunta. C'era
uno specchio. Da quello mi tenevo alla larga, per non dover
soffrire del mio riflesso. L'acqua era stata prosciugata dalle
condutture del bagno perch non si congelassero. La porta del
bagno era chiusa. Una piccola stufa a propano a forma di scatola
borbottava in un angolo. Sembrava limitarsi a scaldare il
tubo di sfiato. Il bungalow era una costruzione prefabbricata,
poggiata su pilastri che servivano a tenerlo in piano sul pendio
collinare: una scatola di legno esposta alle intemperie e non
coibentata. Io e mio fratello potevamo toglierci gli stivali la sera
e piazzarli direttamente davanti alla stufa e la mattina ritrovarli
con uno strato di neve ancora solido formatosi nell'interstizio
tra il tacco e la suola. Candy si strinse nelle braccia e accenn
un sorriso. Puoi vedere il tuo respiro disse.
Io feci cenno di s con la testa. Ho una cosa per te le dissi,
con una leggera sensazione di nausea. Avvampai. Guardai verso
la stufetta. Aspettavo di vederla diventare rossa. Mi sentivo
la faccia pulsare.
Dove?
L. Indicai la poltrona.
Lei annu. Immagino non si aspettasse molto dai ragazzi.
Infilai la mano nel tessuto lacerato. Palpeggiai l'imbottitura
intorno. La catenina era sparita. Sorrisi a Candy. Lei si piant
sui piedi e si pieg sulle ginocchia per scacciare il gelo dalle
gambe. Si stava ancora abbracciando. Mi tolsi il giubbotto di
jeans e misi di nuovo la mano dentro la poltrona, pi in profondit,
alla ricerca della collanina, sorridendo, cercando di non
farmi prendere dal panico. Sentii il rossore scendere lungo il
collo e diffondersi sulle spalle. M'inginocchiai vicino alla poltrona
per proseguire con maggior meticolosit nell'opera di
scandaglio. Poi mi alzai per tentare un ultimo, decisivo affondo.
Potevo sentire le molle. Erano fredde. Continuai a sorridere.
Continuai a scavare con la mano all'interno della poltrona.
Pensai che se non fossi riuscito a ritrovare la collana molto probabilmente
sarei scoppiato a piangere. Non c' dissi. La mia
voce s'incrin. Avevo perduto ogni speranza.
Candy continuava a sorridere. Si morse le labbra. Credo cercasse
di non scoppiare a ridere.
E finalmente la sentii. Un'estremit si era agganciata a un
polpastrello. La tirai, un centimetro alla volta, fin dentro il palmo,
chiusi il pugno intorno a essa e mi rialzai. La manica della
mia camicia di flanella era coperta da pezzettini d'imbottitura.
Andai verso di lei. Protesi il braccio e aprii la mano. Entrambi
guardammo dentro al mio palmo.
Che cos'?
 per te.
Perch era nella poltrona?
L'avevo nascosta l.
Ha funzionato disse, prima di prenderla sorridendo e tenerla
sollevata tra noi due. La pietra ruot alla fine della sua catenina.
Sembrava proprio bella. Pi grande di quanto ricordassi.
Lei se la fece scivolare intorno alla testa, si diresse verso lo
specchio, si guard e guard la collana. Tocc la pietra e poi
sollev il giubbotto dal petto e c'infil dentro la collana. 
bella disse. Fece un passo verso di me e si lasci baciare. Per un
istante ebbi come la sensazione di aver messo il piede in un punto
vuoto e di cadere, cos allungai una mano nel tentativo di aggrapparmi.
Ridemmo tutti e due. Costa tre dollari le dissi.
Uscimmo per andare al torrente. Si era coperto di ghiaccio, e
dove questo si era spezzato l'acqua era filtrata stendendo un secondo
solido strato. Cominciammo a correre a turno sul ghiaccio,
scivolando sulle suole dei nostri stivali e cadendo, tenendo
costantemente sotto controllo la posizione dell'altro. Non cercavo
di fare bella figura. Ero solo felice di aver tirato fuori la
collana dalla poltrona.
Quando suo padre la chiam dicendo che era ora di andare,
uscimmo dal torrente e lei sal sul pick-up tenendo lo sguardo
fisso sul fondo dell'abitacolo. Non lo sollev nemmeno nel momento
in cui partirono. Non salut con la mano e non sorrise.
Mio padre mi chiese se ci eravamo divertiti. Dissi che andava
tutto bene e rientrai nel bungalow, trascinai una sedia di fronte
alla stufetta e appoggiai le mani sulla griglia. Il metallo scricchiol,
ma di calore ce n'era veramente poco.
Il mattino successivo mi svegliai attanagliato dalla paura.
Ero sdraiato sotto le trapunte, ne sentivo il peso e capivo che il
mondo poteva fare a meno di me. Mi toccai le labbra. Erano
fredde. Quando chiudevo gli occhi e pensavo a Candy mi sembrava
che la stessero trascinando via, la sua immagine si
confondeva come se fossimo fuori sotto una brutta tempesta di
neve.
Quando eravamo al campo giochi tenevamo le distanze.
Non salivamo mai sul serbatoio di propano nello stesso momento.
I nostri sguardi non s'incrociavano. Rimpiangevo il regalo
della collana. Rimpiangevo il regalo del bacio. Eravamo
entrati con troppa irruenza nel mondo dell'altro e ora ci ritrovavamo
divisi da un'improvvisa timidezza che non riuscivamo
a superare.
La seconda settimana di dicembre cominciai a sentirmi vittima
di una tremenda sventura. Cercavo di vedere se Candy indossava
la collana, ma se lo faceva, la teneva dentro la camicetta.
Avevo un bisogno disperato di rompere la tensione. Presi
mio fratello per un braccio e lo condussi nell'angolo del cortile
della scuola. Gli dissi che poteva amare Linda per tutto l'anno.
Era pi giovane. Sentivo che doveva obbedirmi. Gli dissi che
ero innamorato di Candy. Lo dissi ad alta voce.
Ti vedo bene disse. In realt si stava prendendo gioco di me.
Gli domandai che cosa diavolo intendesse dire.
Si allontan e io lo seguii. Lui si ferm e si gir. Sembrava
serio. Non sa nemmeno che esisti. Potresti anche essere sulla
luna. Sospir. Intendeva farmi capire che insistere su cose che
gli apparivano ovvie gli costava, era imbarazzante. Mi fiss con
sguardo severo. Non sa nemmeno che respiri la stessa aria che
respira lei. Guard lontano disgustato e poi di nuovo me.
Le ho comprato una collana dissi.
Quanto l'hai pagata?
Tre dollari.
Fece un'espressione compassionevole. Un le mani a coppa e
ci soffi dentro. Socchiuse gli occhi in direzione del debole sole
e poi, senza perdere la calma, studi Candy. Lei stava costruendo
un pupazzo di neve nell'angolo del campo giochi con
Kass e Shawn Sidwell. Avresti dovuto spenderne sei disse lui,
e si allontan per dare una mano alle ragazze a tirare le palle di
neve ai loro avversari.
Era ovvio. Il mio non era per forza di cose un problema di
amore, ma di soldi. Non mi ero sforzato a sufficienza. Era un
mondo frenetico. I piccoli gesti venivano trascurati. Decisi di
far conoscere le mie intenzioni. Decisi di far sapere a tutti che
Candy Dohse era il mio unico vero amore. Durante il successivo
intervallo, con l'amore nel cuore, confezionai una palla di
ghiaccio con l'anima in pietra e la feci volare fino a lei. Era la
miglior lanciatrice della sua squadra e aveva una fila di palle di
neve allineate sulla ringhiera della staccionata. I suoi colpi arrivavano
in rapida successione. La nostra squadra si era sparpagliata
sotto il suo fuoco di sbarramento. Lei si volt per lanciare
l'ultima carica e la colpii sopra l'occhio destro proprio
mentre completava l'operazione. Cos si blocc. In realt, tutti
i ragazzini presenti al campo giochi si bloccarono, le braccia
abbandonate lungo i fianchi. Kip Krone indietreggi verso il
serbatoio di propano, pensando senza dubbio a cercare riparo.
I quattro Sidwell si raggrupparono come famiglia. Tutti lasciarono
cadere le loro palle di neve. Mio fratello mi guard come
se si sentisse figlio unico. Il mio obiettivo era stato raggiunto.
Candy scosse la testa, si tast con il polso la fronte e poi lo
premette contro il bozzo insanguinato che si stava gonfiando.
Non piangeva. Cerc con lo sguardo tra le nostre fila per vedere
se trovava qualcuno scioccato quanto lei. Quel qualcuno ero
io. Stavo tremando, preso tra l'isteria e il riso. Avevo sempre
trovato divertente questo genere d'infortuni. Ero intrappolato
nello sforzo di soffocare i due estremi di uno sfortunato arco
emozionale. Ci mi provocava un generale e dunque evidente
tremore che mi scuoteva il corpo.
La sua reazione non si fece attendere. Vista cos non sembrava
una ragazza disposta a considerare la violenza un indizio di
intimit.
Attravers il cortile della scuola lanciandosi contro di me.
Ricordo la sua carica come se fosse al rallentatore. L'idea di
battere in ritirata non mi sfior nemmeno. Ero innamorato. Il
suo braccio destro scendeva rigido dalla spalla, la mano destra
serrata in un pugno. Si era sfilata le manopole per preparare le
palle di neve. L'impatto con me non le fece rallentare il passo. Mi
colp semplicemente con un pugno sotto la mascella, come se
sollevasse le braccia per la fine di una corsa. Mio fratello disse
che si era fermata diversi metri dopo avermi mandato a gambe
all'aria con il suo uppercut. Disse anche che si era fermata e girata
prima che cadessi sulla schiena. Era la stagione del terreno
ghiacciato.
Non ricordo quando mi portarono dentro la scuola. Ricordo
che quando la visione si chiar ero seduto nello spogliatoio con il
signor Hedrick. La porta era chiusa. Lui stava seduto su una
piccola panca che usavamo per toglierci le ghette. I nostri
cappotti pendevano sopra le sue spalle. Ricordo che per un
momento pensai di trovarmi al cospetto dell'Angelo della Morte.
Il signor Hedrick era un uomo corpulento. Aveva giocato a
football nei Notre Dame. Prima di arrivare nella valle era stato
preso in considerazione per andare a giocare tra i professionisti.
Aveva ricevuto un'offerta dai Raiders. Non so in quale posizione,
ma oggi posso supporre che avrebbe potuto stare sia davanti
che dietro.
Stai bene?
Sissignore risposi. Ma non ne ero sicuro.
Penso che il signor Hedrick avesse problemi alla tiroide perch
i suoi occhi erano pi grandi di quanto avrebbero dovuto
essere.
Feci un tentativo per redimermi: E Candy sta bene?
 agitata.
Questo lo avevo intuito.
Allora diciamo che sta come te.
Ha avuto bisogno di punti?
Ha avuto bisogno di un cerotto. Il taglio alla testa sanguinava
un po'. Non so perch.
Perch cosa?
Perch tutto quel sangue. Nel nostro cervello praticamente
non ce n'. Nelle cosce, per esempio, ne abbiamo molto di
pi.
Sissignore. Il signor Hedrick era un uomo riflessivo, ma
non riuscivo a seguirlo. Ero preparato a una lezione.
Sei orgoglioso di quello che hai fatto?
Nossignore.
Ti piace Candy?
Moltissimo.
Cosa pensi che farebbe la signora Hedrick se io le tirassi un
sasso sulla testa?
Apposta?
Io non tiro sassi alle persone per sbaglio.
Chiederebbe il divorzio?
Non credo si spingerebbe a tanto.
Non credo che le tirerebbe un pugno.  troppo grosso per
lei. Invece io sono pi o meno come Candy.
Credo che siamo andati fuori tema.
Sissignore.
Non pensi di meritarti una bella sculacciata? Detestavo
quando gli adulti cercavano di coinvolgerti nella tua punizione.
In genere avevano gi deciso tutto, ma non conoscevo il signor
Hedrick a sufficienza per immaginare la soluzione che avrebbe
scelto.
Nossignore risposi.
Hai mai fatto cose che a tuo avviso avrebbero dovuto essere
punite con una sculacciata? Questa era una domanda insidiosa.
La risposta avrebbe rivelato se ero o meno un bravo ragazzo.
Sissignore risposi. Il signor Hedrick si guard le mani.
Erano molto grandi. Annu con la testa. Un brivido di panico
mi scosse il corpo. C'era la possibilit che decidesse di punirmi
per somma di malefatte.
Sei dispiaciuto?
Sono molto dispiaciuto.
Alz lo sguardo su di me, fissandomi con durezza. Non aveva
ancora rovesciato le mani. Va' a dire a Candy che sei dispiaciuto.
Io mi alzai. Ero ancora un po' confuso. Apprezzerei
anche che te ne stessi con la bocca chiusa per il resto della
giornata. Contribuirebbe al morale di tutti. Non voglio che episodi
del genere si ripetano.
Far come mi ha detto.
Sicuro di star bene?
Mi pare di s.
Ti ha conciato per le feste, o sbaglio?
Sissignore, per le feste.
Immagino che se le venisse voglia di rifarlo ti converrebbe
non opporti.
Sempre sulla faccia?
Le dir qualcosa io.
Grazie, signor Hedrick.
Adesso torna in classe.
Candy era seduta da sola in fondo alla classe, china sul suo
libro di matematica. Io percorsi l'intero corridoio, consapevole
di avere tutti gli occhi puntati addosso. Cercai di ostentare un
passo claudicante. Candy non alz gli occhi dal libro. Io rimasi
di fianco al suo banco per un po'. Tergiversai. Il signor Hedrick
ci stava osservando. Cercai di tenere l'attenzione concentrata
su Candy. Speravo di non aver rovinato il disegno di efelidi
sulla sua fronte.
Mi dispiace.
Lei alz la testa. Il suo sguardo era di fuoco. A guardarti
non sembrerebbe.
Mi spiace davvero.
Ti ha mandato il signor Hedrick?
Te lo avrei detto in ogni caso. Era una situazione disperata.
Ti amo sussurrai. Kip Krone era allungato all'indietro rispetto
al suo banco.
Dovresti andartene. Quelle furono le sue uniche parole.
Disse che avrei dovuto smettere di amarla e poi torn al suo libro
di matematica. Mi allontanai di un passo. L'ammiravo perch
non dava spettacolo con il suo dolore. La maggior parte
delle ragazze avrebbe giocherellato con il bendaggio, forse
avrebbe condito tutto con qualche smorfia di sofferenza. Le
dissi di nuovo che l'amavo, lei chiuse il libro e ruot sulla sedia.
Riuscii a cogliere un lampo argenteo dentro il colletto della sua
camicia di flanella. Portava la collana.
Spero che tu muoia disse.
Sorrisi. Eravamo ragazzini cresciuti in mezzo a incidenti con
i cavalli, orsi grizzly, inondazioni e tempeste di neve. Non aveva
detto come sperava che morissi. Mi sentii parzialmente redento.
Guardai il signor Hedrick. Lui fece spallucce.
Durante il viaggio verso la sorgente mio fratello si sedette
lontano da me. Linda era sul sedile anteriore insieme al fratello.
Io pensavo a Candy. Ero certo che mi amasse. Questo era soltanto
un passo indietro. Mi portai la mano alla mascella. Fu tenero.
Guardavo fuori dal finestrino dell'auto. Le nuvole erano
basse e dello stesso bianco pallido che aveva la neve caduta.
Ci conferiva al paesaggio un che di muto squallore. Per il resto
del pomeriggio pensai a Candy che sperava morissi e a me
che ero tornato al banco e mi ero seduto rimanendo l a fissarmi
le mani. Era evidente che alcuni dei ragazzi provavano ammirazione
per il modo in cui avevo incassato il pugno di Candy
rialzandomi subito dopo, ma non erano disposti a dirlo. Kip
Krone, se non altro, aveva inarcato le sopracciglia, aveva scosso
la testa e mi aveva sorriso. I ragazzi pi giovani sussurravano e
mi lanciavano occhiate come se fossi un tipo selvaggio e in
qualche modo pericoloso. Tutte le ragazze mi guardavano con
disprezzo, fissandomi per quello che ero: la triste prova di una
pubert marcia. La luce cominci ad affievolirsi. Non potevo
dire dove finisse la neve e dove iniziasse l'aria grigia.
Quando mio fratello e io fummo scaricati sull'autostrada
sotto il lodge, Linda Schmitt si limit a scrutarmi con uno
sguardo assente, come se fossi un fastidioso cagnolino che era
stato fatto scendere per fare i suoi bisogni. Non ci sarebbero
pi stati viaggi da innamorato sul sedile posteriore con Linda.
Lei sorrise a mio fratello con sincera compassione.
La tempesta di neve e la luce monotona ingoiarono la macchina
degli Schmitt. Mio fratello e io rimanemmo sul bordo della
strada. Sentivamo i pneumatici mordere il fondo innevato della
carreggiata a due corsie, ma non riuscivamo a vedere la macchina.
Ci voltammo e cominciammo a salire verso casa in parallelo,
seguendo le tracce lasciate dalle ruote di un'automobile.
Adesso credo che nemmeno una collana da sei dollari possa
pi aiutarti disse.
Gli diedi ragione con un cenno del capo e percorremmo il
tratto che ci restava in silenzio.
Per quello che potevo vedere, avevo solo tre occasioni per riconquistare
il posto che mi spettava come studente del quarto
anno in quel caleidoscopio di classi. Promisi a me stesso di vivere
senza condizionamenti. La vergogna poteva essere il mio
destino, ma avrei approfittato delle feste per togliermi le mie
soddisfazioni.
Alcune scuole tengono a bada gli studenti con eventi di tutti
i tipi: assemblee, conferenzieri, il mago di turno. Noi non soffrivamo
di abbondanza. La Wapiti School aveva la recita di Natale,
l'asta di primavera e l'incontro di atletica leggera che si teneva
poco prima delle vacanze estive. Pianificavo di vincere la
resistenza di Candy nel corso dell'estate. Pianificavo di sfruttare
i tre eventi per mettermi in mostra.
Tra la Festa del ringraziamento e le vacanze natalizie facevamo
le prove per la recita. Negli anni precedenti si erano cantate
canzoni in tema e lette poesie, c'erano state una recita, che
avrei scommesso legata in qualche modo alla cristianit, e una
quantit infinita di tessuto di garza impiegato per confezionare
decine di ali d'angelo. Adesso penso alla recita di Natale come
a una sorta di battesimo: se sopravvivevi a quella, allora avevi
ottime probabilit di sopravvivere ai successivi tre mesi di buio
e di freddo paralizzante. Si trattava di un evento a cui partecipava
l'intera vallata. I genitori al completo, i parenti, gli alunni
della scuola, le coppie senza figli, i vecchi cowboy scapoli con
camion che non ce l'avrebbero fatta a tornare da Cody. Pochi
captavano la televisione. Eravamo persone digiune anche del
pi misero dei divertimenti.
Un salto di qualit nella recita natalizia si registr all'epoca
in cui frequentavo il settimo anno. La novit si chiamava Bill
Waller. Bill era stato per un breve periodo proprietario del Nameit
Creek Lodge e aveva un certo interesse per i rituali dei nativi
americani. Era anche stato un allenatore. C'insegn la complessit
della Danza del Serpente. Non ci disturbava il fatto che
inserisse numerose tradizioni indiane in un unico spettacolo,
all'epoca nessuno di noi poteva cogliere le differenze. Eravamo
tutti soltanto dei ragazzini bianchi annoiati a morte all'idea di
cantare Silent Night e di interpretare elfi, uomini saggi o un
gruppo di sudaticci messaggeri di Dio.
Bill Waller mise subito in chiaro di possedere doti quasi soprannaturali
raggruppando tutti e dieci i ragazzi e presentandosi
camminando avanti e indietro sulle mani. Era un uomo di
una certa et, sulla cinquantina. Rimanemmo impressionati.
Era come essersi uniti a un circo senza essere scappati di casa.
Avremmo seguito Bill Waller ovunque.
Quando riferii a mia madre della Danza del Serpente natalizia
lei disse che le sembrava l'ideale per un ragazzino che aveva
colpito una coetanea con un sasso in fronte. Ma seppur riluttante
forn a mio fratello e me perizomi di velluto a coste e mocassini.
La grande sera, sotto gli occhi delle nostre famiglie e dei nostri
amici, ballammo sul palco improvvisato, saltando, girando
e contorcendoci in un cerchio approssimativo, togliendoci tutti
i vestiti eccetto i perizomi di jeans o di velluto, che oscillavano
sopra i nostri boxer, agitando serpenti di gomma sopra la testa
e gridando. Sentivo il bisogno di un urlo liberatorio.
Avevamo le gambe, i tronchi e le facce dipinti con fulmini
saettanti, impronte digitali, disegni geometrici, graffiti di cavalli
e profili dei furgoni pick-up. Bill Waller aveva fornito i serpenti
e gli acquerelli. Non so dire se sia stato lui a fornire anche
le parrucche nere intrecciate, ma le avevamo, e ci volarono via
e danzammo sopra di esse. Non era Betlemme. Era Wapiti. Ero
cos entusiasta che a momenti spedivo Pete Krone nel presepe.
Tutto il pubblico scatt in piedi per l'applauso finale. Candy
Dohse aveva un'aria angelica e non sembrava per nulla impressionata.
Non riuscii a catturare il suo sguardo. Nemmeno una
volta.
Gennaio e febbraio furono deprimenti. Vidi i Krone, Jeff e
Bruce Keller per brevi periodi. Mio fratello non aveva scelta.
Tutte le ragazze si mantennero a una rispettosa distanza.
L'asta per la raccolta di fondi si tenne a marzo nei locali della
scuola, organizzata dal Wapiti Women's Club per incrementare
la disponibilit delle borse di studio degli alunni della
Wapiti School. L'evento arrivava nel momento migliore per i
residenti della valle, provati dal lungo inverno e ansiosi di qualche
distrazione. Ogni famiglia port almeno un piatto caldo e
una decina di biscotti, e la prova dell'eredit invernale da donare
all'asta: sottaceti, barbabietole, carne e conserve in scatola;
barattoli di miele, pagnotte, macram, le ricette da forno rivisitate
nelle maniere pi svariate; piante, uccelli scolpiti nel
legno, ferri di cavallo legati insieme come fermalibri, paesaggi
amatoriali, finimenti decorati. E l'oggetto pi ambito: la trapunta
fatta dal Wapiti Women's Club. Ogni pezzo era realizzato
da una donna diversa e cucito dalla quasi totalit, e la trapunta
finale era cos apprezzata che i biglietti per la lotteria si
volatilizzavano nel giro di qualche settimana. Quasi tutte le
donne della valle facevano parte del club: quelle appena sposate,
le vedove, quelle che non si erano mai sposate. La trapunta
era il loro regalo comunitario.
La gente faceva offerte generose per lo spettacolo, per fare
colpo, per aumentare i fondi disponibili, perch poteva. I vicini
spendevano tutto il poco che avevano per le cose preparate dagli
altri, cosicch ogni anno, uno dei bambini della valle potesse
proseguire negli studi. C'erano borse di studio che venivano
assegnate per i quattro anni del college; borse di studio per le
scuole di preparazione tecnica. Il ghiaccio sul fiume cominciava
a rompersi. Era una festa a cui nessuno voleva mancare. Come
banditore ricordo Glenn Fales. Era il proprietario del
Rimrock Ranch. Nella sua voce c'era qualcosa di minaccioso che
consigliava agli offerenti di stare seduti in posizione eretta.
Avevo messo da parte dieci dollari. Comprai una torta e un
arazzo elaborato, lavorato con ricami e macram fatto con i fili
di una spessa corda di canapa. Candy Dohse mi disse che non
lo avrebbe appeso in un fienile.
Gli alci, i cervi e le pecore di montagna che erano riusciti a
superare l'inverno alimentandosi con i germogli in attesa dei
pascoli verdi, morirono durante le pesanti tempeste primaverili
di aprile. Assistetti alla loro morte senza compassione, la mia
linfa vitale cominciava gi a inaridirsi.
Alla fine dell'anno scolastico ci portarono in autobus a Cody
per l'incontro di atletica leggera delle scuole della regione: in
poche parole, un'occasione nella quale una cinquantina di ragazzi
di campagna, altrimenti in gamba, diventava incerta e
goffa nel bagliore di sofisticatezza emanato dallo scenario urbano.
Cody era una citt di quasi quattromila abitanti. Aveva una
pista di atletica in macadam. C'erano le tribune. Noi ci sentivamo
come zingari portati nella cucina di una casa signorile per
una qualche cena importante.
Durante l'inverno i miei genitori portavano mio fratello e
me in citt una volta al mese. Compravamo roba da mangiare
e utensili. Mangiavamo all'Irma Hotel, poi mia madre ci portava
al cinema mentre pap ci aspettava all'Irma Bar dall'altra
parte della strada, intrattenendosi con i suoi amici.
Ma l'incontro di atletica di primavera era pi di una gita in
citt; era un evento mondano. Non c'erano compiti specifici da
assolvere. La gelateria Dairy Queen era aperta, e avevamo l'occasione
di esibire il nostro eroismo. Ci allenavamo duramente. Per
due intere settimane prima dell'incontro il corpo studentesco
della Wapiti School sfruttava gli intervalli per coprire di corsa il
quarto di miglio che separava la Wapiti School dal Wapiti Post
Office. Tutti. Ci allineavamo nel parcheggio della scuola coperto
di ghiaia e sprintavamo nel piazzale. Kip Krone e io correvamo
nel fossato di prestito. Quando raggiungevamo l'ufficio postale
camminavamo un po' per riprendere fiato e poi tornavamo di
corsa a scuola. Nessuno ci ricordava che avremmo dovuto gareggiare
per la nostra scuola. C'era un'assoluta mancanza di spirito
di corpo. Gareggiavamo per la gloria individuale. Per il gelato.
Perch c'era la gita in citt ed era primavera.
La mia uniforme consisteva in una delle magliette bianche di
mio padre - le maniche mi arrivavano sotto i gomiti, e l'orlo inferiore
mi copriva le ginocchia - un paio di jeans da tutti i giorni
e scarpe da tennis nere alla caviglia. Alcuni ragazzi correvano
con gli stivali da cowboy. C'erano il salto in alto, la corsa di
un quarto di miglio, diverse corse su distanze pi brevi e una
gara di tiro al canestro. I nostri genitori stavano sulle tribune di
legno e urlavano finch avevano voce. Mio fratello vinse un nastro
nel quarto di miglio. Io finii ultimo in una corsa sulle distanze
pi brevi, ma conquistai un nastro nella prova del tiro libero,
totalizzando un otto su dieci. Ero piccolo, ma le basse
probabilit di successo mi consentivano una specie di approccio
zen. Tiravo senza aspettarmi alcunch. Tiravo per chiudere
la faccenda il pi presto possibile e andarmi a sedere all'ombra
con il mio cono di gelato al cioccolato che s'induriva in una
glassa. Non offrii il mio nastro a Candy. Me lo attaccai sulla
spalla della maglietta presa in prestito e a ogni minimo alito di
vento me lo ritrovavo sulla faccia. Il tempo dell'imbarazzo era
finito. Mia madre non si era fatta piccola quando l'avevo abbracciata.
Linda Schmitt mi aveva sorriso timidamente sull'autobus
che ci portava in citt, senza preoccuparsi che qualcuno
la potesse vedere. Ormai avremmo lasciato quella scuola. Gli
alberi avevano germogliato. Entro la settimana saremmo andati
a prendere i cavalli dal pascolo invernale e al lodge avrebbero
cominciato ad arrivare i primi ospiti.
L'autunno seguente frequentai l'ottavo anno a Cody. Ero alloggiato
nel seminterrato di Lilian Hackett. Era una vedova
con due figlie che avevano quasi concluso il ciclo di studi secondari.
Per contribuire al pagamento di vitto e alloggio scopavo
i viali, distribuivo pubblicit per i lavori pi strani, toglievo i
ferri ai cavalli. Nei fine settimana liberi tornavo a casa facendo
l'autostop. A Natale mio fratello m'inform di essere innamorato
di Linda Schmitt. A tempo pieno.
La settimana scorsa ho chiamato la mamma di Linda Schmitt e
ho cos saputo che Linda dirige la Norwest Bank a Billings,
Montana. Sua madre mi ha riferito che  sposata e ha un figlio
di diciotto anni. Ho comunicato le novit a mio fratello. Lui mi
ha risposto che poteva essere una buona idea chiedere un prestito.
Entrambi pensiamo di fare un salto a trovarla la prossima
volta che passeremo vicino a Billings.
Kip Krone dirige un ranch alle porte di Pavillion e d'estate
combatte gli incendi nelle foreste. Suo fratello, Pete,  volato
gi con il suo pick-up dalla massicciata che costeggia il Greybull
River nel 1979. Ho perduto invece le tracce dei Sidwell e
di Jeff e Bruce Keller. Mia moglie ha svolto ricerche su Internet
nel Wyoming e nel Montana per scovare il numero di telefono
di Bill Dansby, ma invano. Gene Hedrick  morto d'infarto nel
1982. Aveva solo quarantasei anni. A volte incontro la sua vedova
a un corso di disegno dal vivo in un college vicino. Mi ha
detto che una delle sue figlie  andata nella foresta dietro il lodge
dove vivevano un tempo per spargere al vento le ceneri di
Gene. Un orso bruno l'ha costretta ad arrampicarsi precipitosamente
su un albero, dove  rimasta per un intero pomeriggio.
Mi ha detto che un orso era il talismano di Gene. Sorridemmo.
Ricordammo quel marcantonio di suo marito.
La settimana scorsa ho chiamato anche Candy Dohse.  vicesceriffo
della contea di San Diego. Ha due figli e una nipotina. Mi
ha chiesto se mi ricordavo i balli nel sottotetto del fienile al Lazy
KC. Mi ha chiesto se mi ricordavo che nella recita di Natale lei
interpretava Maria. Mi ha chiesto se mi ricordavo la collana che
le avevo regalato. Mi ricordavo dove l'avevo nascosta? Mi ha
detto che l'ha conservata. Mi ha detto che l'ha conservata in una
piccola scatola di legno che le aveva dato Kass Sidwell. Sul coperchio
della scatola  incisa la parola WAPITI.
Adesso penso a tutti loro come a una famiglia. E quando mi
sveglio di notte e sono preoccupato per la terra o per le decisioni
che prender riguardo all'uomo che sono, ascolto i loro nomi,
come i nomi dei torrenti che alimentano il fiume: Keller,
Fales, Ballinger, Rumsey, Royal, Gibbs, Morris, Coe, Wilson,
Lewis, McClelland, Kinder, Petty, Dahlem, Hall, Schmitt, Garlow,
Selby, Sidwell, Legg, Stonehouse, Fell, Sauerwein e
Sowerwine, Van Wagoner, King, Dohse, e quelli venuti prima
di loro. I loro nomi scendono e si allontanano dalle Absarokas,
verso il fiume, verso lo Shoshone, e sussurrano il nome Wapiti.
...
.
...
5. IL PADRONE DEL CIRCO.
...
.
...
Sai quanti anni ho?
Non m'importa rispondo, ma  una bugia. Tutti i cowboy
della baracca s'interrogano sull'et del vecchio.  un ubriacone
di prim'ordine. Un delinquente originale. Rispettato per l'ostinazione
con cui si lascia andare alla deriva. Gli uomini di
mezz'et, John, Gordon e Phil, si concedono regolarmente parentesi
alcoliche che durano tre o quattro giorni, ma tra l'una e
l'altra non passa mai meno di un mese. La resistenza del vecchio
infonde loro coraggio. Sono tutti concordi sul fatto che se
lui  sopravvissuto alle sue cattive abitudini allora c' una speranza
concreta che anche loro possano invecchiare. Qualsiasi
uomo se paragona la propria vita a quella del cuoco pu sentirsi
sano, e perfino virtuoso.
Ma io sono giovane e legato all'idea di potercela fare nella vita.
Temo il vecchio come temo la luce elettrica. In qualche modo
lui  filtrato attraverso le fessure. Ho paura che quando la
fortuna gli girer le spalle tutti quelli che gli stanno intorno cadranno
morti stecchiti. Oppure no. Quello di cui ho forse pi
paura  semplicemente che invecchi ulteriormente e muoia;
che non ci sia giustizia; ho paura di poter uscire menomato da
una vita priva dell'insegnamento della punizione. Sto cominciando
a provare il desiderio di colpe che meritino un castigo.
Ho cominciato a tremare quando ci sono intorno delle ragazze.
La mia mente si perde nelle fantasie. I miei pensieri sono inconfessabili.
Non sono pi cos imberbe da non riconoscere i
sintomi di una dipendenza dalla carne. Dal peccato. Temo il
vecchio perch devo essere stoppato e lui va ancora forte.
Sar anche vecchio, ma ci sono ancora cose che mi offendono.
Mi spiace dico, ma senza voltarmi. Premo il palmo contro
il pomo della sella, mi alzo sulle staffe e inarco la schiena. Il
vecchio cavalca dietro a me e non voglio che veda la mia faccia.
Preferisco rinunciare a conoscere la sua et piuttosto che dargli
il piacere di una conversazione.
La pura verit  che a me interessa sapere quanti anni ha e che
non mi spiace di averlo insultato. Due bugie. Non sto diventando
solo un pervertito, ma anche un bugiardo. Porto le ginocchia
sotto i rigonfiamenti della sella, mi piego rigidamente sopra il
pomo e mi alzo di nuovo sulle staffe stirandomi. Cerco di tenere
le bugie lontano dal mio scheletro. Mia madre mi ha detto che le
bugie lavorano sulle giunture delle ossa di un ragazzo. Diceva
che assomigliano a noccioli di pesca pietrificati, ma molto pi
piccoli, che crescono come semi. Diceva che le menzogne sono la
causa prima dell'artrite. Che i bugiardi sviluppano presto dolorosi
problemi alle articolazioni. Prima di assumersi il compito
della mia personale educazione mia madre era stata infermiera.
Sono incastrato in una spirale discendente. Ogni giorno penso
alle ragazze in un modo che necessita bugie.
Sono cos dannatamente vecchio che non compro le banane
verdi dice. Ecco come sono vecchio. Cerca di ridere, una
risata chioccia, e il tentativo gli scatena un colpo di tosse. Tossisce
finch non si ritrova la bocca piena di muco e sputa il tampone
oltre la propria spalla sinistra, asciugandosi la bocca e il
mento con la manica del giaccone. Quanta strada abbiamo
fatto? chiede.
Circa un quarto di miglio dall'ultima fermata.
L'et t'insegner a tenere la bocca chiusa dice. A tenere a
freno la lingua.
Allora  meglio che la usi adesso che sono ancora giovane.
Le nuvole si stanno concentrando su Yellowstone, scure e gonfie
di umidit, e la temperatura  scesa. La giornata potrebbe
andare diversamente. Nel Wyoming si dice che se il tempo
com' non ti piace puoi aspettare cinque minuti o spostarti di
cinque miglia. Un inutile aforisma se rimani intrappolato in
una tempesta di neve dei primi giorni autunnali.
Ci sono anche modi migliori di usarla. Non fa nessuno
sforzo per dissimulare l'allusione lasciva.
Non c' un posto buono per sedersi su questo pendio gli
dico. Ci fermeremo dove ci sono gli alberi. Mi giro sulla
sella e sorrido. Peggio che conversare sarebbe ascoltare il vecchio
blaterare sul sesso. Abbiamo fatto circa sette miglia
aggiungo. Lo sto guardando direttamente, cercando di mantenere
un'espressione placida come l'acqua in un secchio. Lui
oscilla in controtempo rispetto al ritmo del cavallo, come uno
scimpanz piccolo e disidratato.
Il pensiero che questo vecchio abbia toccato una donna senza
doverla legare ha l'effetto di un serpente infilatosi nel colletto
della mia camicia. Se penso alle sue mani su una donna qualsiasi
- le sue riflessioni sulle donne sono precise - tutte le
donne mi diventano sospette. Le mie fantasie diventano repellenti
come il whisky che trangugia. Preferisco che le ragazze
nella mia immaginazione non sappiano nulla di vecchi ubriaconi
barcollanti. Preferisco che le ragazze nella mia immaginazione
conoscano soltanto me.
Nel bosco lego le sue redini in alto a un ramo di un pino e mi
metto carponi sotto la sua staffa sinistra. Riesce a far passare
una gamba sopra la sella, appoggia un piede in mezzo alla mia
schiena e scende a terra.  fragile e leggero, come una specie di
grande uccello spiumato, davvero pi uccello che scimmia,
penso. Lo sorreggo mentre rischia di ruzzolare su delle pietre.
Si siede, fa delle smorfie, geme mentre si sfrega le cosce. La faccia
 arrossata per via dello sforzo. Io vado a pescare nelle sue
bisacce una bottiglia di Walkers Deluxe. Portarsi il vecchio in
un campo di caccia  un affare da due bottiglie.
Mio fratello ha scommesso che il vecchio  sugli ottanta. Io
ho detto che secondo me ha gi toccato i cento. Come per i
cowboy di mezz'et con cui lavoro, la mia speranza  che stia
battendo ogni record d'invecchiamento. L'unica ragione per
cui lo voglio anziano  perch desidero che muoia. Se  abbastanza
vecchio posso pensare che abbia vissuto una vita piena.
Mi libera dal senso di colpa. Posso essere un bugiardo, un depravato,
ma non so ancora provare sensi di colpa. Mia madre
non mi ha spiegato cosa potrebbe essere la colpa. Questa primavera
mio padre mi ha assegnato il compito di trasportare un
serbatoio settico intasato. Dopo quel lavoro sono stato male
per una settimana e mi  passata la voglia di mangiare per un
mese, ma sarei felice di trascorrere la mia vita a portare in giro
merda con gli stivaloni fino alla coscia, se in cambio potessi evitare
di fare da baby-sitter a questo vecchio cuoco del campo.
Questa  la seconda volta in tre anni. Lo considero un premio
all'incompetenza.
Prende una sorsata dalla bottiglia, l'appoggia per terra tra le
sue gambe, e si accende una sigaretta. Ho settantaquattro anni
dice. Ha ancora il fiatone.
Questo deluder un bel po' di persone dico. Cerco di non
far trasparire la delusione sul mio viso. Settantaquattro anni
non  un'et sufficiente per liberarmi dal senso di colpa.
Spero di diventare ancora un po' pi vecchio. La testa 
inclinata leggermente all'indietro e butta fuori il fumo della sigaretta
in piccoli cerchi sopra la faccia. Il whisky sta operando
la sua magia. Il suo pomo d'Adamo si sposta come un gomito
supplementare catturato nella gola. La sua pelle  tornata bianca
come farina, ma  coperta di macchie. In alcuni punti sembra
stia cominciando ad arrugginirsi. Le guance e il petto sono
incavati. Non ha sedere, mento, n lobi delle orecchie. Cerco
d'immaginare come doveva essere quando non era solo pelle e
ossa, ma a quel punto la sua testa ritorna verticale e sogghigna.
Sulla parte anteriore della bocca si vedono solo quattro denti.
Non ho sempre fatto il cuoco dice.
Cos'ha fatto prima? Mi domando come possa essere un albatro,
uno vero, vecchio.
Ero padrone di un circo.
C'erano uccelli?
Niente uccelli. Un elefante, una coppia di grossi felini, qualche
cavallo. Una delle trapeziste aveva un serpente. Era una
ninfomane. Lascia ricadere la testa e sputa accanto alla bottiglia,
grattandosi una guancia, con aria soddisfatta. Sulle guance
ha sempre un po' di peluria bianca. Cos come sul ponte del naso
e sopra le orecchie. I suoi occhi sono velati e catarrosi, ma non ha
l'aria di uno che sta mentendo. Tra i suoi innumerevoli acciacchi
non c' l'artrite. Non vuoi sapere niente della trapezista?
Nossignore.
Sai cos' una ninfomane?
Sto cercando di non pensarci.
Quanti anni hai?
Quattordici.
Probabilmente  tutto quello a cui puoi pensare. Ho avuto
anch'io quattordici anni.
Non mi piacciono i serpenti dico.  un tentativo disperato
di deviare la conversazione.
Lei mangiava, dormiva e cagava con quel grande bastardo
arrotolato intorno al collo. Il figlio di puttana ha visto pi tette
di tutti noi messi insieme.
Se cambiamo argomento fermer i cavalli pi spesso.
Stacca e allontana la bottiglia dalla bocca guardandomi di
traverso, e poi sorride. Strizza un occhio e guarda nel collo della
bottiglia come se vi potesse rivedere qualche evento del passato.
Un serpente non pu generare vero calore per conto
proprio.  una cosa sulla quale dovresti riflettere.
Lo sto facendo.
Quando sei padrone di un circo, la vita , tutto sommato,
un divertimento. Un cane recit per circa un mese, ma uno dei
felini pi grossi si perse, e quella fu la fine.
Tracanna un altro goccio dalla bottiglia e si rialza a fatica. Io
metto via il whisky e mi piego sul fianco del suo cavallo. Lui sospira,
mi sale sulla schiena e si aggrappa alla sella. Monta, scoreggia
e sorride. La bevuta sembra rivitalizzarlo. Sarebbe pronto
per un altro quarto di miglio, forse mezzo, ma ci mancano
ancora ventisette miglia. Due anni fa facemmo ottanta tappe. 
il peggior modo di andare a cavallo che si possa immaginare.
Partiamo alle quattro del mattino e lo considero un miracolo se
ce la facciamo ad arrivare prima che diventi buio. Con la carovana
 un viaggio di sette ore, senza contare gli incidenti. Questa
 gi la ventiquattresima volta che il vecchio ha dovuto fermarsi,
e avremo fatto al massimo sette miglia sull'Eagle Creek.
Viaggiare insieme a lui  semplicemente un incidente protratto.
Quando torno al mio cavallo mi assale l'improvvisa paura
che quest'anno due bottiglie possano non bastare. Ho visto il
vecchio prima che si attaccasse alla bottiglia la mattina, e la differenza
tra il vecchio ubriaco e il vecchio che si sta ubriacando,
 quella che c' tra un gatto di casa e una volverina. I cavalli sono
gi nervosi, ma se non altro il cielo si sta schiarendo.
Nella cucina e nella dispensa del lodge il whisky lo trovi
dappertutto. Nei contenitori della farina, dietro lo scatolame;
bottiglie che sbatacchiano in fondo ai cassetti riservati alle posate
d'argento. Lui prende una bottiglia avvolta in un sacchetto di
tela e seppellita tra la carne trita della cella frigorifera. Mia madre
ne ha trovata una in frigorifero in un cartone del latte vuoto.
Ogni settimana tiro fuori dal suo bungalow due sacchi di iuta di
lattine di birra vuote. Lui sostiene che la birra  nutriente. Come
le vitamine. Mi fa venire il gas nella pancia ammette. Ma  un
prezzo tutto sommato piccolo da pagare per la salute.
Mio padre carica quattro casse di bourbon per tenere il vecchio
trenta giorni al campo di caccia. Provo a immaginare come
far d'inverno. In estate e in autunno gli diamo da mangiare,
lo ospitiamo, ma non porta via mai niente. I suoi stipendi li
spende per bere.
C' ancora un sentiero intorno a quella palude?
Sissignore. Stiamo scendendo un fianco della collina nel
canale principale. I nostri cavalli scalciano frammenti sparsi di
rocce scistose facendoli schizzare tra gli alberi sotto di noi. 
come se avessimo fatto fuggire una mandria di alci dai loro letti
di giorno.
Sei sicuro?
Un mese fa c'era ancora.
Potrebbe essere stato spazzato via dall'acqua.
Potrebbe.
Una palude non  un gran divertimento.
C'ero anch'io gli ricordo.
S, ma non dentro.
Mi sono infangato per tirarla fuori.
Cos non dobbiamo andare con i cavalli dentro quella dannata
palude.
Il primo anno in cui scortai il vecchio al campo fu il peggiore.
Allora la pista attraversava una distesa di melma stagnante l
dove cominciavano i pascoli dell'Eagle Creek. Il suo cavallo era
scivolato, aveva fatto un balzo in avanti e il vecchio era stato
scaraventato in mezzo a quel sudiciume. Prima che potessi
lanciargli una corda lui aveva cominciato a sguazzare nella
melma e nel fango, cos terrorizzato che alla fine aveva smesso di
imprecare e si era chiuso in un pianto intermittente. Era una
situazione che dava sui nervi. Mio padre non mi pagava per
portare un cuoco morto al campo. Ripulii il vecchio alla meglio,
riempii il mio cappello di acqua di fonte cosicch potesse lavarsi
la faccia e le mani, ma era rimasto talmente scivoloso che faticava
a montare in sella, puzzava tremendamente e si lament senza
tregua per il resto della cavalcata. Eppure quell'anno due bottiglie
bastarono e il Forest Service aveva tagliato una pista intorno
alla palude. Due bottiglie, penso, basteranno certamente anche
quest'anno.
Sono un ottimo cuoco dice.
Lo so. Facciamo altre tre miglia fermandoci solo nove volte.
I cavalli sono legati al margine del bosco. Il vecchio siede
sulla cupola convessa di un masso, e io mi accovaccio al suo
fianco. Il terreno scivola via verso il torrente in uno sparpagliamento
di pietre grandi come teste.
 importante saper fare bene qualcosa.
Sissignore.
Se non sei bravo a fare qualcosa e ci dai dentro con la bottiglia,
sei solo uno scroccone.
Lei fa il miglior strudel che abbia mai mangiato.
Credo si possa dire che la pasticceria  il mio forte.
Mi piacciono anche le sue torte e i suoi pasticcini.
Pelle secca.  questo il mio segreto. Sono nato per lavorare
la pasta. Un uomo con la pelle unta non potr mai avere croste
croccanti.  un fatto. Solo pochi di noi sono nati per poter lavorare
al forno. Le donne difficilmente rientrano nell'equazione.
Un contenuto di grassi troppo alto. Sudano direttamente
dai pori, che Dio le benedica.
Prende un'altra sorsata dalla bottiglia e apre un secondo
pacchetto di sigarette.
Mi sorprende trovarti ancora qui a tirare avanti con questo
lavoro di merda. Sollevo lo sguardo su di lui, che mi soffia direttamente
in faccia il fumo della sua sigaretta.
Non sono sempre stato un ubriacone dice. Ero un buon
osservatore delle situazioni.  una qualit che possiedo ancora,
se decido di utilizzarla. Mi sembra che l'anno scorso mi avesse
portato qui tuo fratello pi piccolo.
Ero impegnato ad accompagnare altri ospiti. Cacciatori.
Quei grassi bastardi della Florida?
Erano medici.
Avrebbero dovuto prescriversi a vicenda delle boccette di
pillole dietetiche, ecco cos'avrebbero dovuto fare. Tuo padre
ha mai ricevuto una lamentela da loro?
Direi di no.
 cos che ti sei ritrovato me tra i piedi?
Suppongo.
Diavolo, ma non hai ucciso nessuno.
C' mancato poco.
Ho visto soltanto quando ti tenevano gi nella tenda della
cucina e ti ricucivano la testa. Se non diventi calvo non sarai
mai costretto ad ammettere di avere una cicatrice.
Mi pettino in modo da coprirla.
Non ci ho mai fatto caso. Il vecchio sorride, ha un po' meno
l'aria da scarafaggio. Mentre fuma le mani gli tremano e mi
domando se abbia difficolt a tenere le redini.
Lo faccio montare sul cavallo e per le miglia successive gli
racconto quanto pioveva quando lasciai il lodge con i cacciatori.
Gli dico che dopo un miglio avevo prestato i miei gambali al pi
piccolo dei medici e tirato fuori dalle bisacce un paio di pantaloni
gommati per la pioggia. Erano pantaloni da uomo e la loro
cintura mi saliva fin sotto le ascelle. Per tenerli su avevo dovuto
passarmi le bretelle intorno al collo, ma mi cadevano lo stesso.
Ti tenevano almeno asciutto?
I piedi erano fradici.
Non ho capito se eri asciutto o meno. Che cavallo montavi?
Dico al vecchio che stavo montando un quattro anni con un
bel caratterino che aveva l'abitudine di scartare di lato. Aveva il
mantello marrone e bianco, la coda nera, e in una giornata secca,
con i gambali giusti, ci voleva un trucco per montarlo e
smontarlo. Aveva cercato di mordermi due volte. Una volta mi
aveva colpito con lo zoccolo anteriore. I medici pensavano che
fosse tutto organizzato per dare spettacolo. Ogni volta che ci
fermavamo si riunivano e ridevano davanti ai miei tentativi di
montare e smontare dal cavallo.
Si fermavano quanto mi fermo io?
Non cos tanto. Ma abbastanza. Erano parecchio pi giovani.
Era quello l il cavallo che tuo padre poi vendette in citt alla
societ del rodeo?
S, era quello.
Scommetterei che sei orgoglioso di essergli sopravvissuto.
Sono contento di non doverlo pi montare.
Racconto al vecchio che prima della fine del passo aveva cominciato
a nevicare. Tre ore pi tardi eravamo a un miglio dal
campo, ma a terra c'era quasi un metro di neve. I medici erano
smontati da cavallo e camminavano in fila conducendo a mano
i cavalli. Avevano il sedere a pezzi e non facevano altro che
montare e smontare. Il medico pi piccolo si ferm per risalire
in sella. Il mio cavallo stava danzando di fronte a lui. La neve
scendeva con tale intensit che facevo fatica a vederlo.
Dico al vecchio che suppongo che al medico avessero sparato
alle gambe perch non era riuscito nemmeno a farne passare
una sopra l'arcione posteriore, un piede gli era rimasto incastrato
nella cinghia della custodia e, cercando di divincolarsi,
l'aveva slegata. Il calcio del fucile aveva sbattuto ripetutamente
contro il fianco del suo cavallo.
Ti  andata bene che stavi accompagnando dei medici e
non degli avvocati dice il vecchio. Ha gi fatto fuori met della
seconda bottiglia di bourbon. Quando beve il vecchio ha
una finestra. Quando la finestra  aperta il suo corpo sta bene e
mentre parla sogghigna. So che prima di raggiungere il campo
sar chiusa.
Gli dico che il medico non era sembrato minimamente allarmato
quando il suo cavallo mi aveva calpestato. Le redini svolazzavano
libere ai due lati della bocca della bestia. Gli occhi
dell'animale erano rovesciati all'indietro, e lasciavano intravedere
quasi solamente la parte bianca. Il fodero era appeso a un
anello, e a ogni affondo rimbalzava sul fianco del cavallo. Il medico
si era aggrappato con entrambe le mani al pomo della sella
e cavalcava con sorprendente e involontaria destrezza
inginocchiato sul seggio della sella. Sembrava un acrobata temerario.
Io mi ero lanciato al suo inseguimento, cercando di non
perderlo di vista tra la neve. Poi il medico aveva cominciato a
piegarsi. Verso destra. Per diversi secondi era rimasto aggrappato
a un fianco del suo cavallo come avrebbe potuto fare uno
scoiattolo grasso, quindi aveva perduto la presa, era stato disarcionato
e gettato nella neve. Io mi ero fermato, ma di lui avevo
smarrito ogni traccia. Infine lo ritrovammo. Era come esploso
sulla superficie, penetrando sotto il manto di neve per oltre sei
metri. Uno dei suoi colleghi aveva misurato per davvero la distanza.
Il ruzzolone gli aveva danneggiato la spalla destra, e ci
fu un accenno di ammutinamento nel mio gruppo. Gli uomini
si erano seduti nella neve e rifiutavano di muoversi. Sembravano
intenzionati a piangere.
Penso che se non avessi fatto il cuoco mi sarebbe piaciuto
fare il ginecologo.
Scusi?
Forse tutti quei medici erano ginecologi. Mi volto a guardare
il vecchio. Tiene la testa piegata in avanti e riesco appena a
sentire quello che dice. Ha la parte superiore del cranio coperta
di macchie come il dorso delle mani. Lui mi vede e sorride.
Forse se erano ginecologi erano tutti pi pronti a morire degli
uomini con cui hai a che fare di solito. Forse avevano gi visto
tutto e volevano solo morire in pace tra le montagne.
Non erano venuti nel Wyoming per morire osservo. Erano
venuti per cacciare l'alce. Mi prende il panico. C' un'evidente
e concreta possibilit che il vecchio e io condividiamo
ambizioni simili.
Mi spiace.
Pensavo che stesse ascoltando. Cerco di dare l'impressione
di sentirmi offeso.
Infatti. A volte mi lascio prendere la mano. Non succeder
pi.
Racconto al vecchio come ho ripreso il cavallo in fuga e l'ho
riportato dai medici. Gli dico che li ho avvertiti che se fossimo
rimasti l fuori nella tempesta probabilmente saremmo morti.
Gli dico che mi hanno risposto che preferivano morire sulle loro
gambe. Che avevano pagato per venire a caccia. Non per
cavalcare pony selvatici. E poi gli dico che quando sono smontato
dal mio paint mi sono saltate le bretelle e mi sono ritrovato con
i pantaloni da neve calati e ingarbugliati alle ginocchia. Gli
spiego come mi muovevo impacciato e a rischio di cadere a
ogni passo e come il mio cavallo si fosse innervosito e mi fosse
saltato sulla schiena.
 cos che ti sei fatto male alla testa?
Mi ci  passato sopra.
Quando giunsi al campo il vecchio era l. Io camminavo,
conducendo a mano tutti e cinque i cavalli e trasportando i
quattro fucili dei medici. Loro mi seguivano in ordine sparso.
Uomini bagnati e infelici.
Tuo padre raccont che era cos buio che sarebbe stato impossibile
distinguerti se non fossi stato coperto di sangue. La
poca luce rimasta lo faceva brillare.
Non disse solo questo.
Ti dar un'altra possibilit.
Per forza me la dar, altrimenti aspetter di diventare abbastanza
grande per andarmene.
Ci fermiamo in cima al passo dell'Eagle Creek.  pomeriggio
tardi e non c' un alito di vento. Il cielo  limpido e trasparente
quasi quanto l'acqua. Pesco il mio panino di scorta dalle bisacce
e troviamo dei comodi sgabelli in un dirupo accidentato.
Guardiamo a nord a venti miglia dentro la testa del Mormon
Creek.
Non ha fame? domando.
Prima mi era venuta, ma adesso sono a posto.
Mi  rimasta una merendina dolce.
 una questione economica. Sorride. La finestra  ancora
aperta. Non ha senso sprecare roba da venticinque cents per
un ubriaco che vale trenta dollari.
Non sembra ubriaco.
Lo sono.
Ammetto che il suo giudizio dovrebbe valere pi del mio.
Sto mandando gi pi aria di quanto faccia di solito. Quando
cavalco non riesco nemmeno ad accendere una sigaretta.
Probabilmente le due cose sono collegate.
Il vecchio si sposta sulla sua roccia orizzontale, prende un altro
sorso dalla bottiglia e me l'allunga.
Preferisco di no.
Ti preoccupa che il tuo vecchio possa accorgersene dall'odore?
S, esatto.
Vuoi una gomma?
Un po' di succo di frutta.
Lo preparer.
Se me lo chieder racconter un'altra bugia, ma prendo la
bottiglia, slaccio un polsino della camicia in modo da farlo penzolare
come uno straccio e lo uso per strofinare il collo della
bottiglia.
Non ho niente che ti possa interessare dice.
Questo non lo pu sapere con certezza.
Mando gi una piccola sorsata e cerco di tenere il liquore in
bocca, ma le gengive cominciano a bruciarmi, cos trangugio
rapido e gli riconsegno la bottiglia. Penso che potrei alzarmi e
dare un'occhiata in giro. Quando non succede nulla mi sento
un po' frustrato.
Com'era?
Non male come pensavo.
Ti senti diverso?
Forse pi caldo.
Non pu farti che bene se ci mangi insieme. I francesi sono
la prova vivente di questo. Non hai motivo di preoccuparti. Ti
ho tenuto d'occhio. Sei una buona forchetta.
Una marmotta cammina dondolandosi sulla sporgenza rocciosa
alla nostra sinistra. Si alza e si abbassa sulle zampe anteriori.
Rotea la testa. Appare nervosa. Come se stesse affrontando
una sfida. I ricci marroni della pelliccia attraggono il sole.
Penso alla ragazza con i capelli scuri del mio corso di storia.
Pensa che quello che  successo con i medici sia stata colpa
mia?
Se fossi stato francese dice il vecchio, probabilmente mi
sentirei meglio. Ho perduto l'appetito circa vent'anni fa.  da
allora che ho cominciato a sbronzarmi.
La marmotta squittisce e fischia, si siede e sbatte la coda. I
suoi denti anteriori da roditore sono un lampo giallo nel muso
scuro.
Se non avessi indossato i pantaloni da pioggia mi sarei bagnato,
ma non mi avrebbero calpestato.
Secondo me non hai sbagliato niente dice. Si volta verso
di me. Ha gli occhi incavati e iniettati di sangue. Se fossi mio
figlio ti avrei dato una medaglia per non aver perso tutto il
gruppo in mezzo alla tempesta.
Grazie per averlo detto.
Non sono sicuro che diano medaglie per questo genere di
imprese, ma almeno una citazione avrebbero potuto buttarla
gi.
Lei ha figli?
Certo che ne ho. Un maschio e una femmina.
Il vecchio si piega in avanti e si sfila il portafoglio da una tasca
posteriore. Gli ci vuole un po', ma alla fine trova una fotografia
e me la passa. Questa  mia figlia dice.
La fotografia  sbiadita, consumata nel punto in cui sfrega
contro la piega del portafoglio. La ragazza ha circa vent'anni.
Indossa un bikini azzurro,  appoggiata di schiena a una palma
e sorride a trentadue denti. Non assomiglia a nessuno.
Carina, vero?
Sissignore.
Ho anche un ragazzo, ma la sua foto l'ho persa.  un maledetto
genio. Accenna a passare la sua sigaretta alla marmotta
che si ritira in tutta fretta nell'ombra sotto un riparo. Io sposto
pi volte lo sguardo dal vecchio alla foto per verificare se la ragazza
ha i suoi stessi occhi, o il mento, o la fronte. Dal punto
di vista intellettuale, non riuscivo a stare dietro al ragazzo. Lui
aveva deciso di andare a scuola. A sedici anni ha preso il diploma
al college. Quanti anni hai detto che hai?
Quattordici. Sul retro della fotografia della figlia c' una
palma. Il tronco  scolpito a forma di corpo di donna. Sotto
l'albero c' scritto: RAGAZZE DEL SUD PACIFICO. Cosa fa suo figlio?
Non che m'interessi veramente, ma non sono ancora
pronto a restituirgli la fotografia.
Dirige il circo.
La tipa del serpente lavora con lui?
 morta. A che anno sei a scuola?
Al nono.
Quando mi vantavo di mio figlio che era uscito dal college
a sedici anni... so che non significa niente.
Nessun problema.
Mi tende la bottiglia. Ti va un altro sorso?
Credo che uno possa bastare.
Manda gi un goccio e controlla se la marmotta si decide a
rimettersi al sole. In ogni caso, con il genio uno ci nasce.
Immagino di essere nato senza.
La maggior parte di noi nasce senza.
Gli restituisco la fotografia della figlia, lui l'ammira per un
istante e poi la infila nel portafoglio. Scruta il cielo mentre tira
in dentro le labbra per succhiarle tra i denti. Tra un paio d'ore
sar buio dice. Senza la luna sar pi buio che dentro la pancia
di un orso.
Sua moglie doveva essere una bella donna.
Strepitosa, direi. Di gran lunga pi bella della ragazza.
Non ha per caso una sua foto da lasciarmi, cosicch la possa
guardare di tanto in tanto?
Solo della ragazza. Te la lascerei per un po', ma  l'unica
che ho.
Capisco.
Se mai ti stancassi di questa vita sulle montagne potresti
imbarcarti su un piroscafo. Vedresti il mondo con i tuoi occhi.
Ci sono donne fuori da qui che non cercano un genio. Potresti
incontrarne una decina o pi che ti troverebbero addirittura
intelligente.
Mi sembrano davvero tante.
Nel mondo ci sono pi donne che uomini. Fa' due conti
qui nella zona se non mi credi.
Le credo. Il vecchio si piega in avanti per sputare e si accartoccia
sul terreno. Lo vedo solo con la coda dell'occhio, ma
l'intera procedura ricorda quella di un grillo che si prepara a
un salto mortale. Tutto a posto?
Si mette a sedere. Sono stupito. Non esce pi una goccia di
whisky.
C' il tappo.
Buon per me.  meglio se mi dai una mano. Con il whisky
che abbiamo portato non ce la farei a stare fuori tutta la notte.
Mi inginocchio e gli infilo una spalla sotto l'ascella aiutandolo
ad alzarsi in piedi. Lui si aggrappa alle cinghie della sella mentre
io mi metto carponi in modo che lui possa infilare il piede in una
staffa e salire. Quando fa passare la gamba sopra l'arcione tossisce
e scoreggia contemporaneamente. Scusami dice.
Rimonto anch'io in groppa al mio cavallo. Controllo il sole
per valutare quante ore di luce ci siano rimaste.
 meglio che ci muoviamo dice. Non sopporto di sentire il mio buonumore che se ne va.
...
.
...
6. IL LAVORO DI UN RAGAZZO.
...
.
...
Il tuo cavallo si  tagliato con il filo spinato. Mio padre  arrivato
ai recinti con un carico di quattro cavalli.  il secondo e
ultimo carico. Gli altri cavalli sono stati lasciati al pascolo invernale.
La neve  ancora raccolta in cumuli sporchi attorno alle
costruzioni e nel bosco. L'erba ha appena cominciato a fare
capolino attraverso la crosta grigia simile a una garza che si 
formata sotto la coltre di neve invernale. Il contratto di pascolo
stipulato con il Forest Service diventer effettivo solo tra alcune
settimane. Tutti i cavalli che abbiamo sul posto dovranno essere
alimentati con fieno. Il fieno  caro.
Il mio cavallo?
Ne hai cos tanti che non riesci nemmeno a ricordarti
quale?
Sono tutti di tua propriet.
Si porta sul retro del caravan. Gira la maniglia del portellone
con una mano. Ha l'aria stanca e affamata. Il cavallo che hai
montato per tutta l'estate e l'autunno passati dice.
Socks?
Credo che cavalcare lo stesso animale ogni giorno della tua
vita ti conceda alcuni privilegi.
Spalanca il portellone del caravan e fa rinculare un grande
castrone sauro, mi passa la corda della testiera, entra di nuovo
nel caravan e fa uscire un nero che chiamiamo Bird.
Non lasciarlo avvicinare grida dall'interno del caravan.
Si  fatto un'abrasione o si  proprio tagliato? Bird asseconda
il movimento della lunghina, tenendo la testa piegata di
lato, attento a non intrupparci. Io prendo la lunghina.
Mio padre fa uscire dal caravan il terzo cavallo. Abbiamo i
cacciatori d'orsi che vengono nei fine settimana di primavera e
ci servono mezzi di trasporto sufficienti per fare avanti e indietro
dal punto in cui abbiamo piazzato l'esca.
Diciamo che ha cercato di togliersi uno zoccolo. Sto seguendo
il cavallo che conduce lui, portandomi dietro gli altri.
Con cosa? So che in realt ha poca importanza.
Con il filo spinato di un cancello. Qualche stronzo lo ha lasciato
aperto per terra e Socks ci  finito dentro. L'ho trovato
mentre stavo radunando questi.  riuscito a tirarsi fuori da solo
dal casino, ma ormai il danno era fatto.
L'hai gi portato dal veterinario?
Ha la gamba in cancrena. Si ferma appena entrato nei recinti.
Fa girare il suo cavallo e mi guarda da sopra la spalla voltando
la testa. Sta assicurando la lunghina alla testiera. Spero
che tu sia solo diventato duro d'orecchie. Quando me ne sono
andato questa mattina eri parecchio pi sveglio.
L'hai ucciso?
Mi prende gli altri due cavalli. Ha il cappello calcato sulla testa.
Non riesco a vedergli bene gli occhi. Parla con un filo di
voce.  sul caravan dice.
Quando salgo sul caravan sento subito il suo odore.  l'odore
di qualcosa che  morto sotto il sole. Un odore disperato che
riporta alla mente immagini di cervi, alci uccisi sulla strada...
mosche, gengive tirate a scoprire denti che stanno ingiallendo.
Nitrisce dolcemente e io mi avvicino alla sua testa.  macilento.
Il suo mantello invernale  ricoperto da larghe macchie irregolari.
Gli passo una mano sul fianco, per seguire con le dita la
gabbia delle sue costole. Sulla coda e sulla criniera sono appiccicati
ciuffi di erba secca. Gli slego la lunghina e lo faccio scendere
dal caravan. Ogni volta che mette avanti la gamba anteriore
sinistra zoppica come se l'avesse infilata in una buca. Fuori
dal caravan mio padre si accende una sigaretta.
Mettilo insieme agli altri e rovescia un po' di fieno per terra.
Perch?
Perch ti ho detto di fare cos.
Non servir a farlo star meglio.
Il fumo della sigaretta di mio padre sale e gli rimane sospeso
contro la falda del cappello. No dice, non servir a farlo
star meglio.
C' molta pi luce fuori dal caravan. Ora riesco a vedere che
la gamba di Socks si  gonfiata in modo preoccupante. Dallo
zoccolo fino alla spalla la pelle si  spaccata in numerose striature
simili a scudisciate. Il pastorale  spesso come dovrebbe
essere il suo avambraccio e annerito, incrostato di sangue rappreso.
Quando fa un passo lo zoccolo posteriore penzola indipendente
e sbatte contro il pastorale. Si sente prima un risucchio
e poi uno scatto.
Mio padre parla tenendo la sigaretta all'angolo della bocca.
Sta chiudendo il portellone del caravan. So io cosa gli farei se
avessi tra le mani il figlio di puttana che aveva cos tanta fretta
da non trovare nemmeno il tempo per chiudere un cancello.
Non mi sento troppo bene.
Ti sentirai anche peggio.
Lascia cadere la sigaretta vicino alla punta dello stivale e la
riduce metodicamente in poltiglia. Parla senza nemmeno sollevare
lo sguardo. Devo essere in citt domani, altrimenti non te
lo chiederei.
Devo andare a scuola.
Se lo ritieni assolutamente necessario, ti ci pu portare tua
madre dopo pranzo.
Adesso mi sta guardando. Si sta infilando un paio di guanti
di tela gialli.
Avresti potuto ucciderlo in citt gli dico. Se non avevi la
pistola potevi fartela prestare. Un nodo di panico mi sale nel
petto quasi fosse un piccolo animale che gratta per uscire dall'ibernazione.
Voglio usarlo come esca.
Per gli orsi?
Per uccidere un cavallo ancora utilizzabile bisognerebbe
avere i soldi che noi purtroppo non abbiamo. La nostra autonomia
arriva fino all'autunno.  un po' come se Socks si fosse
offerto volontario, non pensi?
Non lo penso, ma faccio parte della famiglia e questo  parte
del nostro lavoro. Ho quindici anni. Abbastanza per capire.
Usiamo i cavalli come esche per gli orsi, permettendo che i loro
corpi imputridiscano, nella speranza che possano attrarre un
grizzly altrimenti inavvicinabile. I nostri cacciatori fanno fuoco
sull'orso chino a mangiare il cavallo morto da una postazione
riparata.
Io rimango immobile a osservare gli stivali di mio padre. Sono
consunti e hanno preso il colore della terra. Socks lecca il
colletto del mio giubbotto di jeans. Il suo respiro caldo e umido
mi sbatte contro il collo. E la prima volta che mi sento stimolato
a trarre qualche conclusione da un passatempo. I cavalli che avevamo usato come esche in passato erano derelitti,
sdentati, pronti a morire. Non mi era mai capitato prima di collegare
il dolore all'attivit della mia famiglia.
Dove? chiedo senza alzare lo sguardo.
In quel piccolo pascolo sopra il Kitty Creek. Dove due primavere
fa abbiamo ucciso quel grande orso maschio. E chiuso;
non ci sono torrenti da guadare. Se domattina  ancora vivo lo
puoi portare l.
Io faccio cenno di s con la testa. Non sono certo che con la
luce che c' mio padre abbia colto il movimento della mia testa.
Mi spiace per questa cosa dice. Hai da mangiare?
Bistecca di alce.
Tua madre ha fatto il dolce?
Solo pere in scatola.
Chiedi una mano a tuo fratello se pensi di averne bisogno.
Non ci saranno problemi.
Vedrai che non sar la cosa pi difficile che hai fatto finora.
Mi credi?
Non ancora.
Vedrai domani.
Sento l'eco dei suoi passi spegnersi mentre si allontana. Adesso
 abbastanza buio perch non distingua pi il contorno della
sua figura. Sento per il calore che ha lasciato. La notte la temperatura
sembra scendere di dieci gradi. Conduco Socks nel tondino,
lontano dagli altri cavalli, riempio di avena una latta di caff e
la rovescio nella sua abbeveratoia, assicurandomi che abbia
dell'acqua pulita. Resto fermo per un po' al buio ad ascoltarlo
masticare: uno stridore ritmico e attenuato; il suono di roditori al
lavoro in un fienile. Una civetta grida periodicamente, osservandoci
tranquilla con gli occhi notturni spalancati.
Quando passo davanti al bungalow dei miei genitori vedo
mio padre seduto al tavolo da pranzo. Non si  ancora levato la
bandana. Porta i capelli cos corti che non ha bisogno di pettinarli,
le maniche della camicia sono arrotolate sopra il gomito, i
peli scuri sugli avambracci bianchi catturano la luce. Mia madre
 seduta di fronte a lui. Sorseggia caff da una tazza che
mio fratello ha realizzato a scuola e annuisce alle parole di mio
padre. Fa delle smorfie. Arretro dalla luce che esce dalla finestra
per guardarli. La loro conversazione  chiusa sottochiave,
dentro, insieme alla luce. Non riesco a sentire quello che si dicono.
Posso sentire il torrente e gli aghi di pino sotto gli stivali
quando sposto il peso. L'aria si sta scaldando mano a mano che
ci allontaniamo dall'inverno. Sa di pino e di salvia. Sento il profumo
della linfa salire nei pioppi. Aspetto che mio padre abbia
finito di mangiare e cammino nella notte fino al bungalow in
cui vivo con mio fratello.
Qual  la capitale della Romania? chiede.
Non lo so.
Mio fratello  seduto alla scrivania del nostro bungalow, vicino
alla stufa a gas. Abbiamo giusto una stanza con un bagno
grande come un armadio che d'inverno teniamo chiuso. Le tubature
sono a vista e se non vengono svuotate si ghiacciano. I
miei genitori vivono in un bungalow leggermente pi grande,
gi al torrente. Sotto il pavimento della cucina hanno scavato
un pozzo, e il loro bagno ha l'acqua corrente per tutto l'anno.
Noi usiamo la loro vasca e la loro tazza. I movimenti intestinali
richiedono una certa regolarit. Quando ci scappa la pip, la
facciamo dall'altra parte dello steccato del nostro bungalow,
tracciando geroglifici nella neve ammucchiata.
Bucarest? Mio fratello non ha ancora trovato la risposta.
Ti ho detto che non lo so.
Fa una bella differenza.
Ha tredici anni,  pi piccolo di me di un anno e mezzo, e
pi intelligente.  piegato su un tema che deve presentare il
giorno dopo. Non abbiamo la televisione e captiamo soltanto
una stazione radio - la KOMA, di Oklahoma City - che trasmette
musica country-western, e se stiamo alzati fin dopo mezzanotte
facciamo sventolare l'antenna attaccandoci un foglio di
latta e uno di noi si mette vicino alla radio reggendo l'antenna
per la punta. Leggiamo perch mio padre ha dei libri, migliaia
di libri. Non siamo una famiglia che va in vacanza. Siamo una
famiglia che deve fare novanta miglia per andare in citt una
volta al mese a rifornirsi di quanto serve. Mio fratello e io usiamo
i libri quando vogliamo uscire dal Wyoming. Un atlante lo
facciamo fuori nel giro di tre anni. Io mi siedo sul letto e apro il
grande libro rettangolare con le mappe, tenendolo in grembo.
 Bucarest.
Mio fratello mi guarda e sorride. I suoi occhi mi dicono che
un giorno ci andremo. In Romania. Noi due, quando saremo
uomini. Sbatte le palpebre. Con quegli occhi ci riconoscerebbero
in qualsiasi punto del pianeta.
Sono svestito e sotto le trapunte. Vedo la sua testa piegarsi
seguendo il ritmo della sua scrittura e chiudo gli occhi. Quando
va a letto, quando dice buonanotte, io rimango sdraiato con
gli occhi chiusi e faccio finta di dormire. Lui spegne la luce e io
sprofondo nell'oscurit. Sento le fusa e lo sputacchiare del
Libby Creek fuori dal bungalow. La stufa a gas picchietta e
mormora.
Immagino il panico e il dolore che devono essersi impadroniti
del cavallo. Di quello che, a quanto pare,  il mio cavallo.
Socks, calzini. Vedo il groviglio di filo avvolto, conficcato,
intorno al suo zoccolo, che lavora con l'efficacia di una motosega
primitiva, che vanifica ogni suo sforzo affondando sempre
di pi. Mi domando quanto abbia sofferto prima di liberarsi di
quella trappola. Mi domando se si sia sentito sollevato, o se si
sia guardato lo zoccolo capendo di essere spacciato. Mi agito
sotto le coperte e non riesco a prendere sonno.
A volte mi alzo nel cuore della notte e m'inginocchio accanto
al letto. Il linoleum  freddo, umido; sembra la carne di
qualcosa di vecchio e morto. Allungo il braccio sotto al letto
finch non trovo il fucile avvolto in una coperta dell'esercito e
lo tiro verso di me. La sua canna d'acciaio azzurrognola  fredda
come i tubi scoperti dell'acqua.
Piazzo la lampada da scrivania sul pavimento per non svegliare
mio fratello e riempio il caricatore con le cartucce, le faccio
scivolare nella mano, ne lucido la punta sfregandole contro
la maglietta, ricarico, e blocco il meccanismo. Appoggio il fucile
vicino alla porta e torno a letto. Non riesco a scaldarmi. Mi
sento freddo come il linoleum, come la canna del fucile, come
il lavoro che in qualche modo dovr fare la mattina. Penso di
scivolare dentro il letto insieme a mio fratello ma so che lo sveglierei.
Adoro il rumore del suo respiro regolare mentre dorme.
Serro i denti e mi concentro sui ritmi della sua respirazione.
Prego di essere fermo, tutto d'un pezzo, finch arriva la luce.
Mi vesto al buio prima dell'alba, raccolgo il fucile e mi avvio
verso i recinti.
Il bungalow dei miei genitori  buio. Mi avvicino a una finestra
e sbircio il tavolo da pranzo. L'ora prima che sorga il sole
mi sembra sempre la pi gelida della notte. Ho gli occhi lucidi
e piego e stringo a pugno le dita contro le cuciture dei miei
guanti da lavoro in pelle. Dentro al bungalow una stufa a propano
illumina appena un angolo della stanza. Ombre ingiallite
lottano contro una linea di tute da lavoro appese. Un gatto
marrone e bianco, chiamato Monk, se ne sta appallottolato su
una sedia foderata. Il fucile scivola dal punto in cui l'avevo fissato
contro il braccio, io me lo carico di nuovo in spalla e mi
allontano.
Mi fermo dove i recinti incontrano il lato del fienile. Resto in
ascolto. Ho voglia di sentire il rumore dei cavalli nella notte. Il
sollevamento degli zoccoli. Lo scalpiccio. Il battito dei loro ferri
contro la roccia. Si mordicchiano il garrese a vicenda, s'impennano,
rignano e si voltano, soffiano, tossiscono e si bloccano,
starnutiscono. Si ode il brontolio combinato di ogni singolo
stomaco. Fanno un rumore sproporzionato rispetto alla loro
dimensione. L'aria  satura di cavalli, s'increspa come se diventasse
viva con la loro forza e la loro resistenza generosa.
Metto sotto il muso di Socks mezza latta di avena, spacco la
crosta di ghiaccio che si  formata nell'abbeveratoia con l'acqua
e mi preparo a montare Bird. Lo sello sotto le luci della selleria,
parlandogli con dolcezza.  la prima volta in sette mesi
che qualcuno lo tocca. Osserva ogni mia mossa, rotea gli occhi
fino a mostrare il bianco, mastica l'imboccatura. Quando do la
stretta finale al sottopancia, il seggio della sella si solleva come
se avessi infilato la latta di avena sotto la coperta della groppa.
Bird  pronto a esplodere. Pronto a liberare le sue ossa dal gelo
della notte.
Lo faccio girare per un po' su se stesso, e mentre compie l'ultima
giravolta infilo un piede nella staffa e assecondo il suo movimento
per prendere saldamente posizione in sella. Rimane
immobile per un ultimo respiro, sbuffa e comincia a recalcitrare.
Non  mai stato molto abile nelle sue stizze, e cerco di tenergli la
testa eretta, di fargli perdere la sincronia con i suoi slanci disarmonici.
I suoi saltelli s'interrompono bruscamente cos com'erano
cominciati, e muove i primi passi irrigidito, come se solo ora si
fosse completamente svegliato. Lo sprono al piccolo trotto per
un quarto di miglio fino alla cassetta della posta, torno indietro e
smonto. Lui rimane fermo come un gentiluomo, le orecchie dritte
e vigili. Infilo il fucile nel fodero agganciato alla sella. L'orizzonte
ha appena cominciato a rischiararsi. Bird e io possiamo
ancora vedere il nostro fiato nell'aria mattutina, ma il nostro
sangue  caldo. Ritorno rapidamente ai recinti e infilo la testiera a
Socks.
Socks non ha mai cercato di disarcionarmi. Ha quattordici
anni e con lui ho sempre lavorato bene.  un baio con le gambe
lunghe, bianche dalle ginocchia in gi. Ha un'ottima andatura
naturale ed  uno dei cavalli pi intelligenti sul terreno che io
abbia mai cavalcato. Lui studia il terreno come alcuni cavalli
studiano le vacche. Si muove con la stessa disinvoltura sulla
ghiaia, tra gli alberi abbattuti, nelle rapide dei fiumi, sui campi
aperti. Se quando scende la sera gli lascio le redini sciolte mi
conduce invariabilmente a casa, ritornando sugli stessi passi
che lo hanno condotto fin l. Come ha detto uno dei nostri uomini,
 il tipo di cavallo che arriva presto e va via tardi. Faccio
fatica a voltarmi verso di lui mentre segue esitante Bird e me.
Un passo, una pausa per riportare il peso sulle gambe posteriori,
un passo. A volte si lamenta cos dolorosamente che mi giro
sulla sella, preparato a vederlo morire. Il nodo di panico torna
ad agitarsi nel mio stomaco, e si arrampica su per il collo. Deglutisco.
Mi brucia la gola, la bocca sa di rame.
Mi aspettavo che Bird si mostrasse impaziente e mordesse il
freno per l'intero tragitto, ma forse tra gli animali esiste una comunione
che io non comprendo. Mi domando se trovino questa
comunione nelle sventure degli altri. Bird cammina come se
si stesse facendo largo attraverso un campo cosparso di cactus
e pietre spezzate. Guarda indietro cos spesso che devo continuamente
tirare le redini per riportarlo sul sentiero. Quando il
respiro di Socks si trasforma in un raglio, Bird si ferma completamente,
rifiuta di muoversi, rimane bloccato con la testa bassa,
come se stesse in ascolto.
Impieghiamo quattro ore per coprire le tre miglia che ci separano
dal punto in cui posiamo le esche. Ora che arriviamo alla
piccola radura dove intendo ucciderlo, Socks  quasi morto.
I suoi occhi sono velati, come opacizzati dalla cataratta. Barcolla
anche da fermo. Il movimento coinvolge anche le spalle e il
torace e gli permette di ansimare senza sforzo. Prego che lo
shock sia cos forte da fargli dimenticare di essere un cavallo,
da fargli dimenticare il gusto dell'acqua fresca. Penso che un
cavallo meno devoto non avrebbe fatto questo viaggio per essere
ucciso. Un cavallo meno devoto sarebbe morto intrappolato
nel filo spinato. Sento che ha fatto questo sforzo per me.
Lego Bird tra gli alberi, torno velocemente da Socks e gli sfilo la testiera lasciandola cadere a terra. Ho fretta.  possibile
che resista ancora. So che io invece non posso. Carico una cartuccia,
prendo rapidamente la mira e metto fine alla sua lotta
prima che possa reagire al rumore del metallo che scivola contro
il metallo. Cade, scalcia una volta e poi rimane immobile.
L'eco dello sparo rimbalza sul versante opposto della valle. Un
corvo si alza in volo e non interromper il suo strillo.
Lo sparo e l'immediata presenza della morte raggiungono
Bird come una scarica elettrica. Gira in tondo attorno all'albero a
cui l'ho legato, sbuffando, lanciando occhiate furiose a media
distanza in ogni direzione, dando strappi alla corda. Mentre
passo lascio cadere la testiera vuota vicino a lui e continuo a
camminare nel bosco rado. Quando entro nel torrente, l'acqua
mi arriva sopra le ginocchia e i miei stivali si riempiono d'acqua
gelida. Poi esco, risalgo a fatica l'argine ripido e m'infilo in un
nascondiglio di rami di pino sistemati intorno e sopra la cornice
di tronchi grezzi che utilizziamo come nostra postazione di tiro.
Un consistente dirupamento tiene tutta la costruzione attaccata
al fianco della collina, e poi c' il rumore del Kitty Creek a
separarla ulteriormente dalla radura. Se c' un vento leggero
corre gi per lo stretto corso d'acqua e trasporta lontano dall'esca
l'odore del cacciatore.  un posto delizioso dove sedersi,
sollevare il fucile e uccidere un orso.
Fisso la collina rossiccia che si apre settecento metri davanti a
me. Ho ucciso Socks in un bel posto. Vicino al bosco che costeggia
la radura. Un orso si sentir sicuro nella sua manovra di avvicinamento.
Abbastanza lontano nella radura per richiedere al
cacciatore buona mira. Poi mi ricordo che dovrei aprire una finestra
nella sua pancia. Tagliarla nel suo mantello e spalancarla per
favorire la decomposizione. Una ferita che i coyote e i corvi
possano dilaniare. Un posto che lo aiuter a marcire. Mio padre
sar deluso. Penso alla sua delusione e ricordo la gamba malconcia.
L'odore attirer un orso. La decomposizione di Socks era gi
cominciata. Ho una scusa. Mi domando improvvisamente
perch non sto piangendo. Penso che un ragazzino piangerebbe.
Penso che forse ho cominciato a essere un uomo. Mi sento solo,
svuotato e disperato. Come se avessi voglia di alzarmi e mettermi
a correre, ma non ne avessi la forza. Butto fuori l'aria finch non
mi sento stringere il petto, poi respiro profondamente. Ancora, e
poi ancora. Gli occhi s'inumidiscono, ma la respirazione aiuta. 
soltanto un'arma per impedire che si scateni la cosa che si agita
dentro di me. Una piccola lotta. Temo che svuotarmi possa significare
riempirmi solo del rimpianto per quello che ho appena
fatto.
Abbasso lo sguardo sul fucile appoggiato tra le mie ginocchia
e penso ai cacciatori di orsi che ci pagano per questo. Vengono
ogni primavera e autunno. In genere dall'Est. Ultimamente
dal Midwest e dal Sud. Professionisti. Avvocati, dirigenti
d'azienda, medici. Non sono cattivi, sono solo uomini che credono
nei trofei.  dura rispettarli. Al campo di caccia bevono
tutte le sere. Escono malfermi sulle gambe dalla tenda in cui
ceniamo, cadono in ginocchio, vomitano e si puliscono la bocca
con il lembo inferiore delle camicie nuove che hanno comprato
per cacciare gli orsi. La mattina soffrono attacchi di diarrea.
Quando sono sbronzi ci raccontano di come fottono le
loro mogli. Ci raccontano di come fottono le donne che non
sono le loro mogli. Ci raccontano di come fottono gli uomini
con cui fanno affari. Non tutti. Ma gli ubriachi e gli sbruffoni
sono quelli che mi ricordo meglio. Ogni autunno mi siedo dietro
la stufa a legna nella tenda e li osservo. Si rivolgono a me solo per chiedere una brocca d'acqua o per mandarmi nelle tende
in cui dormono a prendere le sigarette. Non li considero uomini.
Li considero dei grandi, rumorosi scout; bambini sovrappeso
con la calvizie. Immagino che vengano da noi per guadagnarsi
un distintivo con l'orso. Non per uccidere un animale
ordinario che si pu mangiare, ma per uccidere un animale
straordinario che  capace di mangiarli.
Mi abbandono contro il fianco della collina e guardo ins la
luce del sole che filtra in ordine sparso tra i pini. Penso al nervosismo
dei nostri cacciatori in questo e altri nascondigli dove mi
sono seduto insieme a loro. Quando piove hanno l'odore dell'eccitazione
e della paura. Chiedono cosa si prova a uccidere un
orso. Chiedono come lo hanno fatto gli altri. Il buio amplifica i
rumori e sussurrando mi chiedono: Cosa succede? C' qualcuno
l fuori? Non c' whisky nel nascondiglio. E io non sono pi
soltanto un ragazzino seduto dietro la stufa. Adesso sono il
ragazzino che ha visto gli orsi morire, mentre loro no.
Spiego loro che vedere un orso morire per la prima volta 
come sentire il rumore di un serpente a sonagli la prima volta.
Spiego loro che non ci si potr sbagliare. A volte un uomo si lamenta.
In genere restano seduti e mi fissano. Altri ostentano un
ghigno terribile. Sono quelli che non accettiamo una seconda
volta. Ogni professione ha i suoi limiti.
Mio padre dice ai nostri cacciatori di mettergli fuori uso la
spalla con il primo colpo in modo che l'orso non possa attaccare.
Semplici istruzioni per non rovinare ossa e carne. Dice loro
di non mirare mai alla testa, che il cranio di un grizzly devier il
proiettile. Non ho modo di sapere se lo ricordano. Alcuni sparano
bene. Altri sparano alla cieca. Alcuni orsi rimangono feriti,
li rintracciamo e li uccidiamo pi o meno nel punto in cui si
sono accartocciati per morire. Altri cadono dove stavano mangiando,
allungati sopra il corpo del cavallo. Alcuni si ristabiliscono,
ci rintracciano e diventano pi selvaggi e pi pericolosi.
Il mio immediato futuro appare improvvisamente e vividamente
reale. Nel giro di una settimana qui pu essere ucciso un
orso. Quell'orso potrebbe morire sopra il corpo del cavallo a
cui ho appena sparato, Socks. Il compito di scuoiare l'orso toccher
a me.  in quell'occasione che potrei piangere. Ho promesso
a me stesso di provarci. Piangere mentre torco e sollevo
una cosa morta staccandola dal resto. Piangere mentre strappo
dalla sua carne la pelle coperta di peli. Penso all'odore del marcio,
dei vermi, del sangue diventato scuro e spesso. Se  un maschio
e i cacciatori conoscono le caratteristiche anatomiche
particolari degli animali, ci sar il problema dell'osso intorno a
cui cresce il pene dell'orso. Osso dell'orso. Osso del cazzo. Osso
che non esiste. I cacciatori vorranno quell'osso solido. Io taglier
via il muscolo e pulir la cosa. E poi prender tra le
braccia la pelle arrotolata. I cavalli si ritrarranno intimoriti
quando li avviciner. La pelle sar pi pesante di quanto sembra,
e puzzer. Un cavallo da soma pu strappare la corda con
cui  legato e correre selvaggio nel bosco.
La pelle sar trasformata in un tappeto. Il tappeto verr appeso
a una parete. Ho appena ucciso un cavallo perch un uomo
possa esporre il pelo di un animale nella sua tana. Spesso riceviamo
la fotografia di una pelle d'orso inchiodata a una parete. Il
cacciatore sta piazzato davanti a quel trofeo con in mano un
bicchiere, le gambe divaricate, sorridente, con l'aria di uno che
di l a poco sar chiamato a mangiare. A volte in posa insieme a
lui c' la moglie. Mi sono spesso domandato che fine facciano
quei trofei. Li immagino pi vecchi, impolverati, opachi, coperti
d'insetti, che prendono la via delle vendite casalinghe o finiscono
in bauli pieni di naftalina. Li immagino regalati al figlio prediletto.
Li immagino come prova che un uomo  stato all'Ovest e ha
vissuto un'avventura.
Da quando la mia famiglia ha cominciato a fare da guida ai
cacciatori abbiamo ucciso due o tre orsi ogni primavera, e lo
stesso in autunno. Nessuno  stato ferito. Il mazzo di carte
sembra truccato. Fletto i piedi contro la tomaia degli stivali bagnati.
Ho appena ucciso un cavallo e la mia unica punizione sono
i piedi freddi.
Mio padre mi ha prestato la sua copia dei diari di Lewis e
Clark. Ho letto che quando viaggiavano attraversando il Montana,
facevano scortare la loro comitiva da numerosi uomini disposti
su entrambi i fianchi che avevano il compito di eliminare
tutti gli orsi che rappresentavano una qualche minaccia. Sollevai
lo sguardo di nuovo sul corpo marrone di Socks. Non credo
che un orso verr qui per farmi male. Penso che un orso verr a
mangiare un cavallo morto. Perch  affamato. Non credo che
si vanter della cosa con la sua compagna. Se sa di essere in pericolo
non si ecciter, non trover il pranzo pi allettante. Far
tutto di corsa. O non si far nemmeno vedere. M'interrogo sugli
orsi che sono venuti e che abbiamo ucciso. Penso che le loro
anime non siano per nulla soddisfatte di essere state fatte fuori
da un essere che non ha nemmeno un osso solido nel proprio
pene.
Faccio scorrere il pollice lungo la canna del fucile e penso
che ci sono ragazzi che giocano a baseball. Ragazzi che vanno
in bicicletta, non a cavallo. Ragazzi che si lamentano se devono
tosare il prato di casa. Ho un amico in citt che guarda uno
spettacolo televisivo intitolato Zorro. Si allena a far schioccare
una piccola frusta e spasima per avere una spada.
Nelle riviste che mio padre compera ogni mese ho letto che
ci sono ragazzi che non vanno a scuola perch non ne hanno
nemmeno una. Centinaia di migliaia di ragazzi che soffrono la
fame. Ragazzi che chiedono l'elemosina. Ragazzi che passano le
loro giornate in preghiera. Ho tracciato i confini dei loro Paesi
con un dito, tenendo l'atlante aperto in grembo. E so che un
giorno non sar pi un ragazzo. Un giorno sar un uomo, forse
con un figlio.
Guado di nuovo il torrente, mi siedo sulla riva e rovescio
l'acqua dai miei stivali. Bird si  calmato e nitrisce mentre mi
avvicino. Il giorno si  scaldato. Gli scoiattoli chiacchierano.
Ombre di corvi macchiano di tanto in tanto il sentiero davanti
a noi mentre ci muoviamo verso casa.  una bella sensazione
avere qualcosa di vivo e caldo sotto di me. Le orecchie di Bird
sono ritte, l'andatura sciolta, sembra allerta a ogni minimo movimento.
Sul ponte sopra lo Shoshone si ferma in modo del tutto
inatteso e guarda gi nell'acqua. Io cerco di vedere se c' un
alce, una lontra o un pescatore. Non c' niente. Soltanto la luce
del sole sull'acqua. Sorrido e provo un po' di vergogna per la
sensazione di felicit che mi trasmette quella luce. Do un colpetto
con gli speroni sui fianchi di Bird e lui riprende ad andare.
Ci vuole meno di un'ora per tornare ai recinti.
Sulla porta del loro bungalow c' un biglietto che ha lasciato
mia madre per comunicarmi che ha dovuto andare ad aiutare
un'amica che abita pi su nella vallata. Dice che nel frigorifero
trover quanto serve per prepararmi un panino. Che mi vuole
bene. Io mangio, poi mi spoglio e m'immergo nella loro vasca,
semi-addormentato. Sogno di correre selvaggio in una foresta.
 un sogno ricorrente. I miei piedi fanno presa sul terreno con
sicurezza. La terra desidera il mio tocco, s'inarca per assecondarlo.
Mi sdraio per sentire la sua attenzione nei miei riguardi,
e immagino di essere riconosciuto, di essere tenuto in considerazione.
Penso che m'innamorer di una ragazza cresciuta nella
medesima selvatichezza. Non penso che m'innamorer di una
ragazza di citt. E poi mi sveglio completamente e mi metto a
sedere in una vasca d'acqua tiepida. Fisso un orologio sulla
mensola di fianco al lavandino. Sono quasi le quattro. Le sfumature
gialle e oro sulle pareti in pino catturano e trattengono
la luce del pomeriggio. Nel giro di sei settimane sar estate, ci
sar l'acqua in tutti i bungalow e io mi sposter nella baracca
con i cowboy pi anziani.
Sono nella selleria a oliare le selle quando mio padre rientra
in casa.  andato a prendere mio fratello a scuola. E mio fratello lo anticipa correndo e si ferma ansimante sulla porta d'ingresso.
Si porta appresso i libri e quando non sa cosa dire ne
apre uno e scruta attraverso le pagine come se avesse bisogno
di scoprire cosa fare dopo.  preoccupato. Si domanda se un
giorno  bastato a separarci. Se io sono meno ragazzo e lui pi
solo.
Com' andato il tuo tema? gli chiedo.
Alla grande. Chiude il libro di scatto e sorride. Il labrador
dei Thompson ha fatto i cuccioli.
Li hai visti?
No. Pap dice che ci andremo questo fine settimana. Pete
dice che ci ha tenuto da parte quello che  uscito con il cordone
ombelicale intorno al collo. Sulla sua faccia si legge il sollievo.
Sono ancora suo fratello.
Mio padre lo raggiunge sulla porta. Si appoggiano ai due stipiti opposti e rimangono l a guardare mentre passo il lucido
sulla sella.
Ti ha detto del cane che avrete?
Questo fine settimana.
Facciamo tutti e due cenno di s con la testa.
Hai cominciato presto questa mattina dice mio padre.
Io distolgo lo sguardo da quello che sto facendo. Non ce la
facevo ad aspettare rispondo.
Lo posso capire mi dice. Capita anche a me. Si accende
una sigaretta e guardiamo il fumo muto che scivola sull'ultima
diagonale di luce della giornata.
...
.
...
7. GREYBULL.
...
.
...
Quanto ti ci vorr ancora?
Rimetto in posizione verticale uno dei fusti per l'olio che
usiamo per immagazzinare il grano e rimango l con due latte
da caff piene d'avena. Nelle stalle ho l'ultimo turno di cavalli,
e queste due latte sono le ultime che devo distribuire. Nella
stalla pi lontana un baio nitrisce.
Mio padre  fermo sulla porta del fienile. Indossa un paio di
jeans lavati e stirati e un cappello grigio con il cocuzzolo argenteo.
Un cappello dove non ci sono macchie di sudore e di merda
di cavallo. La luce del mattino si stampa sulla corona del
cappello.  il cappello che mette quando va in citt. Le sue mani
sono pulite. Tiene i pollici agganciati alle tasche. La camicia
si agita nella brezza leggera. I bottoni a pressione, ricoperti di
madreperla, brillano a intermittenza quando sposta il suo peso.
Ho quasi finito gli dico.
Entro nelle stalle infilandomi tra i corpi caldi e impazienti
dei cavalli affamati. Le loro teste sono girate insieme alle estremit
delle corde, i loro nasi quasi s'incontrano, i loro ampi crani
si sollevano come ali senza corpo. Mio padre entra nel fienile.
Il masticare ritmico dei cavalli riecheggia nel basso soffitto
come il frastuono di una banda di ubriaconi barcollanti sulla
ghiaia. Barre di luce filtrano attraverso le assi e le assicelle scolorite
del fienile, tratteggiando la fila di groppe dei cavalli. Polvere
di grano e briciole di concime secco sono appese in sacchi
di tela illuminati nel passaggio alle spalle dei cavalli. Un paio di
farfalle celeste ardesia entrano ed escono incerte dalle lame di
luce. Un cavallo sbuffa. Un altro tossisce. I gatti del fienile si
azzuffano sopra di noi nel sottotetto. Un roano picchiettato divarica
le gambe posteriori bilanciandosi sugli zoccoli e piscia. Il
puzzo di urina calda sovrasta gli odori diffusi di grano e sudore
animale, e quelli acuti di aghi di pino e letame.  la terza estate
che curo i cavalli per mio padre. Ho quindici anni, e sono alto
un metro e sessanta. Sono in piedi dalle quattro. Sto ancora tremando
per le dodici miglia di cavalcata che ho dovuto fare per
raccogliere questa mandria dal pascolo notturno.
Hai fatto colazione?
Sissignore.
Pensavo di andare a Greybull.
Cosa c' a Greybull?
Una vendita di cavalli.
Rientro nel fienile, rovescio le latte di caff nel barile mezzo
pieno di grano e ci faccio scivolare sopra il coperchio. I cavalli
picchiano i loro ferri contro il pavimento in legno e il rumore si
propaga, rimbalzando nelle stalle, nel sottotetto, contro la copertura
in lamiera, fino a spegnersi. Sbuffano. Masticano. Soffiano.
Le loro code si agitano nell'aria per tenere a distanza gli sciami di
mosche.
Non sapevo che avessimo bisogno di cavalli.
Non sapevi nemmeno che ti sarebbero cresciuti i peli sotto
le ascelle, eppure ce li hai. Si accende una sigaretta, spezza il
fiammifero di legno in due e lo lancia con un colpo di dito al di
l della porta del fienile. Sto pensando quale potrebbe essere
il prezzo giusto.
Come fai a sapere quali saranno i prezzi?
Se non ci vado, non lo sapr di certo. Ti andrebbe di accompagnarmi?
Abbiamo salutato i nostri cacciatori d'orso primaverili e il
primo gruppo di turisti estivi non arriver che tra un paio di
giorni. Il fiume  diventato troppo melmoso per pescare. Gli
argini sono collassati, le rapide soffocate dal commercio del legname,
abbandonate e deviate verso la corrente. I corsi d'acqua
affluenti sono anch'essi troppo gonfi, per le piogge cadute,
da consentirci di effettuare escursioni a cavallo di pi giorni
sulle montagne. Ci saranno quasi esclusivamente gite in giornata.
Annuisco e guardo i cavalli che si agitano nelle loro stalle.
Appena ho finito dico.
Mio padre si avvicina in retromarcia con il pick-up a un rimorchio
per due cavalli. Io mi metto a cavalcioni del timone e lo
guido all'indietro sotto al gancio. Abbasso il gancio sul giunto a
sfera, connetto il cavo del freno e infine blocco il giunto con la
catena di sicurezza. Mi detergo il viso dal sudore con un lembo
della camicia e salgo sul furgone. Devo portare qualcosa?
A meno che tu non abbia imparato a suonare, suppongo di
no. La radio ha dichiarato sciopero.
 da un anno che non funziona.
Un anno?
Sissignore.
Sei sicuro?
Da quando Ted ha fatto cadere l'albero sul cofano. Ci
mettiamo entrambi a guardare la piega che si allunga in diagonale
sul cofano del pick-up. Lo strato di vernice  squamoso. Il
cofano punteggiato da bolle di ruggine, l'antenna ridotta a un
moncone seghettato di qualche centimetro.
 buffo come ci possano sfuggire certe cose dice mio padre.
La vergogna  che nessuno di noi  in grado di suonare
qualcosa.
Detesto il rumore che fa un rimorchio vuoto sui solchi di
una strada sterrata, ho come l'impressione di trascinare una
botte con le ruote che si debba aprire da un momento all'altro.
Sulla carreggiata a due corsie lo sentiamo fischiare alle nostre
spalle. Mi dimentico della sua presenza, pieno o vuoto. Se torniamo
con il peso di un cavallo sul suo pavimento produrr un
suono solido e rimbombante come una musica primitiva.
Mio padre guida nel bagliore del mattino. Il parabrezza  cosparso
di insetti spiaccicati le cui sagome vengono proiettate
sul nostro torace dal gioco di luce. I finestrini laterali sono abbassati.
I pneumatici scolpiti stridono. Non abbiamo molte
occasioni per stare insieme dice.
Lavoriamo insieme.
Quando lavoriamo insieme immagino di essere il tuo capo.
E adesso cosa sei?
Sono tuo padre. Si volta verso di me ostentando un mezzo
sorriso. Perch non fai attenzione oggi e vedi se riesci a notare
una differenza?
Mio padre ha i polsini della camicia slacciati che gli cadono
dagli avambracci. I peli castani del dorso delle mani e dei polsi
gli vibrano nel vento e nella luce del mattino. Io guardo i miei
di polsi. Ci sfrego contro i palmi delle mani. C' solo una leggera
peluria bionda. Con il pollice si tira indietro il cappello dalla
fronte. Far caldo oggi dice. L'estate  finalmente arrivata.
Non  certo una sorpresa.
No, direi di no conferma voltandosi verso di me. So che le
nostre facce si assomigliano: stessa mascella, stessa fronte, stessi
occhi. Ho visto alcune sue foto da ragazzo, e potrei tranquillamente
essere io con un abbigliamento insolito. La nostra somiglianza
ci ha sempre sorpreso e imbarazzato. Torna a guardare
l'autostrada. Io studio il profilo del suo volto. Agli angoli degli
occhi, nei punti in cui il viso si  teso nello sforzo del lavoro quotidiano,
ci sono linee di pelle pi chiara. Le guance sono lisce,
sbarbate di fresco e abbronzate. Serra le labbra e aspira una volta
l'aria, appoggiando il braccio sinistro sul finestrino abbassato.
Nel giro di un mese l'aria sar satura di lanugine dei pioppi. Si
accumuler nell'incurvatura del braccio di mio padre. Voltegger
nella cabina come potrebbero volteggiare fiocchi di neve
essiccata, ma per il momento l'aria  addolcita da piccoli coriandoli
di polline.
Sbuchiamo dalla foresta e proseguiamo sulla strada diritta
che conduce a Cody attraverso prati irrigui. La valle si allarga. I
pendii della collina sono coperti dai colori acquamarina e grigio
della nuova salvia cresciuta oltre i grandi appezzamenti
quadrati, verdi di erba medica. Quando raggiungiamo il lago
artificiale lo troviamo macchiato da un alluvium di limo montano
laddove il fiume rovescia le sue acque; placido, argenteo e
verde, sotto la luce del sole, si solleva alla nostra destra mentre
noi infiliamo una serie di curve lungo quel pezzo di autostrada
che corre sopra la cornice, attraverso i tunnel di roccia spoglia
nel canyon.
Cody  piena di targhe di gente che viene da altri Stati. Dal
finestrino dell'auto guardo gli uomini grassocci con i pantaloni
corti e le donne con il top prendisole, i pantaloncini e l'ombelico
scoperto. Sembrano stranieri. Colpiti da insolazione. Sorpresi
dalla vacanza. I bambini seguono i genitori camminando
nella loro ombra. Sono fuori dal loro elemento, tutti. Quando
ci fermiamo a un semaforo ci osservano con blanda indifferenza.
Sembrano persone alimentate solo per l'uso: li immagino
come mandrie di bestiame glabro. Mi sento un predatore, superiore,
felice di poter lavorare la terra.
Per raggiungere Greybull, a est di Cody, ci vuole un'altra
ora.  ancora mattina, ma l'aria si allontana dall'autostrada in
tubi di miraggio tremolanti e traslucidi. Gli automobilisti e i camionisti
che incrociamo salutano limitandosi a sollevare il dito
indice dalla presa sul volante. Non ho mai visto un uomo salutare
con tutto il braccio a meno che non cercasse di parare un
colpo. All'orizzonte si profila il margine scuro delle Bighorn
Mountains, con la cresta agitata da una massa di cumuli laddove
il cielo si appoggia alle rocce. Ci sono schizzi di nuvole bastarde
che si sono allungate cadendo, salendo e scomparendo
nella volta celeste. La carreggiata doppia  dritta e grigia. Gli
insetti esplodono in spruzzi di ruggine e mostarda contro il parabrezza.
Uccelli grandi come un pugno cavalcano la corrente
d'aria sopra il cofano, il vetro e la cabina di guida e muoiono
contro l'inatteso ostacolo del rimorchio che ci portiamo dietro,
producendo il solitario suono di una palla ammorbidita lanciata
casualmente contro il fianco di un capannone in metallo, una
volta e poi un'altra ancora.
Sei felice? vuole sapere mio padre.
Immagino di esserlo quanto mi basta. Sta bofonchiando a
bocca chiusa una serie di note che dovrebbero formare una
canzone. Cosa sarebbe?
Fa spallucce. Una cosa che ti viene in mente quando hai la
radio che non funziona.
Ai lati della strada ci sono promontori alcalini, prati che lottano
per emergere, strisce di salvia nana, il terreno bianco calcificato
sollevato qua e l in improvvisi coni di turbini di polvere.
Sei mai stato a un'asta?
Nossignore.
Ti divertirai. E come una specie di picnic dove tutti arrivano
sobri. Se hai sete puoi prenderti una soda, ma non c' da
mangiare. Le aste mi rendono felice anche se non compro
niente.
Annuisco e fisso lo sguardo su una linea di paletti di una
recinzione che rimpiccioliscono verso nord nei cespugli sempre
pi folti di salvia. A ovest della recinzione c' un gruppo di tori
charolais bianco sporco, la maggior parte in piedi, molti stravaccati
a terra, uno impegnato a montare un compagno per fare
le prove generali. Hanno i posteriori sporchi di merda. La
loro pelle si contrae a contatto con le mosche. Al sole appaiono
monumentali. Mi vengono in mente le fotografie di Stonehenge
che ho visto. Mentre passiamo i tori non si voltano a guardare,
come non si volterebbe un qualsiasi dolmen diroccato.
Non devi preoccuparti di muovere le braccia.
Mi concentro di nuovo sul profilo di mio padre. Gli dico che
non ho capito. Gli dico che non stavo ascoltando.
Senti sempre parlare di qualche imbroglione che a un'asta
salutava la moglie o la fidanzata o un amico, con il banditore
che scambiava il gesto per un'offerta. La storia vuole che questa
risulti sempre pi alta di quanto l'uomo possa permettersi.
Non ne avevo mai sentito parlare.
Be', adesso s.
Ma non ero preoccupato.
Pensavo potessi esserlo. Non si pu mai sapere.
L'autostrada  convessa e i fossati di prestito sono inverditi
dalla presenza di erbacce alimentate dall'acqua che defluisce
dall'asfalto. I cartelli di metallo dell'autostrada sono cos crivellati
di buchi che sembrano normografi di una lingua che non
ho mai imparato.
Piazzo i talloni degli stivali contro il cruscotto e mi allungo
sul sedile. Mi levo il cappello e lo appendo alla punta dello stivale
destro. La visiera si agita nel vento. La mia testa si rinfresca.
I capelli sopra le orecchie e raccolti con un nastro dietro la
nuca si asciugano, irrigiditi per il sudore. Vendono solo cavalli
a quest'asta? domando. Mi rendo conto che non so cosa
aspettarmi.
Oggi verranno trattati soprattutto cavalli. Forse anche un
recinto o due di pecore. Immagino qualche vacca. E non mi
sorprenderebbe se ci scappasse anche un maiale.
Giro la testa verso di lui senza staccarla dallo schienale e sorrido.
Lui distoglie lo sguardo dall'autostrada. Il sudore gli imperla
la fronte e il labbro superiore. Ti fa ridere l'idea? chiede.
Mi immagino la scena di me che sello un maiale. Come potrei
fare per non strisciare gli speroni per terra?
Se ne vedo uno con un buon garrese te lo compro. Cos se
ti disarciona non ti farai male.
Ci sorridiamo. Gli dico che non dovrei essere male su una
scrofa con una bella andatura. A nord un avvallamento fugge
via in una catena di curve strette. Il fondo umido  punteggiato
di macchie marroni, bianche e nere, sparse da decine di vacche
angus ed hereford con i loro vitelli.
In un altro miglio il terreno grigio come la cenere  tagliato
da un pigro ruscello e poi c' una caterva di alveari ai margini
di un campo d'erba medica con strisce di verde pi scuro lasciate
dal trifoglio. L'aria ha un profumo dolce. Mi viene in
mente un cucchiaio pieno di miele e deglutisco. Ci sono pioppi
e olivi selvatici sistemati in file come frangivento. Il mio sguardo
viene attirato dalle forme nette e squadrate degli attrezzi
agricoli verdi, gialli e rossi che si spostano al rallentatore nei
campi. Simili a improbabili insetti giganti. Covoni di fieno vecchi
di un anno, sbiaditi dal sole e sul punto di sfasciarsi. C'
una casa su ruote isolata. Diverse case con i fianchi di alluminio
color pastello.
Attraversiamo Emblem senza rallentare. Popolazione: dieci
abitanti. Lampioni: nessuno. Un edificio con il codice postale.
Una chiesa ai margini della strada. Qualche silo galvanizzato
per il grano sparso qua e l, e miglia e miglia di terreni irrigui,
una lunga striscia incongrua in questa prateria arida.
Un cartello avverte che ne mancano dodici a Greybull, e
sotto, che ne mancano diciannove a Basin.
Non pensavo che Basin potesse battere Greybull dice mio
padre. Sorride.  una delle sue classiche battute. Ricambio il
sorriso perch sono suo figlio, e lui se lo aspetta. Probabilmente
dovranno disputare degli inning supplementari dice.
Non penso che mi piacerebbe comprare qualcosa da mangiare.
Non credi che mangeresti un cavallo? Se fossi abbastanza
affamato?
Dovrei essere pi affamato di quanto non sia mai stato
finora.
Le Bighorns si innalzano dalla fascia collinare mentre arriviamo
ai loro piedi. Le cime sono verdi, pieghettate dai pini distanti,
segnate dal verde pi pallido dei pascoli. Immagino i fiori selvatici
che non riesco a vedere. Le alte depressioni che lampeggiano
bianche con i campi innevati. Qua e l il terreno cede mentre l'ultima
spinta di roccia si protende, sale e prende i toni ambrati e
abbaglianti della luce del sole. Il loro versante occidentale 
macchiettato dalle ombre delle nuvole. Torno a sedere in posizione
eretta e mi infilo di nuovo il cappello. A media distanza il
paesaggio brullo e spazzato dal vento viene movimentato da un
pan di zucchero spuntato di pietra arenaria rossa. Un jackrabbit
attraversa veloce l'autostrada davanti a noi e si accovaccia ai
margini, osservando mentre mio padre rallenta la marcia. Le
orecchie della lepre si piegano all'indietro sospinte dalla corrente
prodotta dal nostro passaggio.
L'edificio che accoglie il bestiame a Greybull si profila a
nord dell'autostrada, in un lampeggiare smorto. Le pareti di lamiera
ondulata brillano nella calura. La costruzione  su due
piani, larga forse quindici metri per ventuno, con il lato pi
corto rivolto all'autostrada. Verso occidente si estendono diversi
acri di recinti e viali che presentano un labirinto inestricabile
di strisce di ombre e luci. I recinti sono costruiti con assi di
legno sbozzato dipinte di bianco, fissate all'altezza del collo dei
cavalli. Sembrano abbastanza solidi da accogliere un branco di
elefanti. Oltre i recinti corrono i binari della ferrovia, poi, in
successione, s'incontrano uno stabilimento per la lavorazione
della carne e il Greybull River, nascosto dietro un rigoglio di alberi
fronzuti, in gran parte olivi e pioppi.
Il parcheggio delle auto  coperto di ghiaia divisa da solchi
profondi a causa delle recenti piogge e circondato da erbacce
spezzate dai pneumatici. I pick-up sono schizzati di fango, la
maggior parte ha un caravan al traino, i radiatori e i parabrezza
sono superfici irregolari di corpi d'insetti spiaccicati. C' una
fila di camion per il trasporto del bestiame. Un semirimorchio
 accostato a uno scivolo di carico. Un gruppetto di bambini
biondi gioca all'ombra di un albero, facendo i turni per prendere
al lazo un vecchio cane biondo fulvo. Ha gli occhi velati
dalla cataratta. La lingua gli penzola dalla bocca ingrigita. Lui
non cerca di schivare il cappio, loro non danno strattoni alla
corda. Una donna graziosa con i capelli rossi raccolti in una coda
di cavallo  seduta sulla ribalta di un camion. Ha la camicetta
aperta, e allatta il suo piccolo. Sorride. La luce del sole cade
sulla rotondit del suo seno. Una fila di uomini  salita in piedi
sulla recinzione e guarda in direzione degli animali che girano
in tondo, puntando con il dito, fumando e ridendo. Ci sono i
muggiti e i grugniti delle mandrie, i belati del gregge, il nitrito
acuto di un cavallo. Il terreno vibra come una spessa pelle di
tamburo sotto lo scalpiccio degli zoccoli. Il ronzio delle mosche
satura l'aria come l'eco di una sirena lontana. Mi arrampico
sullo steccato di un recinto e mi accomodo sulla traversa pi
alta. Mio padre rimane in piedi al mio fianco, i gomiti buttati in
fuori all'altezza delle spalle, posizionati sulla stessa traversa, il
mento appoggiato sulle mani sovrapposte. Vicino a me, dall'altra
parte,  seduto un uomo che ha su per gi l'et di mio padre.
I tacchi dei suoi stivali sono agganciati all'asse sotto il suo
sedere, le ginocchia raccolte allo stesso livello delle anche. Appoggia
i gomiti sulle ginocchia e indica l'interno del recinto
con un movimento della testa. Ti piace quello? domanda.
Sissignore, certo.
Nel recinto c' un castrone bruno. Criniera, coda, muso e
pastorali si scuriscono in un marrone intenso come la terra bagnata.
Lo stesso accade con la linea che gli divide il dorso, a
partire dalla criniera fino all'attaccatura della coda. Le orecchie
sono appuntite. Il muso vivace esprime intelligenza.  ben
muscolato e armonioso. La coda  tagliata corta e in continuo movimento
per tenere lontane le mosche dai posteriori. Sul suo
garrese si  appoggiato un corvo, che si volta e gli cammina
lungo la schiena, lanciando un'occhiata oltre il rigonfiamento
della sua pancia, in cerca di cibo nel letame fresco. Il terreno e
l'aria sono punteggiati da corvi e merli con le ali rossicce. La loro
competizione origina un gran baccano.
Vuoi vedere come si muove?
Non mi spiacerebbe rispondo all'uomo che ho di fianco.
Lui infila la mano nel taschino della camicia e cava fuori una
pietruzza, piega il pollice dietro un semicerchio disegnato dall'indice
e carica la pietruzza come farebbe un ragazzino con la
propria biglia. Colpisce il baio al collo, e l'animale gira morbidamente
sulle gambe posteriori verso sinistra, trotterella verso
il lato pi lontano del recinto, si volta fronteggiandoci. Le sue
orecchie sondano prima il mio vicino poi me, alla ricerca della
causa di quell'improvviso fastidio. Il corvo si  alzato in volo,
sbattendo le ali, ed  tornato di nuovo a posarsi sulla groppa
del baio.
Non male, vero? L'uomo allarga le ginocchia e sputa una
striscia bavosa di succo di tabacco dentro al recinto. Ha la barba
incolta e il labbro inferiore si gonfia sopra la pallina di Copenaghen
che tiene contro la gengiva inferiore. Solleva il cappello
e si passa una mano sul cranio bianco e pelato.
Sullo sfondo sentiamo gli altoparlanti ricordare che nessuna
partita  troppo grande o troppo piccola da valutare. Dico all'uomo
che nemmeno un gatto si muove come quel cavallo. Lui
annuisce. Farai un'offerta per lui?
Non lo so.
Sembra fatto apposta per te. Sorrido e ammetto che potrebbe
avere ragione. L'uomo sputa di nuovo. Naturalmente
anche sotto di me farebbe la sua figura.
Nell'aria, sopra il ronzio degli insetti e lo statico battibeccare
degli uccelli, sentiamo le quotazioni di mercato di agnelli, pecore
da riproduzione, montoni, pecore e montoni macellati, caproni,
caprette, porcellini svezzati, scrofe, cinghiali. Sentiamo
le quotazioni del giorno precedente per giovenche gravide, vitelline,
vacche da macellazione, vacche da lavoro, manzi, tori,
tori da macellazione, test per cavalli.
Ti va di seguirmi?
Abbasso lo sguardo verso mio padre. Sissignore gli rispondo.
Lancio un'altra occhiata al baio e scendo dallo steccato.
L'ingresso  una struttura di lamiera ondulata aggiunta al lato
occidentale dell'edificio. La zanzariera sulla porta  cosparsa
di mosche. Mentre entriamo, si alzano e si abbassano come uno
straccio nero umido contro la rete. Mio padre rimane in piedi
vicino allo sportello del compratore e io me ne sto davanti a un
muro di nastri e targhe esposti per quasi ogni variet di animale
premiato. Due rampe murate salgono fin dentro l'edificio, e
io seguo mio padre su per quella alla nostra destra.
La rampa si apre a met strada su gradinate curve costruite
intorno ai tre lati dell'interno. S'innalzano dalla pavimentazione
fino alla grondaia. Davanti a noi, sotto di noi, al pianterreno,
c' una massiccia arena a mezzaluna. Il pavimento si arriccia
in tenere schegge ambrate di legno. L'arena non si assottiglia
alle estremit come una vera mezzaluna,  piuttosto simile
a un corridoio piegato e chiuso su entrambi i lati da un cancello.
Il bestiame viene fatto entrare da una parte e uscire dall'altra.
Dal punto in cui siamo riusciamo a vedere la postazione
del banditore. Sulla parete orientale, nel lato concavo dell'arena,
c' una finestra squadrata. Dietro, nell'edificio principale, 
stato montato un gabbiotto grande come una stanza, chiuso tra
parentesi dagli scivoli che riempiono e svuotano l'arena. All'interno
ci sono due uomini seduti davanti a microfoni e alle loro
spalle c' una donna in piedi che scartabella fogli di carta. Indossa
una camicetta senza maniche e le sue braccia sono muscolose
come quelle di un lottatore. L'aria  fredda e umida. Si
sentono una risata e gli echi sovrapposti di conversazioni animate.
Posti a sedere e pareti sono dipinti di bianco, decorazioni
e pali di sostegno di un blu inchiostro. Sul posto ci saranno
almeno centocinquanta persone, disposte spalla contro spalla
lungo la ringhiera e pi spaziate negli altri settori. A dominare
sono i colori del tessuto del jeans consumato, del velluto scolorito
e del cotone grezzo irrigidito dal lavoro. Dappertutto ci sono
sfumature di azzurro e marrone. E i colori fondamentali,
brillanti, delle camicie acquistate nei grandi magazzini.
Nel punto in cui siamo usciti sulle gradinate c' un mucchio
di campioni di moquette alto fino alle ginocchia. Per le tue
chiappe dice mio padre, e ne prende uno. Lo lascio a disposizione
degli uomini pi anziani. Non penso che le mie chiappe
possano avere problemi. Mio padre s'infila spostandosi lateralmente
nel mezzo di una fila e si siede. Siamo perfettamente al
centro, tra il pavimento e il soffitto. Alle estremit di ogni fila ci
sono secchi da venticinque litri, riempiti a met di sabbia per i
mozziconi delle sigarette e gli sputi. Un omone che indossa solamente
una tuta da lavoro senza camicia avanza lungo la nostra
fila prendendo a calci il secchio di sabbia davanti a s. Lo
fa fermare a un niente dallo stivale di mio padre. Una border
collie bianca e nera gli sta attaccata alle calcagna. Quando l'uomo
si siede la panca scricchiola. La cagna si accuccia ai suoi
piedi, nascondendo il tartufo sotto la coda. Salve, Jesse dice.
Mio padre gli fa un cenno con la testa. Sulle spalle dell'uomo,
dietro al collo e sulle braccia, gli spuntano ciuffi di peli ricci
grigi. Con che vento sei sceso dalle montagne?
Mio padre accende la sigaretta dell'uomo e poi la sua. Pensavo
di comprare un cavallo.
Il banditore ripete il prezzo per le vacche macellate, i manzi
classificati e le ossa pi ricercate.
Ce ne sono di buoni che sono arrivati qui oggi.
Tom Holman ha portato dei puledri mica male.
Ne ho perduti tre nel pascolo invernale.
Ne stai cercando tre?
Non tutti in una volta.
Questo  tuo figlio?
Uno dei miei figli. Mio padre mi presenta all'omone e si
lascia andare indietro cosicch possa stringergli la mano. Si
chiama Evan. Il nome della cagna  Grace. Quando sente pronunciare
il suo nome solleva la testa, poi la rimette gi. La mano
dell'uomo  umidiccia. La fronte di mio padre  imperlata
di gocce di sudore che gli cadono sulle cosce. Io sorrido, mi
asciugo la mano sui jeans e strizzo gli occhi per guardare controluce.
Ci sono tre riflettori e gruppi di tubi al neon. Il banditore
ci dice che la lana nazionale viene trattata attivamente a
prezzi stabili che possono salire al massimo di cinque cents. La
maggior parte la trovi gi imballata nel polietilene, ma ce n'
per tutti i gusti, per quelli che la cercano cardata e gli altri che
la vogliono grezza, ancora unta e sporca.
Sulle pareti laterali e sopra il gabbiotto del banditore ci
sono pubblicit di negozi dove si vende cibo per animali, di
banche, forniture agricole, concessionari di rimorchi, lavorazione
della carne. Il gabbiotto  bordato con una singola striscia
di luci natalizie.
Un lotto numerato di tori angus viene condotto in pedana e
venduto. Sono addormentati, coperti di polvere, hanno i nasi
scivolosi sporchi di moccio. Penso che Angus sia un bel nome.
Lo pronuncio in un sussurro per sentire il suono della parola,
poi provo con il mio nome, e poi di nuovo con Angus. Mio padre
mi chiede: Cosa stai dicendo?
Niente rispondo e con un cenno del capo indico i tori. Lui
mi osserva. Cerco in mezzo alla folla qualcuno che conosco. La
maggior parte degli uomini  di mezz'et o pi anziana; ci sono
coppie giovani con bambini pi piccoli di me. Un bambino
nella fila sotto la nostra si sdraia sulla panca abbandonando la
testa nel grembo della mamma. L'odore di uomini e animali, di
sudore, merda e urina, di fumo di sigaretta e caff,  forte come
quello di un piatto uscito caldo dal forno. Il grande capannone
si sta scaldando. Una donna sola ride come ridono le donne la
sera tardi quando escono dai bar. La conversazione generale si
solleva in isole di chiacchiericcio, raggiunge un picco e recede.
Il banditore abbaia attraverso gli altoparlanti come se stesse
cercando di risvegliare una qualche banda musicale in pensione.
La risata della donna si  trasformata in un pi femminile
chioccio. Il suo corpo  scosso da spasmi occasionali.
Il banditore ci comunica che rispetto al venerd precedente,
le vacche macellate vengono due dollari pieni in meno, il grosso
delle entrate per vacche da riproduzione, vacche e vitelli 
uguale. La domanda e la presenza dei compratori buone. L'offerta
riguarda il quindici per cento di vacche macellate, il cinque
per cento di vacche da riproduzione, l'ottanta per cento di
vacche in sostituzione. Il bambino si rimette in posizione eretta
e si appoggia alla madre. Lei versa un po' di caff da un thermos
e regge la tazza mentre lui beve un sorso. Un gruppo di
giovenche non riscuote molto interesse. Il banditore supplica.
L'uomo calvo che aveva tirato la pietruzza al collo del baio 
appoggiato all'entrata vicino alla rampa. Mi fa un cenno con la
testa, io contraccambio. Si piega alla sua destra e sputa in uno
dei secchi bianchi.
Da adesso in poi, insieme al consueto programma di vendite,
avremo un'asta per i cavalli tutti i mesi comunica il banditore.
 un uomo pallido con un cappello nero e una bandana
azzurro acqua legata sciolta intorno al collo. La sua faccia brilla
di sudore. E uguale a quella che hanno i cowboy che lavorano
per noi la mattina successiva a tre giorni di sbronza. Sorseggia
da una tazza bianca e fa le smorfie quando deglutisce e poi si
piega sul microfono. Evan dice a mio padre che  il sostituto
del banditore ufficiale. Il tipo che c' di solito si  preso un
calcio nell'anca da un toro. Rimarr a casa finch non riuscir a
camminare senza vomitare. Sulla parete alla destra del vice
banditore sono appesi due cartelli. Sul primo si legge: Tutte le
garanzie per venditore e acquirente. Noi siamo solo gli agenti.
In quello sotto: Nessuna responsabilit per gli incidenti.
Un uomo smilzo conduce il baio attraverso il cancello. Si
piega sul pomo della sella per passare sotto e poi riassume la
posizione eretta spingendo in fuori le punte dei piedi. Tiene il
palmo della mano destra premuto contro il pomo e muove il
baio in piccoli cerchi. Il piccolo cavallo si muove placido come
l'acqua in un canale. Prima a sinistra. Poi a destra. L'uomo
smilzo non guarda tra la folla. Tiene il mento infossato e la
schiena ritta nel centro del cavallo.
Cinquanta dollari dice il banditore. Cinquantacinque,
adesso, e sessanta. Sessanta ho detto. Datemi sessantacinque.
L'uomo pelato annuisce. La donna con il bambino e il thermos
di caff guarda alle sue spalle, studiando gli astanti.
Hai soldi? chiede mio padre.
Sissignore.
Fammi vedere.
Infilo la mano in tasca e tiro fuori i miei risparmi. Il denaro 
arrotolato e stretto con un elastico. Mio padre spalanca gli occhi
con ovvio apprezzamento.  davvero un bel rotolone. Quanti
sono?
Ottantanove dollari.
Evan si piega in avanti. Grace si  messa seduta e tiene il muso
appoggiato sul ginocchio del padrone. Sembrano molti di
pi dice. Grace comincia ad ansimare.
Sono tutti da un dollaro gli spiego. Cos in tasca sembrano
molti di pi.
Evan fa cenno di aver capito e appoggia la mano sulla testa
soffice di Grace. Lei fa scorrere lo sguardo lungo il suo braccio.
Vuoi quel cavallo? mi chiede mio padre.
Sissignore.
Allora se fossi in te rimetterei a posto quel gruzzolo e mi
darei da fare.
Sessantacinque, sessantacinque, nessuno offre di pi?
canta il banditore. Chi mi d settanta?
Alzo la mano, e la donna dietro il banditore annuisce e gli d
un colpetto sulla spalla. E cinque dice lui. L'uomo calvo
guarda verso di me. Le righe azzurre e rosse della sua camicia
sembrano pulsare. Polvere e fumo di sigarette schermano il
soffitto. Mi tolgo il cappellino e mi asciugo la fronte con una
manica. Mi sorprende che l'edificio si sia scaldato cos rapidamente.
L'uomo calvo solleva un dito in aria.
Ecco settantacinque, e adesso ottanta. Il banditore guarda
fisso la donna sotto di me. L'uomo smilzo monta il baio, lo lascia
libero e lo rimonta. Addestrato da Holman, garantito da
Holman. Cinque anni e tutti i cilindri funzionanti. Dove sono i
miei ottanta?
Alzo la mano.
Eccoli gli ottanta. E adesso cinque, cinque, cinque, chi mi
d ottantacinque? La donna scuote la testa: No. L'uomo
calvo solleva un dito in aria. E novanta.
Rilancio novanta, e l'uomo calvo sale a novantacinque. Tira
fuori con la lingua la pallina di Copenaghen, la sputa nel secchio
dei mozziconi e se ne mette in bocca una nuova. Mi strizza
l'occhio e si appoggia con la schiena alla rampa. Ha l'aria di
uno che si  ripulito per la cena. Cento, forza cento, cento
dollari canta il banditore.
Portaglielo via a quel figlio di puttana. Mio padre si
schiaccia contro di me.
Chi? Mi sono dimenticato che  seduto di fianco a me. Lo
guardo come se fosse un estraneo.
Quel figlio di puttana che strizza l'occhio e non pu sedersi
come tutti gli altri.
Arrivano o no, questi cento?
Faccio un cenno con il capo.
E cinque.
L'uomo calvo sorride e fa la sua offerta.
Ecco i cinque. E dieci.  un cavallo sano, Tom?
L'uomo smilzo fa di s con la testa, sprona il baio a scattare in
avanti e poi lo blocca facendolo slittare.
Ora sussurra mio padre e io alzo la mano.
Eccoli, i miei dieci canta il banditore. E adesso quindici.
Chi mi d quindici? Forza, quindici!
L'uomo calvo fa la sua offerta. Mio padre muove la gamba
contro la mia. Io rilancio a centoventi prima che il banditore
possa parlare.
Venti. Venti. Venti. Abbiamo venti. Chi offre venticinque?
Mio padre strizza l'occhio all'uomo calvo. Anch'io.
Grace si  seduta in braccio a Evan. Lui le accarezza la schiena,
e quando sorride sembra che i padiglioni delle orecchie si
allarghino. Torno a guardare l'uomo calvo, ma se n' andato.
Cerco tra le nuche di fronte alla rampa per vedere se scorgo il
suo cappello.
Venti. Venti. Sono disposto a prendere anche ventidue e
mezzo. Il banditore guarda la donna con il bambino, ma lei si
sta versando un'altra tazza di caff. Ventidue e mezzo. Forza.
Ventidue e mezzo. Forza. Picchia con il martelletto e canta:
Ecco un cavallo da centoventi dollari. La donna muscolosa
punta il dito verso di me e il banditore comunica alla folla:
Venduto al ragazzo con il cappellino con la visiera azzurra.
L'uomo smilzo alza lo sguardo verso le gradinate e annuisce.
Mio padre si alza e quando si accorge che non lo seguo m'infila
una mano sotto il braccio, mi tira su e mi spinge avanti.
Evan ci segue camminando di lato.
Sulla rampa dico a mio padre che non ho i centoventi dollari.
Gli dico che ne ho solo ottantanove.
Me l'hai gi detto. Si accende una sigaretta. Evan mette
gi Grace e lei corre davanti a noi come se stesse cercando lavoro.
Tiro fuori dalla tasca il rotolo di banconote da uno e lo
sollevo come prova. Ti prester quelli che mancano dice, e
chiede a Evan se ha bisogno di un passaggio in citt.
Ho il mio rimorchio nel parcheggio. Me ne andr a casa a
farmi un pisolino.
Allo sportello del compratore la donna sorride a mio padre
mentre io conto i risparmi. Le banconote sono umide e macchiate,
 da nove mesi che le tengo in tasca. Mio padre firma un
assegno da trentun dollari e lo piazza in mezzo al mio mazzetto
di banconote. Il cassiere mi indica dove firmare la ricevuta di
vendita, io la piego con cura e me la infilo nel taschino della camicia.
Chiudo il taschino con il bottone.
Come ti senti? mi chiede Evan.
Pi leggero gli dico, e lui ride.
Mio padre porta in retromarcia il rimorchio verso il lato sud
dei recinti dove Tom Holman ha dissellato il baio. Il cavallo 
lucido per via del sudore e brilla come una roccia di fiume. 
legato con poco gioco a un palo. Il figlio, l'uomo, il figlio
dico mentre mi avvicino alla sua testa, facendogli scorrere la
mano lungo il fianco.  elettrico. Il suo corpo vibra ancora per
via della passerella appena conclusa. Sono in piedi vicino alla
sua spalla e gli accarezzo il petto. Lui mi lecca il colletto della
camicia.
Questo  un buon cavallo dice l'uomo smilzo. Trattalo
bene e vedrai che vi intenderete.
Sissignore. Grazie.
Il ragazzo sa usare il lazo? chiede a mio padre.
Mio padre apre il portellone del rimorchio che riflette i raggi
del sole. Nel recinto gli ho visto fare delle belle cose. Le uniche
volte che gli ho visto usare il lazo a cavallo sono state per
prendere il cane o il fratellino.
Se vuole imparare, con questo castrone pu farlo.
Stai ascoltando? Mio padre rimane fermo tenendo aperto
il portellone.
Sissignore.
L'uomo smilzo abbassa lo sguardo su di me. Una goccia di
sudore gli corre lungo il ponte del naso, ha le basette fradice.
Questo cavallo s'inarca una o due volte in primavera. In genere
verso sinistra. Se questo  un problema posso riprendermelo
subito.
Star attento gli dico.
Lui annuisce e mi tende la mano. Mi chiamo Tom Holman.
Nel caso tu abbia qualche lamentela. Gli stringo la mano e lui
si volta, si carica la sella sulle spalle e si allontana. Sciolgo la
lunghina, conduco il baio nel rimorchio e lo lego. Quando
scendo mio padre chiude il portellone, un serpente toro perde
la presa da un chenopodio e finisce contro le creste dell'euforbia,
muovendosi rapido.
Maledizione! strilla mio padre. Si  appoggiato al rimorchio
e ha fatto un balzo come se avesse preso una forte scossa
elettrica. Sul viso ha disegnata un'espressione bloccata tra la
sorpresa e il sorriso. Per un attimo ho pensato fosse un serpente
a sonagli.
Guardiamo il rettile che si allontana.  grosso, lungo pi di
un metro, trasparente e massiccio nella calura.
Mio padre sorride, ma schiocca la lingua.  come se le
gambe avessero preso il volo per i fatti loro. Ho avuto la sensazione
che le ginocchia mi trapassassero i polmoni. E poi:
Non riesco a trovare nemmeno la forza di ridere.
Saliamo in macchina a Greybull e parcheggiamo su un lato
della strada davanti ad A & W. Mio padre mi d due biglietti da
un dollaro, io entro e ordino una birra al doppio malto, un panino
con il pesce e una dose extra di salsa tartara per le mie patatine
fritte.
Quando risalgo sul furgone mio padre mi chiede: Vuoi
mangiare qui? Il baio scalpita sulle tavole in legno del pavimento
del rimorchio.
Gli dico che per oggi ne ho abbastanza di vedere gente. Anche
lui, dice.
Ci fermiamo in un bar nel centro cittadino e mio padre lascia
il furgone in folle, con la portiera socchiusa. Io affondo una patatina
nella salsa tartara e la tengo contro il palato. Il sapore intenso
si propaga fino a quando le mascelle non cominciano ad
accusare i sintomi di possibili crampi. Lui scivola indietro sotto
il volante e mi porge una tazza di plastica con bourbon e acqua.
Attento a non rovesciarlo nella birra mi dice sorridendo.
Ha il cappello tirato indietro sulla fronte.
Io annuisco e tengo in equilibrio la birra al doppio malto su
un ginocchio, la sua tazza sull'altro, mentre lui guida verso il
fiume e parcheggia. Io sistemo il mio pranzo sul cofano e faccio
scendere il baio nel prato. Ci sediamo nella zona d'ombra
proiettata dal rimorchio e guardiamo il cavallo che mangia l'erba.
Fa attenzione a non inciampare nella sua corda. Mio padre
beve la sua bevanda. Fa sbattere e roteare i cubetti di ghiaccio
contro la parete della tazza.
Ti aumenter la paga a cinque dollari al giorno. Io lo guardo
per capire se  uno dei suoi scherzi. Lui si rovescia il cappello in grembo e appoggia la testa contro il rimorchio. Tiene gli
occhi chiusi. La mia paga era di un dollaro al giorno. Un uomo
adulto ne prende quattrocento e passa al mese. Lui riporta la
testa in linea orizzontale e guarda il fiume. Te li meriti dice.
Lavorer ancora di pi gli dico.
Si volta verso di me. Se non fossi soddisfatto ti avrei licenziato
subito proprio perch sei mio figlio.
Il baio sbuffa e scalcia cercando di colpirsi la pancia con una
gamba posteriore. Io addento il mio panino con il pesce. La pastella
si  staccata dal pesce e si  incollata al pane.
Ovviamente si comincia da domani. Oggi siamo in vacanza.
Manda gi un altro sorso dalla tazza, gioca con i cubetti di
ghiaccio e riappoggia indietro la testa. Scaler quello che mi
devi dall'aumento. Il pranzo lo offro io.
Il baio incrocia le gambe e dondola, tirando calci sotto il sole.
Cinquanta dollari dico, perch  quello che ho sentito dire
ai grandi quando un cavallo dondola: che un cavallo merita
cinquanta dollari ogni volta che dondola.
Lui lo fa di nuovo. Cento dice mio padre. Il baio soffia e
dondola ancora una volta, rimane fermo e trema. Sembra te
quando tratti un prezzo.
Lo conoscevi il tipo pelato?
Quello che faceva le offerte contro di te?
Sissignore.
Non lo avevo mai visto prima. Perch?
Semplice curiosit. Sono cose che arrivi a pensare quando
hai la radio rotta.
Mio padre sorride e si passa la manica sulla fronte. Il rimorchio
ticchetta nel caldo del sole senza nuvole. Come lo chiamerai?
mi domanda. E con la testa fa un cenno indicandomi il
cavallo.
Pensavo Mud. O Mouse.
Per il suo mantello?
Sissignore.
Quando imprecherai contro di lui, uno o l'altro far lo stesso.
Oltre a sentirti pi leggero, che cosa provi?
Mi sento pi grande, credo. Come se domani dovessi svegliarmi e
scoprire che i vestiti mi stanno stretti. E dovessi comprarne
di nuovi.
So come ci si sente. Rimane in piedi. Tiene il cappello nella
mano destra. Si scola quello che  rimasto del suo drink e
sparpaglia il ghiaccio vicino a una ruota del rimorchio. Getta la
tazza vuota nel fondo del furgone e si rimette il cappello. Non
succeder nel giro di una notte dice.
Il baio abbassa la testa sul petto e ci studia, masticando, le
orecchie tremanti, gli occhi scuri come il suo ciuffo. Mi domando
cosa veda. Mi domando se possa distinguerci chiaramente,
guardando dalla luce vivida nell'ombra.
...
.
...
8. JOHN E JACK.
...
.
...
Siamo parenti dice John. Mi passa un braccio intorno alle
spalle e osserva la decina di giovani che oziano sopra di noi, seduti
sulla traversa superiore dei recinti. Indossano tutti i gambali
di cuoio e gli speroni. Camicie pulite. I gambali sono sfibbiati
fino alle ginocchia e sbatacchiano e svolazzano nell'aria
riscaldata dal sole. I giovani grattano la staccionata con le punte
degli speroni e si tolgono la terra dalle cuciture degli stivali.
Le loro iniziali, o gli stemmi di famiglia, sono intagliati nel
cuoio spesso, rosso, oro o verde, e cuciti sulle ali dei gambali lisci
e marroni. La met di loro indossa un singolo guanto in pelle,
appiccicoso e macchiato di resina, alla mano sinistra. I ragazzi
pi grandi hanno tutti un fisico asciutto, scattante. Le
loro mani e la met inferiore della faccia, quella non protetta
dalla tesa del cappello, recano i segni dell'esposizione alle intemperie
e sono scurite dal sole. I capelli scendono sulle orecchie
e sui colletti delle camicie. Nessuno sembra avere consuetudine
con il barbiere. Un ragazzo pieno di punti neri solleva il
cappello, allarga le dita e si toglie i capelli dagli occhi, risistemandosi
il cappello prima che questi possano ricadere in avanti,
folti e disobbedienti come ali di corvo. Hanno tutti gli occhi
chiari e in attesa. Nessuno ha pi di ventidue anni. Solo tre
hanno varcato i confini del Wyoming, per semplici puntate nel
Montana e nel Sud Dakota.
John serra la stretta alle mie spalle, tenendomi come farebbe
un padre con il figlio prediletto. Sputa dalla parte in cui non
c' nessuno e con il pollice si spinge leggermente indietro il
cappello dalla faccia. Anche se mi raddrizzassi completamente
gli arriverei sotto l'ascella. Sono basso e massiccio, compatto.
Ho pregato per dare slancio alla mia crescita, ma ho poca fiducia
che le mie suppliche estetiche vengano accolte. E nemmeno
mia madre e mio padre sono alti. Questo non mi favorisce.
Ancora per un anno non posso prendere parte a questo rodeo,
sono troppo giovane. Quando la mia statura mi rende troppo
insicuro, ripeto quello che ho sentito dire da un uomo basso:
Sarei un metro e ottanta, ma ho radici profonde. Finora nessuno
mi ha mai chiesto di dimostrare quest'affermazione.
Ho quindici anni e John  sulla quarantina. E alto, ha un bel
naso aquilino ed  sbarbato di fresco.  un uomo che si d parecchio
da fare per vivere, per nulla geloso della vita altrui.
Dorme profondamente e lavora con energia quando  sveglio.
Conosce i cavalli, quelli bravi, quelli nervosi e cattivi. Lavora
con i cavalli, perfettamente a suo agio, come un predicatore
con la sua congregazione.  un uomo sobrio anche da sbronzo.
John e io condividiamo una baracca e le stesse responsabilit
ogni estate. Quando beve da una tazza o da un bicchiere o  in
sella e tiene le redini nella mano sinistra, sporge il gomito sinistro
in fuori in una strana postura e staccato dal corpo, a disegnare
un impeccabile angolo retto; lo tiene sollevato quasi allo
stesso livello della spalla. La prima estate che ho vissuto insieme
a John, ho bevuto e cavalcato esattamente nello stesso modo:
con il gomito per aria. E poi una sera l'ho spiato mentre
usciva dal bagno senza la camicia e ho visto la massa grande come
un pugno del muscolo spezzato dietro al suo braccio sinistro.
La Seconda guerra mondiale mi ha spiegato quando si 
accorto che lo stavo fissando. Ero troppo giovane per essere
andato in guerra. Abbassai il gomito. Questo accadde quattro
anni fa. Sono ancora troppo giovane. Tengo il gomito attaccato
in modo naturale al fianco, ma non ho smesso di osservare
John. Studio ogni sua mossa.
Mi chiama Little Man, piccolo uomo, e io lo considero un
grande complimento. Non mi tratta come un ragazzino. Si
aspetta che faccia le stesse cose che fa lui, ed  sufficientemente
paziente da insegnarmi quello che non so. Ho molto da
imparare.
Sto l vicino a John e guardo i ragazzi pi grandi dall'altra
parte dei recinti. Jack  arrivato dal parcheggio e resta l sotto il
sole, dove i recinti si piegano ad angolo in direzione del fiume.
Si appoggia al palo d'angolo. Ha la mia et,  mio amico. Va
dove vuole, dove gli piace. Immagino che se decidesse di provare
a montare un cavallo senza sella glielo permetterebbero.
So che nessuno dei ragazzi pi grandi proverebbe a fermarlo. E
credo nemmeno gli uomini. Sorrido a Jack. Lui ricambia il saluto
con un cenno del capo.
Alzo lo sguardo verso John e sorrido. Lui ricambia il mio
sorriso. Il sorriso gli riempie la faccia. Tutto lo fa sorridere. Anche
legare la gamba posteriore di un cavallo che non vuole essere
ferrato. Il whisky lo fa sorridere. Quando mangia sorride.
Controvento. Sorride nell'oscurit poco prima di addormentarsi.
Le montagne lo fanno sorridere. Non l'ho mai visto smarrito
o del tutto infelice.
Oggi siamo qui, a uno di quei rodei che il Rimrock Ranch
organizza nei fine settimana d'estate. Cavalcate senza sella. Al
garrese dei cavalli recalcitranti  assicurato un piccolo attacco
che assomiglia crudelmente a una maniglia storta di una valigia.
Niente redini. N testiera. N sella. Niente che si possa afferrare
o tirare. Il cavaliere rimane appeso semplicemente a
quell'attacco, la schiena all'indietro, sprona l'animale all'altezza
delle spalle mentre questi cerca di disarcionarlo dalle cinghie
sui fianchi. Nessuno di questi cavalli o giovani cavalieri
apparir sulle copertine delle riviste specializzate. Questo 
l'ultimo gradino nella scala amatoriale. Come un estemporaneo
incontro di lotta in cucina. Un'aula. Un luogo dove prendere
confidenza.
Ho disceso la vallata con John, sulla sua Chevy bianca. La
grande, pesante macchina prende le curve come sospinta da
una vela, come se scivolasse sull'acqua. Quando sono in auto
con John mi sento lontano da ogni minaccia; quando sono insieme
a John mi sento abile, e in questo caso la parola  densa
di possibilit.
John sorseggia da una pinta di Ancient Age e guida in scioltezza,
lasciando correre la macchina. Per essere un ragazzo,
cavalchi bene dice. La sua intenzione  rassicurante.
Nessuno lo sa gli dico. Non riesco a eliminare dalla mia voce
un certo tono lamentoso.  una condizione generalmente accettata
che un concorrente del Rimrock debba avere almeno sedici
anni. Tanti dei nostri cavalli s'imbizzarriscono eppure non
riescono a farmi perdere la pazienza. Immagino di avere le medesime
possibilit dei ragazzi pi grandi. In realt, immagino che
potrei addirittura vincere. Immagino che potrei diventare il
cavaliere pi giovane ad avere vinto. Siedo rigido sul sedile
dell'auto, il corpo contratto per la sufficienza con cui credo di
essere stato trattato. Nessuno sapr se cavalco meglio di una
merda aggiungo. Mi giro e inchiodo lo sguardo fuori dal finestrino.
Sai di essere in gamba dice John. Sorride e beve dalla bottiglia,
prima di rimettersela tra le gambe. Quando beve il gomito
gli sale e va a toccare il finestrino. Poi lo riappoggia al bracciolo.
So che te la cavi molto bene. Sta cercando di consolarmi.
Io abbozzo un sorriso ma  inutile, come passare una
mano di vernice su un muro scrostato. L'autocommiserazione
non  il mio forte. John sfrega un fiammifero con l'unghia del
pollice e si accende una Pall Mall abbassando il finestrino. Fa
volare il pezzetto di legno fuori dalla macchina. Si porta una fibra
di tabacco sulla punta della lingua e la sputa sul pavimento
dell'auto.
Io mi stiro contro lo schienale, le braccia attaccate ai fianchi,
i piedi agganciati sotto il sedile. Mi rilasso e mi stiro di nuovo.
Sento il sangue scorrere nella faccia, nelle mani e nei piedi. 
una sensazione che trovo gradevole. So di essere forte per la
mia corporatura. Non vedo l'ora di crescere e raggiungere il
pieno vigore dell'uomo adulto.
John tossisce. L'unico spettatore di cui deve importarti sei
tu dice.
La strada  tagliata dentro una fitta banda di pini, il sole risplende
alto sulle nostre teste, la macchina si riempie di ombre
veloci e grandi come insetti che slittano e volteggiano. Non
capisco gli dico. Studio le ombre sulle gambe, sulla pancia e
sulle braccia. Davvero non capisco.
Lui tende il braccio, quello che tiene la bottiglia, attraverso il
cruscotto, indicandomi il paesaggio inquadrato nel parabrezza.
Bella giornata, non trovi? Annuisco.  maledettamente perfetta.
E tu te ne stai seduto qui imbronciato per una cosa che
non puoi modificare. Questo lo capisci, vero?
Credo di s.
Piangersi addosso non aiuta a cambiare le cose. Pensaci.
Prende un altro sorso dalla bottiglia e stabilizza la macchina
mentre affrontiamo una lunga curva.
Io guardo le facce dei ragazzi pi grandi. Stanno osservando
John. Alcuni lanciano occhiate verso di me, si capisce che vorrebbero
essere al mio posto, avere il braccio di John intorno alle
loro spalle. Nel giro di mezz'ora saranno piegati sugli stretti
passaggi costruiti all'estremit pi lontana dei recinti. Rideranno,
aiutandosi a vicenda a stringere gli attacchi sulle groppe
spoglie, scambiandosi consigli, mettendosi a posto il cappello,
facendo chinare la testa ai loro cavalli nei passaggi davanti ai
turisti, tirando le cinghie sui fianchi. Quando esce salta gi
dal bastardo all'indietro suggeriranno. Il cavallo grigio tende
ad abbassarsi sulla sinistra. Tieni le punte bene in fuori.
Ehi, Hank, quella biondina ti sta sorridendo scherzer uno.
Cerca di comportarti come se sapessi quello che stai facendo.
Tieni il pollice lontano dal culo. Ma adesso stanno guardando
John e me; l'intrattenimento sono io. Alcune delle turiste pi
intraprendenti si sono avvicinate al punto da poter sentire
quello che diciamo. Come per miracolo ho dimenticato che
non cavalcher un cavallo senza sella.
John mi stringe ancora di pi, raggiante. Sono tutti eccitati e
soprattutto sobri. Alcune delle ragazze pi timide sono arrivate
alle nostre spalle e ridacchiano scioccamente. Io mi giro e sorrido.
John si schiarisce la gola. Little Man e io abbiamo deciso
di mettere su una societ insieme e di sfruttare le nostre capacit
dice. Non ho idea di cosa stia dicendo, ma la sola ipotesi
di essere incluso in un suo progetto mi fa gongolare. Cerco di
immaginare qualcosa di cui potremmo occuparci insieme. Ho
in tasca sette dollari. Rappresentano tutti i miei risparmi. John
guida una Chevy di otto anni, dorme nella baracca e tutti i suoi
pasti li consuma al lodge. Ha finimenti di sua propriet e una
sacca da viaggio piena di vestiti che usa per tutte e quattro le
stagioni. La sua unica stravaganza sono le trenta camicie bianche
che tiene inamidate e piegate in una scatola nel bagagliaio
della macchina. Le camicie gli servono nel caso accetti un lavoro
come barista in inverno. D'inverno preferisce fare il barista
piuttosto che il cowboy. Le camicie gli servono anche per
quando sar proprietario di un bar.  uno dei suoi sogni. So di
essere troppo giovane per poter essere in qualche modo utile in
un bar.
Apriremo un bordello annuncia. Lo dice a voce abbastanza
alta perch tutti lo possano sentire. Io sollevo lo sguardo
verso di lui. Non ha l'aria di uno che sta scherzando. Tiene gli
occhi spalancati. Pensateci suggerisce. C' un serio invito alla
riflessione nella sua voce. Tutti ci pensano. Le immagini passano
chiare nelle loro menti. Parecchi ragazzi giocherellano imbarazzati
sullo steccato, inarcano le sopracciglia, lanciano
occhiate oblique alle turiste per vedere se qualcuna  rimasta
scioccata. Il mio sorriso s'inarca come un cavallo imbizzarrito.
Non riesco a controllarlo. Se sorrido ancora un po' temo che
gli occhi mi possano schizzare fuori dalle orbite, che la mia faccia
possa rimanere deturpata. Ci sono tante cose per cui sono
troppo giovane, ma apparentemente aprire un bordello con
uno dei migliori cowboy della vallata non rientra fra queste.
Guardo verso Jack. Ha le braccia incrociate sul petto. Non
riesco a vedergli la faccia. Sta fissando i suoi stivali.
John sbuffa leggermente. Quando riprende a parlare nella
sua voce si coglie come un tentativo di farsi scusare. Non siamo
messi molto bene dal punto di vista economico dice. Spinge
indietro la tesa del cappello. Mi guarda e mi strizza l'occhio,
ma i ragazzi pi grandi non se ne accorgono. Quando mostra
loro la faccia  di nuovo serio, preoccupato. Si schiarisce ancora
una volta la gola. E per questo che Little Man ha accettato
di fare qualche lavoretto manuale fino a quando non avremo
messo via abbastanza soldi per cavargli i denti.
I ragazzi pi grandi si piegano in due dal ridere. Uno  caduto
dallo steccato all'indietro. Anche le ragazze pi intraprendenti
ridono, quelle pi timide si allontanano, sussurrando, confuse,
cercando di individuare la catena di eventi che dovr produrre la
nostra capitalizzazione. John mi stringe le spalle con pi forza,
ma sento solo pressione, come un dentista che ti scava un dente
dopo che la tua bocca  diventata insensibile per via dell'anestetico.
Mi divincolo dal suo abbraccio e mi avvio il pi rapidamente
possibile verso il torrente, verso il riparo degli alberi che
costeggiano il corso d'acqua. Non dar a nessuno la soddisfazione di
vedermi correre. Sto sudando, e cammino a passi incerti. Ho
come la sensazione di salire per una scala che non c'. Sento che
ogni pensiero  stato assorbito nel sangue,  diventato rosso e
caldo ed  caduto nella semplicit del muscolo. Succhio le guance
tra i denti e mordo con forza. Le ragazze pi carine si erano
piegate dal ridere, stringendosi le ginocchia tra le mani. Ridendo
di me. Odio essere un ragazzino.
Raggiungo zigzagando una riva del torrente, districandomi
tra la selva di massi, pioppi, alberi abbattuti, ginepri, pini e salvia.
Cammino per un quarto di miglio prima che l'imbarazzo si
dissolva e io possa rimettere i piedi per terra, consapevole del
mio respiro, distaccato dal mio cuore che si gonfia e si comprime.
Sono accecato dalla luce del sole. I colori del mondo sembrano
diventati insolitamente vividi.
Mi appoggio con la schiena a un pioppo gigante e mi lascio
scivolare finch non mi ritrovo seduto, schiacciato contro la
corteccia grigia e segnata da solchi. Stendo le gambe verso il
torrente e chiudo gli occhi. Penso che potrei sdraiarmi e dormire;
mi sento improvvisamente svuotato della linfa vitale. Ci sono
gli schiaffi e i risucchi del torrente. Questo  ci che percepiscono
le mie orecchie. E c' l'odore dei pioppi. L'odore degli alberi
saturi d'acqua  cos intenso che apro gli occhi e mi guardo alle
spalle, pensando che mia madre sia l, e allora mi rendo conto che
mia madre non  mai venuta ai rodei. L'odore degli alberi  intenso:
 l'odore di una donna che ha lavorato sotto il sole, con le
mani nel giardino. La fragranza  un misto di terra, sudore, sole e
limo. Mi guardo intorno. Sono solo. C' una cappa di aria pi
fredda che le foglie dei pioppi hanno protetto e trattenuto, eccitato.
Cade verso l'acqua, abbracciando stretto il tronco, coprendomi
come un cappuccio umido. Chiudo di nuovo gli occhi.
Penso alla storia che mi ha raccontato John sui suoi genitori.
Ha detto che erano stati colti da una tempesta lontano dal loro
bungalow ed erano morti congelati quando lui aveva dieci anni.
Questa  la storia che racconta. Mi ha detto che si  avvolto nelle
loro lenzuola e nelle loro coperte. Dice che era troppo stordito e
confuso per tenere acceso il fuoco. Mi ha detto che quella notte
poteva sentire sua madre che gli cantava una canzone, che sentiva
le sue mani su di lui, il suo tocco gelido come ghiaccio. Si 
seduto sulla branda e si  accartocciato stringendosi le ginocchia
contro il petto, sussurrando, e mi ha detto che il respiro di lei gli
raggelava il viso e gli impediva di aprire gli occhi. Mi ha detto che
non era spaventato. Un vicino lo aveva trovato la mattina successiva,
era uscito con le racchette da neve ai piedi tenendolo infagottato
contro il petto, lo aveva scaldato e allevato.  una storia
difficile da tenere a mente mi ha detto John. Difficile com'
difficile conservare un sogno. Te la sto raccontando solo perch
cos non potr pi dimenticarla.
Un cowboy che ha lavorato con lui mi ha raccontato di John
durante la Seconda guerra mondiale. L'uomo ha rammentato i
dettagli sulla ferita che costringe John a tenere il gomito sinistro
sollevato e riferito una storia della moglie di John che 
fuggita con un altro uomo. Ha detto che lei si  portata via anche
il loro figlio per farlo crescere da un estraneo, dal suo nuovo
amante. Queste storie John non me le ha raccontate. Penso
che le parti della sua vita che non trasforma in storie si trascinino
senza forma nella sua memoria, fino a cancellarsi in maniera
definitiva. Penso che lui si preoccupi soprattutto dei ricordi
che lo aiutano a sorridere.
Sorrido. Penso che avrei dovuto accorgermi dello scherzo.
Penso che se fossi stato pi grande me ne sarei accorto. Decido
di fregarmene dei ragazzi pi grandi. Quando avr sedici anni
vincer i soldi del primo premio. La ragazza carina se ne torner
in qualche posto dell'Est e non avr altro che una storia
da sussurrare alle amiche. Nessuno ha una macchina fotografica.
Questo  quel che penso. Questo  quel che ricorder.
Questa  una storia che forse non racconter mai.
Non  la cosa pi divertente che mi sia mai capitato di vedere.
Jack siede di fianco a me. Non l'ho sentito avvicinarsi. 
sceso gi al torrente con il rumore dell'acqua. Si porta le ginocchia
al petto e le circonda con le braccia, fissando il canale di
acqua bianca e azzurra come l'acciaio salire sopra le rocce.
Jack  alto come me, ma pesa venti chili di pi.  asciutto e
muscoloso come un mammifero marino. Ho visto alcune fotografie
di delfini. Jack mi ricorda un delfino. Non ha un filo di
grasso. Non c' una sola parte del corpo che lui non usi. Le
gambe sono cos massicce, cos gonfie di muscoli, che per farci
entrare le cosce e i polpacci deve comprare jeans con oltre novanta
centimetri di vita. Sua madre poi gliela stringe di quindici
centimetri. Gli avambracci sono larghi come il mio collo. 
un ragazzo di tale energia e fiducia nei propri mezzi che quando
si muove da un posto all'altro, uomini e donne si voltano a
guardarlo. Li ho visti con i miei occhi. Ho visto la gente perdersi
guardando Jack che attraversava una strada. Il fisico e
l'innocenza sono le sue qualit.
Qual  la cosa pi divertente che hai mai visto? gli chiedo.
L'estate scorsa quando sbirciavi attraverso le assicelle del
sottotetto del fienile e la neotoma ti ha pisciato nell'occhio.
Jack porta un cappellino da baseball e una maglietta bianca pulita.
Ha gli occhi castani.
Lo hai trovato davvero divertente?
Lui fa un largo sorriso, con lo sguardo ancora fisso sul torrente,
le braccia intorno alle ginocchia, e annuisce. Mi sveglio
di notte e mi viene da ridere. Non posso crederci che ti sei fatto
pisciare nell'occhio da un topo.
Mi d una spallata. Sbircia ins nell'intreccio turbinoso di
ombre dei pioppi sopra di noi, come se vi sentisse dei roditori,
in un sottotetto. Ridiamo.
Jack apre due birre prese da una confezione da sei al suo
fianco e incastra le altre quattro dietro una roccia nel torrente.
Tracanniamo tutti e due un sorso. La birra  calda e rancida e
la lattina sudicia come una latrina. Jack si accovaccia disegnando
con un legno nel terreno soffice e umido. Non avresti dovuto
mandar gi quella merda dice. Si volta verso di me, si 
fatto serio, il legno  conficcato nel terreno come a segnare un
confine.
Che merda?
Farti prendere in giro. Quella  la merda.
Penso che Jack stia aspettando un anno per montare i cavalli
recalcitranti, cos avremo pi tempo per stare insieme. Io guardo
il torrente. Era solo un gioco gli dico.
Questo dillo al branco di segaioli che si rotolava per terra
dalle risa. Secondo me una cosa  divertente quando tutti
ridono.
John stava solo scherzando. Non voleva ferire nessuno.
Comunque non ridevano di lui, o sbaglio?
Sento di nuovo i limiti dell'essere un ragazzino. Sembra come
un apprendistato che non finir mai. John  l'uomo che voglio
diventare; Jack  il ragazzo che voglio essere adesso.
Per una scommessa avevo visto Jack farsi tutto un campo di
football sulle mani. Nella cucina del lodge lo avevo visto mettersi
una moneta da dieci cents tra gli stivali, esibirsi in un salto
mortale all'indietro e atterrare di nuovo, con entrambi i piedi
perfettamente fermi ai lati della monetina. Quando i ragazzi
delle altre citt arrivano a Cody per andare a scuola, cadono
tutti sotto l'ala protettiva di Jack. Sono invariabilmente ragazzi
con le braccia esili, gli occhiali spessi e i vestiti consunti passati
dai fratelli maggiori: ragazzi che non vivono bene. Questo non
ha importanza. Il loro primo amico  Jack. La sua amicizia d
loro il tempo di ambientarsi senza farsi male.
Jack si leva il cappellino e si passa la mano in tondo sopra la
testa. All'inizio dell'estate - per una scommessa orchestrata dai
ragazzi pi grandi - gli ho rasato la testa. Era liscia come una
pietra di fiume. Gli  venuta immediatamente l'aria del trentenne.
La voce sembrava scesa di un'ottava. Prendemmo a prestito
la macchina di John e raggiungemmo un bar sulla strada in una
citt dove non conoscevamo nessuno. Jack entr nel bar come se
avesse sete. Ordin una cassa di Coors e un quinto di Southern
Comfort, pag e usc indisturbato. Era un bar in cui avevamo gi
tentato in passato ma senza successo. Cos lo aiuto a mantenere la
testa rapata. Nemmeno Jack vuole essere un ragazzino.
Percorremmo una strada polverosa a nord di Cody. Parcheggiammo
vicino alla C di pietre alta sei metri sistemata alla meno
peggio contro il fianco della collina. Era stata piazzata l in modo
che gli aeroplani potessero identificare la piccola citt del
Wyoming sotto di loro. Lasciammo tutte le portiere dell'auto
aperte con la radio sintonizzata su una stazione di musica rock.
Bevemmo e girammo in tondo in mezzo alla salvia. Chiudemmo
gli occhi e poi zigzagammo ciascuno per conto proprio,
sentendo la terra vibrare sotto i nostri piedi, e poi Jack vomit.
Ho visto una marea di uomini fare altrettanto. Io non ho mai
vomitato. Ho cercato di provocarmi il vomito ma proprio non
ce la faccio a cacciarlo fuori. John dice che se ci riesci butti fuori
il veleno dal tuo organismo. Il giorno dopo mi sento sempre
peggio di Jack.
Mi addormentai sul sedile posteriore dell'auto e Jack si raggomitol
in un avvallamento sul lato sottovento di un cespuglio
di salvia. Quando ci svegliammo la luna era alta nel cielo. Ci alzammo
in piedi nell'oscurit, pisciammo e guardammo la traccia
di lampioni al di l del fiume nella citt di Cody, e poi in alto,
i puntini sparsi del firmamento. Avevamo la bocca secca ed
eravamo tranquilli. La radio taceva. Aprimmo le birre fresche e
guidammo paralleli al fiume verso i nostri lavori estivi. Jack raduna
i cavalli allo Shoshone Lodge, cinque miglia pi vicino alla
regione selvaggia di Yellowstone rispetto a dove vivono i
miei genitori. Quando attraversammo Cody vedemmo un poliziotto
addormentato dentro la sua auto parcheggiata nella zona
occidentale della citt, dopo la Dairy Queen. Sorridemmo,
aprimmo le nostre lattine e bevemmo. Ci sentivamo invisibili
alle regole.
Ogni estate ci sono notti in cui la solitudine del non essere
ancora uomini risale in superficie e rende impossibile il sonno.
Mi vesto nel buio e sgattaiolo fuori dalla baracca. John non mi
ha mai chiesto dove vado. Sello il capriccioso puledro che ho
preso per fare il mio lavoro di mandriano e cavalco nell'oscurit
verso un passaggio nel bosco, a met strada tra lo Shoshone
e l'Holm Lodge. A volte trovo Jack. Ci arrotoliamo una sigaretta
e ci sediamo da soli a fumare nella notte, aspettando l'alba e
un altro giorno di attivit. Parliamo di quando avremo i nostri
cavalli, di cosa faremo quando non andremo pi a scuola. Parliamo
di figa. A volte Jack non c' e io mi siedo al buio. A volte
parlo da solo.
Jack si piega in avanti e prende una piccola pietra verde
dall'acqua. La frega con il polpastrello del pollice fino ad asciugarla.
La pietra  opaca nell'aria. La sua mano gocciola e luccica
come un pugno di quarzo. Io respiro profondamente e allento la
cintura per rilassarmi. L'aria vicino all'albero  ancora fredda.
Lui si volta verso di me, la mano aperta, con la pietra verde
piatta al centro. Studia la mia faccia come ha fatto quella sera
quando siamo stati fuori e abbiamo sentito i colpi di tosse, gli
sbuffi, il fruscio dei cuscinetti e degli artigli di qualche predatore
di passaggio. Io sorrido. Lui annuisce e abbassa gli occhi.
Fa saltare la pietra sull'acqua e intreccia le dita intorno alle
ginocchia.
Una zanzara gli atterra sull'avambraccio, sfregando le zampe
sulla sua pelle. Quando lo punge, Jack flette il braccio, i muscoli
stringono e trattengono la proboscide del piccolo insetto.
Osserviamo l'insetto minuscolo gonfiarsi di sangue, incapace
di staccarsi, finch non esplode in una piccola fioritura rossa.
Jack si lecca un pollice e lava via il sangue e i resti dell'insetto.
Si china in avanti, prende due lattine dal torrente e me ne allunga
una. Ascoltiamo l'acqua.
Sul fianco coperto di salvia a est, tre piccoli sbuffi di nuvole
gettano ombre scure come stagni. Il resto del paesaggio sembra
solidamente imprigionato nella calura.
All'inizio dell'estate abbiamo fatto l'autostop per andare a
una festa al parco di Yellowstone, lungo il Firehole River. John
ci ha detto che se potesse piantare una tenda per coprire il parco
avrebbe la pi grande camera da letto del mondo. Il numero
delle ragazze  dieci volte superiore a quello dei ragazzi.
Siamo, di quattro o cinque anni, i pi giovani partecipanti alla
festa, e diamo nell'occhio - la maggior parte dei ragazzi e
delle ragazze viene dai grandi college del Midwest e dell'Est,
viene all'Ovest per vivere l'avventura di un lavoro estivo tra le
montagne. Puliscono i bungalow e le stanze d'albergo nel parco.
Svuotano i bidoni dell'immondizia, fanno i commessi nei
negozi di souvenir. Quella notte lungo le sponde di un fiume
selvaggio fa parte della loro vacanza.
Noi stiamo ai margini della loro conversazione, ridiamo e
c'infiliamo nella foresta quando ci scappa da pisciare, abbastanza
lontano perch le loro voci ci giungano come uno smottamento
di rocce friabili. Rimaniamo nell'ombra, distaccati dal
fal. Beviamo con prudenza, consapevoli di essere fuori posto.
Facciamo attenzione a essere gli ultimi due a ubriacarsi. Speriamo
che la notte buia ci aiuti ad apparire pi vecchi, magari esotici.
Siamo venuti perch siamo ragazzi e per ogni ragazzo ci sono
dieci ragazze.
Non  ancora mezzanotte quando un ragazzone biondo viene
verso di noi. Fatica a mantenere l'andatura da bullo sullo
strato soffice e irregolare di foglie e sassi. E belloccio. Indossa
una felpa dell'universit del Michigan. Immagino che sia uno
dei titolari della squadra di football. Immagino che il suo corso
di studi non contempli la conoscenza di una lingua straniera. 
dieci centimetri pi alto di Jack e pesa venti chili di pi. Vi
state divertendo? chiede. E pieno di birra. L'aria di montagna
e la presenza delle ragazze l'hanno gonfiato.
Certo dice Jack. Sorride e guarda alle spalle del tipo. Sta
prefigurando lo scontro. Si vede impegnato contro tre o quattro
paia di pugni. Il tipo biondo non immagina che  gi svezzato.
Io mi sposto di lato e metto gi la mia lattina. Esamino il
gruppetto di ragazzi, cercando di capire dove c' agitazione e
dove non ce n'. Ci sono ragazzi grossi. Anche se sono ubriachi,
impacciati e lenti, se non sto attento finir all'ospedale. So
che a Jack non piace menare le mani, ma se  costretto a farlo 
rapido e preciso. So che non fuggir.
Vedo che hai fegato. Le braccia del tipo penzolano abbandonate
stupidamente lungo i fianchi. Non posso credere che
abbia cos poca considerazione delle proprie ginocchia, del
proprio inguine o della propria gola. Vorrei che non fossimo
mai venuti.
Un topo ha pisciato nell'occhio del mio amico. Jack lo dice
senza secondi fini. Le ragazze, e alcuni dei ragazzi con un
po' di senso dell'ironia, ridacchiano. Jack mi guarda e si apre in
un sorriso. Gli occhi guizzano in direzione di un ragazzo moro
in piedi sulla sinistra e leggermente arretrato rispetto al ragazzo
biondo. Il ragazzo moro  nervoso, sta in disparte, quasi defilato.
Io annuisco.
Il ragazzo biondo storce il naso. E questo dovrebbe essere
divertente? chiede.
 semplicemente un fatto. Cos come che ho fegato. Jack
si piega sulle ginocchia senza perdere di vista il ragazzone e appoggia
a terra la birra. Io mi sposto di un passo per affiancare il
ragazzo moro. Lui e Jack sono i soli a farci caso.
Ti posso prendere a calci nel culo.
Per ora non  successo dice Jack, ma tranquillamente, con
lentezza. E chiaro che non sta facendo lo sbruffone. Si solleva
la visiera del cappellino per guardare meglio negli occhi il ragazzone.
Lui sorride. Un sorriso senza la minima ombra di minaccia.
Si limita a sorridere, con un'aria sciocca sotto la mezzaluna
verde della visiera sollevata.
Il ragazzone si volta indietro verso il suo gruppo di amici e
storce il naso. La sua ragazza gli si avvicina. Sembra a disagio.
Guarda nella mia direzione. Sussurra il nome del fidanzato, ma
lui si  girato di nuovo verso Jack. Credi che non possa frustarti
il culetto?
Ho solo detto che non  ancora successo. Jack risponde
come se la cosa lo lasciasse veramente perplesso. Poi inaspettatamente
chiede al tipo: Quanto pesi?
Il tipo esita, forse preoccupato di rispondere nel modo sbagliato.
Penso che solo sua madre e il suo allenatore gli abbiano
posto la stessa domanda. Centodieci risponde.
Allora non ti va di farlo.
Di fare cosa?
Di fare a pugni.
Perch non dovrebbe?
Perch non sarebbe come ti aspetti. Jack ha formulato
l'affermazione con la sicurezza di un uomo. Non credo che stia
ripetendo qualcosa che ha gi sentito. Credo che stia onestamente
dicendo a tutti noi che il mondo  pieno di sorprese. La
fidanzata del ragazzone biondo gli tocca il braccio e lui si volta
verso di lei; quando si rigira, Jack  disteso a terra di fronte a
lui. Jack sorride a entrambi. Sali sulle mie mani dice. Tiene le
mani alzate, i palmi rivolti all'ins, i pollici pressati contro la
parte esterna di ciascuna spalla.
Il ragazzone biondo ride. Sei un piccolo bastardo pazzo
dice. E gi successo qualcosa che non si aspettava.
Devi solo salire sulle mie mani. Ti rimane tutta la notte per
prendermi a calci nel culo.
Dato che la richiesta  formulata senza nessun proposito minaccioso
e dato che la folla si  accalcata spinta dalla curiosit,
il ragazzone monta sui palmi di Jack. E adesso? chiede.
Forse  meglio che qualcuno ti stia di fianco e ti aiuti a tenere
l'equilibrio.
Il ragazzone biondo ride. Chi credi di essere? Superman?
Gli altri ragazzi ridono e quello moro si mette di fianco all'amico.
Sono diventati curiosi. Sono atleti e sanno che  impossibile
sollevare in aria pi di cento chili vivi e instabili. Sanno che le
braccia inchiodate a terra, con i soli pettorali a spingerle in avanti,
sono inutilizzabili. Ma poi il ragazzone biondo sale. Quello
moro lo aiuta a stare in equilibrio. Sei volte, su e gi. Poi Jack
distende completamente le braccia, e lo tiene sospeso in aria per
qualche istante. Quando lo fa scendere con attenzione, il ragazzone
smonta dalle sue mani e Jack scatta in piedi come sospinto
dal terreno. Ha raccolto la sua birra. Ne beve un sorso.
I ragazzi pi grandi fanno un passo indietro. Le loro fidanzate
si avvicinano. Il ragazzone  imbarazzato. Sei uno stronzo dice.
Tu sei solo peso.
Il ragazzo biondo aggrotta le sopracciglia. Cosa?
Peso. E Jack lo stende come fosse solo quello, peso, con
un unico pugno in pieno petto che nessuno riesce nemmeno a
vedere. Il ragazzo perde contemporaneamente il fiato e la coscienza.
Squadriamo tutti e due il ragazzo pi scuro, aspettando
che lui e gli altri attacchino. Ma non lo fanno. La fidanzata
del ragazzone avanza verso di noi e allunga a Jack un altro boccale
di birra. Grazie per non avergli fatto male dice. Jack annuisce.
Il ragazzo pi scuro annuisce. La ragazza bacia Jack sulla
guancia. Siamo tutti soltanto dei ragazzini sbronzi nel buio,
in una regione selvaggia. Credo che Jack fosse il solo a sapere
che il divertimento poteva finire.
Un ragazzo con i capelli rossi rovescia la sua birra per terra e
ci chiede se abbiamo bisogno di uno strappo fino all'entrata
est. Gli rispondiamo di s. Indossa una maglietta di quelle candeggiate,
i suoi capelli sono raccolti in una coda di cavallo. Vive
a Cody. Io ho conosciuto il fratello minore.
Porta il suo pick-up vicino al fal e la sua ragazza monta nella
cabina. Jack e io ci sistemiamo sul cassone posteriore, appoggiandoci
con la schiena alla cabina, e infine ci sdraiamo sul letto
di metallo a guardare gli stampi tremuli delle stelle nel cielo
notturno. Ci vuole un'ora di strada. Quando siamo entrati solo
da poche miglia nella foresta nazionale battiamo sul tetto della
cabina e lui ci scarica al margine della strada.
Non avrei potuto essere di grande aiuto dice. Erano in
troppi. Ci stringiamo la mano e lo ringraziamo per il passaggio.
Dall'autostrada raggiungiamo a piedi la baracca in cui dorme
Jack. Sono solo le due del mattino. Dovremo aspettare le
quattro prima di cominciare a radunare i cavalli. Abbiamo recuperato
bottiglie fresche di birra da una vasca nel torrente e ci
sediamo a un tavolo in legno a giocare a cribbage. Quindici
due, quindici quattro, e una coppia  sei.
Grazie per avermi spalleggiato.
Ma io non ho fatto niente gli dico.
Eri pronto. Non mi sono trovato l da solo.
Jack si sfila la camicia. La sua spalla sinistra  gonfia e purpurea,
nera e gialla sul davanti.  successo qualcosa dice. 
come se un serpente colorato gli si fosse infilato sotto la pelle
tesa e bianca.
Quando lo hai colpito?
Quando l'ho sollevato. Sposta il piolo e si preme la lattina
di birra contro la spalla. Io mescolo le carte. Pensavo che
avrei dovuto smettere dice.
Ma non l'hai fatto. Distribuisco le carte.
Ma pensavo che avrei dovuto. Fa scivolare l'avambraccio
sul tavolo cercando il contatto con il mio. Lui soffia sulla punta
della sigaretta. La carta e il tabacco s'incendiano. Scosta leggermente
il braccio dal mio, creando lo spazio sufficiente per
metterci la sigaretta in verticale, in piedi sul filtro, e poi preme di
nuovo l'avambraccio contro il mio. Cos ricorderemo dice.
Apriamo a ventaglio le nostre carte con la mano rimasta libera e
giochiamo. L'odore di carne bruciata sale oltre la luce della
lampada. Nessuno di noi guarda. Il dolore non  cos acuto come
credevo dovesse essere.
Rimango in piedi nell'ombra dei pioppi e curvo le spalle. Allungo
una mano verso Jack e lo aiuto ad alzarsi. Quando usciamo
sulla strada vicino ai recinti John  l che ci sta aspettando.
 seduto sul retro della sua Chevy con i tacchi degli stivali agganciati
al parafango, a sorseggiare dalla pinta di Ancient Age.
La sua  l'unica macchina rimasta. Due uomini a cavallo stanno
spostando la piccola mandria di cavalli non ancora domati su
una cresta lontana dai recinti.
Non  rimasto nessuno dei tuoi dice a Jack. Se ti va puoi venire con Little Man e me.
Jack guarda in alto la pancia della nuvola che ha il colore del
guscio d'uovo e poi in basso la punta dei suoi stivali. Se c' posto.
John si rimette in piedi e si avvia verso la portiera della macchina.
Ho visto un bel posto nel tuo culo, piuttosto scherzo.
Jack si va a sedere dietro.
Quando abbandoniamo la strada polverosa per immetterci
su quella asfaltata a doppia carreggiata, John chiede: Avete
bevuto? Non guarda nessuno dei due.  impegnato con il traffico.
Nossignore dico.
Non ancora dice Jack.  sdraiato con i talloni appoggiati
sul finestrino posteriore abbassato. Tiene il cappellino appoggiato
al petto. Il mento  infossato e lui guarda il paesaggio attraverso
le punte degli stivali divaricate.
John raggiunge il sedile posteriore senza distogliere lo sguardo
dalla strada e passa a Jack la pinta di whisky. Mormora un
motivo che sembra essere l'unica frase di una melodia.  da
quando abbiamo preso in prestito la macchina facendo andare
la stazione rock per tutta la notte che la radio non viene pi accesa.
Jack si mette a sedere in posizione eretta e mi allunga la
bottiglia, passandomela sopra la spalla. Io mando gi un sorso
e mi viene voglia di sentire un po' di musica. Mi chiedo che cosa
ci voglia per installare un'autoradio. Quella sul furgone di
mio padre  rimasta fuori uso per anni. Mio fratello era solito
scherzare dicendo che vivevamo in un punto della foresta talmente
remoto che potevamo sentire solo la programmazione
del giorno precedente.
Ho parlato con Glen al Rimrock dice John. Gli passo la
bottiglia. Dice che non vede l'ora di avervi l domenica prossima.
Vuole che proviate anche voi due a cavalcare senza sella.
Dice che ha un paio di serpenti che spediranno a terra i vostri
giovani culetti ossuti.
Io guardo sul sedile posteriore. Jack si  calato il cappellino
sugli occhi. Cosa ne pensate? chiede John. Pensate che si
possa fare o intendete scaricarmi? Guarda me, e poi nello
specchietto retrovisore.
Domenica prossima per me va bene gli dico.
Anche per me dice Jack.
Allora  fatta. John porta la bottiglia alle labbra e alza il
gomito sinistro contro il finestrino laterale.
Quella sera John e io facciamo correre i cavalli su per la valle,
li lasciamo calmare, e poi gli animali si aprono a ventaglio e
si sparpagliano per riempirsi le pance nel buio. E stata una lunga
giornata. Abbiamo esaurito la conversazione. Nelle ultime
luci languide della sera guardo la sua faccia rilassarsi sotto la tesa
del cappello. Ha l'aria stanca. Sa che lo sto guardando. Fischietta
tra i denti: un motivetto giusto per accompagnare i
passi dei cavalli, il cigolio delle selle.
Un giorno sar vecchio come John. Mi domando se lui abbia
mai visto qualche parte della sua vita avvicinarsi. Non so come
chiederglielo. Mi domando se abbia sentito il proiettile prima
che gli lacerasse la parte posteriore del braccio, se  vero che
venne salvato da un uomo con le racchette da neve che lo port
con s. Mi domando se ricordi il profumo di sua moglie. Se la
cosa faccia qualche differenza.
Cerco di ricordare com'ero quando avevo due, quattro, sei,
o dodici anni. Riesco a vedere solo il ragazzino di cui mi hanno
raccontato. Penso che per me sia possibile ricordare chi sono
solo quando comincio a oppormi al modo in cui la mia famiglia
vede me, e John e Jack. So chi sono con i cavalli, ma non so come
loro vedano me. Penso di essere completo solo nei miei sogni.
Ricordo i miei sogni. Prego di poter continuare a farlo per sempre.
Guardo John. Il buio  pi fitto. Vedo solo la sua sagoma.
Immagino i miei sogni come una fila di sagome. Immagino i
miei sogni come una fila di fantasmi. Non riesco a scorgerne i
visi, ma mi sento i loro sguardi addosso. Li sento sorridere. Li
guardo annuire e immagino i loro pettegolezzi sull'uomo che diventer.
Chiudo gli occhi e mi muovo seguendo il ritmo del cavallo.
Sento sussurrare. I sussurri mi raccontano storie. Vedo Jack,
che lavora come guardafili, piegarsi sulla punta di un palo della
luce. Mi vedo mentre guido verso l'aeroporto di Billings, per
andare a prenderlo quando torna a casa dal funerale di suo padre.
Sogno a occhi aperti John da vecchio che gestisce un bar
frequentato da veterani di guerra. Lui non mi riconosce. Sono
cresciuto. Bevo solo acqua e soda, occasionalmente con un
goccio di bourbon. Nel salone c' un odore acre. L'aria  annebbiata
dal fumo, umida per la birra gocciolata sul pavimento dietro il bancone.
Nel sogno John indossa una camicia bianca inamidata, bianca
come la neve appena caduta. Bianca come la tempesta in cui
morirono i suoi genitori. Mi domando se senta ancora le mani e
il respiro di sua madre sulla faccia. Se la senta cantare.  senza
cappello. I suoi capelli si stanno diradando e ingrigendo, con
striature bianche come la camicia. Ha la faccia grigia. Non sta
fischiando, ma sorride. I suoi occhi appaiono distanti, come
coperti da un sottile strato di ghiaccio. Non me lo dice, ma so
che la sua ultima moglie si  addormentata con una sigaretta
accesa mandando in fumo il rimorchio e morendo tra le fiamme.
Lo posso vedere nel modo in cui tiene il braccio quando serve i clienti.
Dormi?
Io apro gli occhi.  buio. So che John cavalca ancora al mio
fianco solo perch sento il rumore del suo cavallo, la traccia di
luce spoglia sul suo cappello, e il lampeggiare dei suoi denti.
Sta sorridendo. Nossignore gli dico.
Stai sognando di cavalcare cavalli non ancora domati?
In genere  pi divertente che con quelli normali. A volte
vieni disarcionato e ti fai male. A volte succede perfino quando
non dovrebbe. Semplicemente non ti accorgi che sta per accadere.
Faccio di s con la testa, ma penso che sia troppo buio perch
lui mi possa vedere. C' la luna nuova. Mi sento caldo, al posto giusto nel momento giusto.
I cavalli si fermano ai recinti e dondolano la testa per far allentare un po' le redini.
Penso che andr a cavalcare su al fiume gli dico.
Salutamelo.
Non mancher.
Non c' niente di cui vuoi parlarmi?
Direi di no.
Buonanotte, allora.
Cavalco fino al passaggio nella foresta. Mi siedo al centro e
guardo la volta scura del cielo. Ci sono nuvole alte e macchie
sbavate di Via Lattea che diventano vagamente opalescenti nello spazio tra una nuvola e l'altra. Il cavallo pascola di fianco a
me. L'odore dell'erba spezzata e di pino  intenso.
Trascorre un'ora prima che senta il cavallo di Jack nel bosco.
Lo ferma vicino a me, smonta e si siede. Si accende una sigaretta
e mi passa il pacchetto. Pensi che cavalcherai uno di quei
cavalli la settimana prossima?
Penso di s gli dico. E tu?
Penso che finiremo per vincere i soldi del primo e del secondo
premio dice descrivendo un cerchio nell'aria nera con
la punta della sigaretta.  troppo buio per esserne certi, ma immagino
che stiamo annuendo tutti e due. Sento il collo che gli
sfrega contro il bavero rialzato del giubbotto.
Ha detto John di salutarti.
Contraccambia.
Il mio cavallo fa scintillare un ferro contro una roccia. Ci
voltiamo tutti e due per il rumore. E poi, semplice e perfetto,
senz'avviso o spiegazione, Jack comincia a cantare La Ballata di
Pecos Bill.  l'unica canzone che conosce a memoria. Canta
tutti i versi.  una canzone su un ragazzo orfano allevato solo dagli animali selvatici.
...
.
...
FINE Parte 1.